Whitney: Sweet sweet home in Rome

Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

È come se la band americana degli Whitney, originaria di Chicago, suonasse in cameretta, al riparo dalla folla urlante dei fans accorsi al rinnovato Monk di Roma. Chiusi e astanti dentro una dimensione intima che dà l’idea di uno spazio chiuso ma accomodante, dove mettere le radici dell’anima.

Entrano in punta di piedi, con il leader Max Kakacek – gli Whitney hanno una particolarità: il cantante anzidetto è anche il batterista del gruppo – che accende senza sforzarsi lumi di un romantico savoir-faire in disuso.

Canta a testa bassa, chino su se stesso, come a volersi nascondere da un pubblico con il quale, a suo modo, comunica. Un po’ timido, Kakacek infila delle vibrazioni figlie della tradizione “sixties” americana con una freschezza tipica di alcune raffinate band americane di questi anni (vedi Death Cab For Cutie, The Antlers, Other Lives, Beach Fossils), con la mente fissa ai trascorsi dei Beach Boys.

Si percepisce immediatamente un certo feeling fra i componenti della band e i loro strumenti, battuti, pizzicati o carezzati con una certa armonia d’intenti, sprigionano arcobaleni di vitale ebbrezza, filtro di fine estate a suon di pop, folk e psichedelia.

Il sogno, la dimensione pura delle emozioni salgono in primo piano sin dalla bellissima apertura con Dave’s Song, melodia cullante sulle labbra appena posate di Kakacek. La folla rumoreggia sin dai primi istanti, il calore è alle stelle, specie da parte di alcune turiste americane venute appositamente per Kakacek e soci.

La dimensione casalinga degli Whitney si amplifica di canzone in canzone, mentre l’ora scarsa di concerto vola che è una meraviglia, deludendo le aspettative di un ritorno sul palco. Con un solo album all’attivo – il colorato e vibratile Light Upon the Lake – gli Whitney, come una scheggia inattesa, un fendente dolce nel cuore trafitto dalla malinconia di settembre, centrano il bersaglio. Nell’impressione non pervasiva di ripetitività infilano, specialmente dal punto di vista melodico, una sequela di canzoni capaci di non far rimpiangere né i maestri che furono né l’imbarazzante marea-magnum di qualità che pullula in special modo sul ponte tra America e Inghilterra dell’ambito indie-rock.

Cullati dalle accensioni sonore, con spezzati di tromba piuttosto allettanti, ci si gira su se stessi nella speranza di vederli tornare sul palco per poter riassaporare la delizia che sopravviene in quegli istanti di luce che il suono ufficiale della band sa indirizzare verso gli strali più fecondi della nostrana sensitività.

 

 

Acquista su Amazon.it