Di solito le presentazioni scritte degli album non servono a molto, perché non dicono granché. La musica è fatta per essere ascoltata, e i testi delle canzoni per essere musicati e quindi anche loro ascoltati. E poi, come spesso ci ricordano gli autori delle canzoni, ma è regola che vige per qualsiasi forma d’arte, l’arte non va spiegata né raccontata, ma vissuta, di modo che ognuno la interpreti come vuole. E, in questa fruizione, è valida ogni interpretazione. In ciò consiste il miracolo che fa diventare le canzoni la colonna sonora della nostra vita, un vero e proprio collegamento ad eventi, ricordi, sapori, suoni: un link che ci fa navigare l’anima come navigassimo un sito Internet.  

Ma la presentazione del nuovo album di Fabio Cinti, intitolato Al blu mi muovo, sfugge a ciò di cui dicevo, perché contiene una traccia importante nel racconto della genesi stessa del lavoro. Ci narra, infatti, una sorta di crisi creativa: “avevo perso la spinta per continuare a scrivere soprattutto perché ogni cosa mi sembrava confezionata per un social, per uno spot…l’impulso non mi pareva fosse più quello di cercare i movimenti dell’anima e del cuore, ma piuttosto quello di scattare la foto nella giusta angolazione che, con una frase ad effetto e senza troppo senso (pensare distrae), generasse almeno un centinaio di like”.

Ecco, in queste righe è condensato uno dei principali problemi non solo dell’arte ma, direi, del vivere attuale: tutto pare destinato a doversi rivolgere a un pubblico con limitatissima capacità di attenzione, così che le uniche forme possibili di comunicazioni coincidano con quelle plausibili, che diano piacere; un piacere, però, effimero, e quindi vai con istantanee fotografiche dei propri cellulari, vai con le frasi istantanee, meglio ancora se fatte di una sola parola (e relativi punti esclamativi). Viene in mente una delle più belle canzoni di Ivano Fossati, Il battito, che, appena pubblicata scatenò dubbi interpretativi e di cui solo ora riusciamo a cogliere la visionarietà e la tragica profezia: “Costruiremo una nuova cultura rapida ed estetica, e il pensiero sarà un colore, il colore sarà un suono, il nostro suono un battito…E il pensiero sarà un minuto, il minuto un suono, il nostro suono un battito”.

Diventando l’istantaneità la regola rigida del comunicare, va da sé che si perde tutta la complessità delle cose. E l’ispirazione a descrivere i movimenti dell’anima e del cuore, che dovrebbe essere propria dell’arte, per lo meno quella più profonda, trova continue mortificazioni. 

E quindi ben si comprende il disorientamento in cui si è trovato Cinti, che da quando ha cominciato a scrivere canzoni si è prefisso proprio questo obiettivo di far parlare il cuore. Presto, però, sciolto dal suggerimento del suo ispiratore: “Ognuno combatte la propria guerra come può…Tu? In che modo vuoi dare il tuo contributo?”.

E Fabio ha pensato bene di rispondere con quelli che sono diventati i primi versi della canzone che apre l’album “Tra gli alberi combatto la mia guerra, e dietro l’ombra ti vengo a incontrare”. 

 

La suggestiva cover di “Al blu mi muovo”

 

Parte, così, un lavoro che pare essere proprio un concept album sull’incontro. Un incontro che si svolge, appunto, dietro l’ombra degli alberi, in quella via di mezzo tra il vociare troppo assolato, e spesso sguaiato, degli instant-social e l’oscurità che nulla fa vedere. Alla ricerca di quei dettagli che l’eccessiva luce fa sfuggire, un po’ come la digitalizzazione liquida del suono ha fatto con la resa della musica, rendendola appiattita in una unica equalizzazione che ha tagliato alti, bassi e dettagli (ma di questo se ne parla meglio nell’intervista). 

Quasi tutte le canzoni sono rivolte a un Tu, poco importa se reale o immaginario, dialogandovi continuamente, alla ricerca della grazia e della memoria, di cui Fabio di dichiara fan devoto. Particolarmente intenso l’ultimo brano, Il grande balzo in avanti, dedicato a un Tu che ora è solo memoria: “In tutti questi anni sei rimasto tu a indicarmi una strada diversa tra me e le mie illusioni. E io l’ho seguita ascoltandoti anche quando non c’eri più, guardando una foto appesa come quel ricordo semplice di una vita fragile”. Quel Tu può essere chiunque, un amore perso, un parente andato via, o un artista che ora non c’è più, o che comunque non è più in grado di potersi esprimere (facile, per chi conosce Cinti, immaginare chi potrebbe essere). E l’ascoltatore è anzi chiamato a dargli un nome, rendendolo suo. In questo senso, questo album costituisce una sfida: colorare quel Tu con i nostri personali Tu, fare nostro quel dialogo, rendere nostre le impressioni e le sensazioni che queste otto canzoni ci raccontano.

Il tutto viene condotto con delicatezza e costante attenzione a non cadere nella banalità e nella vuota retorica. Nel silenzio e nell’ombra si possono riconoscere certi moti dell’anima. E anche descrivere, cosa che Cinti fa con tecnica particolare, quasi cinematografica, legandola ad immagini, come i bambini che giocano i pomeriggi estivi in “Vieni con me” o come la descrizione dell’inizio di un mattino qualsiasi di “Giorni tutti uguali”. Effettivamente, proprio come fossimo in un film dai ritmi lenti e dai campi in primo e primissimo piano, è un disco di dettagli, una concentrazione sui particolari che serve, quasi come in un procedimento deduttivo, a ricostruire un generale stato emotivo, non solo dell’autore, ma di tutti noi, che possiamo riconoscerci in tanto di quello che viene detto. 

Anche la parte musicale segue questa impostazione. E’ tutto molto calmo, non c’è niente di urlato o scomposto. L’elettronica, di cui si fa un utilizzo dosato eppure fondamentale, non è fine a se stessa. E si fa un gran bel lavoro sulla voce, sia nell’interpretazione dei brani, pur non discostandosi molto dalle recenti produzioni, sia sulla resa sonora, ricordando molto da vicino l’insegnamento di Franco Battiato sull’utilizzo di echi e distorsioni sulla voce, resa quasi come uno strumento musicale (se ne parla meglio nell’intervista). Un esempio: in “Da lontano”, si parla a un certo punto di “inverno dell’anima”, ma il tutto viene reso molto più efficace ed evocativo nel sottolineare il cantato “dell’anima” con un effetto quasi robotico, che restituisce la freddezza dell’inverno. 

Franco Battiato, che in questo disco è in qualche modo comunque presente, è stato l’ispiratore principale di Fabio Cinti. Anzi, io credo che una certa sua poetica della delicatezza e delle emozioni gentili possa trovare proprio in Cinti il più adatto prosecutore. Naturalmente, fermo restando che Cinti è Cinti, e ha sue originalità proprie, pur nel saper rielaborare l’insegnamento del più grande tra i nostri artisti.

E questo nodo io credo Fabio stesso lo abbia dovuto affrontare e risolvere, e l’ha risolto proprio nei suoi ultimi due album. In uno, “Forze elastiche“, allontanandosi dal suo ispiratore (non parlo di maestro perché Battiato non ama questa definizione), nell’altro, l’adattamento gentile per sola voce e archi de “La voce del padrone“, riprendendo questo legame addirittura rifacendo il suo album forse più famoso (e attendiamo con ansia il promesso rifacimento, in lingua inglese, di “L’ombrello e la macchina da cucire”). 

In “Al blu mi muovo” si percepisce che il nodo è stato sciolto definitivamente: Fabio Cinti è come non avesse nè più il timore di assomigliare troppo a Battiato, e quindi l’esigenza di allontanarsene, né il bisogno di ribadire questo legame. La distanza ora è quella giusta, come il suo stesso primo ascoltatore Lele Battista gli suggerì al primo ascolto di “Giorni tutti uguali”, suggerendogli persino il cambio di titolo, originariamente previsto in “Diventa luce” che, forse troppo evocativo dei mondi battiatiani, avrebbe generato ancora qualche equivoco. Questa è, infatti, contemporaneamente, la canzone che più ricorda Battiato e più invece si può annoverare nello stile di Cinti. Ed è forse la più bella dell’album, che comunque è su un livello medio molto alto. 

Suona strano, quasi beffardo, che questo disco, scritto un anno fa, incentrato sui ritmi del dialogo, e che pare descrivere un incontro in otto movimenti, esca in periodo di piena pandemia dove gli incontri e i contatti sono vietati. (“Ma che cos’è questa distanza, gli sguardi incattiviti nei caffè” si canta in “Amore occasionale”). Però, come sappiamo, siccome nulla accade per caso, e, come ci ricorda qualcun altro, “ciò che deve accadere, accade”, era segno del destino che vedesse la luce proprio ora. Non per rimpiangere incontri che, per un po’, non potremo fare o comunque saranno molto limitati e limitanti, ma per ricordare di tenere sempre accesa la luce del cuore, magari spegnendo un po’ di più quell’incessante “chiasso assordante” della superficie e i “rumori lontanissimi dei fine settimana”.

Questo album, infatti, è una occasione e io spero possa avere la diffusione e il plauso che si merita. E’ una occasione per la musica italiana, di ricordare e rinnovare certi stilemi e certe lezioni del passato di avere il coraggio di andare in profondità e di osare poeticità, e uscire dall’equivoco dell’instantaneità delle cose. E’ una occasione per chi lo ascolta, per interrompere il flusso ininterrotto dell’easy listening tutto uguale fornito dalle radio che hanno accettato di diventare automi replicanti senza coscienza. E’ una speranza, una cometa lanciata nel buio in cui pare immersa l’arte musicale c.d. leggera, fatta di troppi slogan, di troppo presenzialismo fine a se stesso, e di poca sostanza e altrettanto poca verità ed attenzione all’anima. Anche degli ascoltatori.

Ecco l’intervista con Fabio:

Questo tuo nuovo album appare molto accurato nei testi, in equilibrio tra immediatezza e profondità. La prima sensazione è che sia un album su un dialogo, un incontro, con un Tu (immaginario o reale non importa) . Otto canzoni che sono diverse sfaccettature di questo stesso dialogo/incontro. E’ così?

Se poniamo che quel Tu immaginario sia io, allora sì. Sono andato a cercare gli anelli deboli che legano la mia esistenza a quella del resto delle cose, delle persone, del mondo, e mi sono interrogato su cosa sia davvero importante. Alcune volte ci sono state delle sovrapposizioni, perché alcune persone si somigliano, addirittura persone e animali – a cui ho voluto bene allo stesso modo; altre volte mi sono sovrapposto io ad altre personalità, perché se c’è una cosa che non sopporto è proprio il culto della propria personalità.

A proposito, suona quasi beffardo che questo lavoro veda la luce in un momento in cui gli incontri e i contatti umani sono quasi proibiti. Però, se ci pensiamo bene, forse è questo il momento migliore per apprezzare queste canzoni.

Da una parte c’è la voglia di vicinanza affettiva, quella semplice, quotidiana: gli sguardi durante una colazione, un gesto semplice che però è carico dell’emotività di un’amicizia o di un amore. Dall’altra la solitudine come condizione per me assolutamente necessaria: non sono propriamente un animale sociale, ma le amicizie che ho, a cui tengo, so come coltivarle anche da lontano.

Non si possono tuttavia negare le difficoltà del settore musicale e artistico in genere. Come pensi si possa modificare la fruizione della musica, soprattutto quella dal vivo? Questo periodo di pandemia, non mi riferisco solo al campo musicale ma anche in generale,  cambierà veramente le cose fino a migliorarle, come molti, forse un po’ ingenuamente, auspicano, o le renderà solo più difficili?

Sono pessimista riguardo a entrambe le cose, sia per la musica dal vivo – che subirà a lungo l’influenza della paura delle persone anche a pandemia finita con certezze scientifiche; sia in merito al cambiamento: si potrà migliorare solo se si investe sul miglioramento personale, e questo miglioramento si ha solo se si alza il livello culturale medio. Lo stiamo vedendo con la classe politica, non solo in Italia: dove c’è più cultura e competenza le cose vanno meglio, si fanno meno errori, si dà importanza a cose diverse, si investe in modo diverso, si è tendenzialmente più ecologisti, meno antropocentrici.
Se il livello medio culturale medio dovesse alzarsi, in futuro ci si vergognerà di come sia stato possibile che un personaggio come Salvini (e simili) abbia potuto avere tutto il credito che ha. Mi imbarazza molto.

A proposito di incontri, tu dove ti collochi in quel panorama che vede da una parte artisti dare esibizione social di se stessi praticamente ogni giorno e dall’altra parte altri in silenzio, come Nick Cave, che ha espressamente detto che ora è solo tempo di riflessione?
E come stai impostando le tue giornate? Che consigli di lettura o visioni daresti per approfittare del forzato tempo libero che questo periodo porta con sé?

Sono tendenzialmente d’accordo con Nick Cave, quindi più per l’elaborazione che per l’esibizionismo mascherato da quel patetico e nazionalista “ce la faremo” (che adesso sta diventando tutt’altro rivelando un’umanità pessima). D’altra parte l’uscita dell’album mi impone qualche apparizione, che però scelgo con molta cura.
Le mie giornate non sono cambiate molto, perché conduco una vita molto solitaria sempre.
Vi consiglio di leggere “Stati nervosi (come l’emotività ha conquistato il mondo)” di William Davies, è un saggio che ti fa spalancare gli occhi ed è quasi avvincente.
E poi, se si ha poco o niente da dire, se ci si accorge che quello che si scrive, o che si vuole scrivere, è solo figlio di una incontenibile vanità o esibizionismo, consiglio (anche a me stesso naturalmente) di stare lontano da Facebook, dai social in generale, che stanno peggiorando di giorno in giorno.

Torniamo al tuo disco.

C’è un lavoro notevole anche sulla voce e su e distorsioni. L’ispirazione è nota: Battiato è stato un maestro in questo utilizzo degli echi o di distorsioni della voce  quasi come strumento a parte. Io, nelle cose che mi autoproduco (per distrazione, senza pubblicarle ufficialmente), utilizzo questa modalità per quelle parti di testo che rappresentano un flusso di coscienza. Come se un Io altro da me parlasse a me stesso, e all’ascoltatore, sottolineando certe cose. Un po’ come dire “guarda che questo verso è importante, è una chiave per aprire il mondo di questa canzone”. Utilizzi anche tu questi stratagemmi con questa finalità o lo fai con finalità più prettamente musicali?

Ho inviato le voci – registrate in casa – completamente pulite a Raffaele Stefani, fonico formidabile e soprattutto persona capace di cogliere le sfumature di ogni emozione anche solo dal tono della voce: lui si è occupato del mix e della post-produzione dell’album. Non abbiamo parlato mai, o quasi, di questioni tecniche, io ho fatto il mio, lui il suo; ci siamo scambiati solo mail (a volte molto lunghe) e telefonate in cui ci siamo raccontati aneddoti (io soprattutto della mia vita passata), oppure abbiamo commentato le cose che accadevano nel mondo, o semplicemente attorno a noi. È da queste cose che si percepisce e capisce cosa si vuole comunicare e come, cosa ha più importanza. Raffaele conosce bene i mie gusti, sa da dove arrivo e quello che voglio, conosce anche il mio liunguaggio. Inoltre, anche lui, conosce molto bene Battiato (anche di persona)…

Nella presentazione del disco sottolinei la difficoltà, in un mondo fatto di like social effimeri, a esprimersi in modo più strutturato e complesso. L’immediatezza dei social network, che hanno invaso la nostra vita indipendentemente dall’essere presente  in essi, ha effettivamente operato come è stato fatto con i file audio tipo MP3: appiattendo il suono, tagliando le parti alte e basse della equalizzazione, rendendo tutto uniforme e uguale. Vengono eliminati i dettagli. Tu invece scrivi che la tua guerra la combatti tra gli alberi,  e dietro la loro ombra ci vieni a cercare. Insomma, l’ombra, in questo mare di luce fatto di like, pare essere l’unica via per cercarsi veramente. Forse perché nell’ombra si vedono meglio i dettagli. 

(Questa è la prima cosa che, nella recensione del disco, mi viene da scrivere. Ti chiederai “e quindi?”. Infatti questa non è tecnicamente  una domanda. Ma mica è detto che in una intervista si debbano fare solo domande che finiscano tutte con il punto interrogativo)

Ha descritto bene la cosa. Aggiungerei solo che stiamo per arrivare a un livello di saturazione dell’esposizione personale che forse arriverà presto il momento in cui sarà più importante, per un artista, non esserci, essere meno evidente, apparire meno spesso e con contenuti più importanti e necessari.

Il disco è composto di 8 canzoni. Nessuna pare messa a caso, nessuna pare un di più inutile. In epoca di cd, spesso si tendeva, forse per riempirlo tutto, a metterci dentro anche i pezzi che un tempo si sarebbero scartati. Ora, forse favoriti dal formato liquido anche della musica,  pare tornato il tempo della selezione. Tu hai fatto selezione tra i brani, escludendone qualcuno?

Ho una valanga di brani, un centinaio forse. Meno di un anno fa li ho sottoposti ad alcuni amici fidati (tra cui anche un noto giornalista…) per capire se ci fosse del buono o se fosse roba da archiviare. Ognuno di loro ha fatto scelte diverse motivandole in modo molto diverso. Questo mi ha confuso parecchio, e così mi sono rimesso a scrivere da zero, dimenticandomi di quell’hard disk pieno di canzoni. Ne ho scritte il doppio di quelle che sono finite nell’album e ho scelto quelle che ritenevo necessarie.

Il titolo “Al blu mi muovo”, nella sua intrinseca musicalità, quasi indipendentemente dal concetto che si esprime,  suona quasi panelliano. Però tu sei autore anche di concetti. E, in questo senso, il blu è, tradizionalmente, il colore della malinconia. E le tue canzoni, forse soprattutto queste nuove, sono dotate di questo sapore e di questa forza (considero la malinconia una forza, anche una forza). Che non è tristezza. Eppure la gran parte degli ascoltatori distratti – quelli da radio, quelli che “a me piace un po’ di tutto”, ma poi sentono sempre la stessa cosa – confondono proprio la malinconia con la tristezza. Perché si ha così paura della malinconia, nonostante sia un sentimento così connaturato a noi?

Chi non considera la malinconia (e la tristezza) un sentimento fondamentale o è un ignorante incapace di emozionarsi, oppure è talmente depresso che non sopporta il peso di quelle sensazioni.
Il divertimento è una cosa seria: come ci si può divertire senza la malinconia, senza la forza malinconica del ricordo, senza la tristezza delle assenze o di ciò che sarebbe potuto essere, dell’inevitabile? di cosa ci si deve divertire? dell’effetto di un mojito? di ciò che provoca alla pancia l’alta velocità su una moto? dello sballo totale senza motivo sotto un soobwoofer di una discoteca? di un pomeriggio passato a metter su vinili solo per fotografarsi e scrivere stronzate sui social? quel tipo di divertimento è vuoto: la leggerezza, anche quella di una sbornia, se non ha alla base un po’ di malinconia è tempo perso.

In una nostra conversazione social (almeno su questo i social sono utili) mi dicesti che il nuovo disco sarebbe ripartito da quel, secondo me,  capolavoro che è “La distrazione”, contenuta nel tuo primo album, altra canzone di sospesa malinconia.  Vuoi spiegare meglio questa ripresa?  Intendevi in senso musicale o anche nelle “mille storie” ancora da raccontare? Anche in quella canzone ti rivolgi a un Tu in modo molto poetico e innamorato.

Sì, mi riferivo a quel tipo di sospensione, sia da un punto di vista lirico che musicale. A quel modo di scrivere senza proclami, un po’ a bassa voce e senza pretese. Io sono questo e faccio questo: tutto qui.

Quale momento della registrazione ricordi con più piacere? E della scrittura delle canzoni?

Ho fatto tutto da solo e in totale solitudine. Scrivere, provare, arrangiare, registrare, ascoltare… sono diventati momenti spontanei e naturali delle giornate. E così come quando si inizia a leggere un libro, a un certo punto si finisce. Se ne può iniziare un altro, oppure si può andare fuori a camminare. O iniziare un lavoro del tutto diverso.

Ti dico quali sono le mie preferite, pur piacendomi tutte. Nell’ordine: “Giorni tutti uguali”, “Da lontano”, “Tra gli alberi combatto”, “Amore occasionale”. So che è una domanda stupida, che le canzoni, come i figli, sono tutti pezzi di cuore. Però ce n’è qualcuna che più ti convince e ti rappresenta, come è stata, per esempio, “Questo strano abisso”, che si vede che canti sempre con speciale trasporto?

Credo che “Da lontano” sia un pezzo riuscito abbastanza bene…

Immagino non  vorrai dire chi è  che  ti ha sfidato, consigliandoti, dicendo “Ognuno combatte la propria guerra come può..tu in che modo vuoi dare il tuo contributo?”. Forse si può anche capire. Ma io provo a chiedertelo lo stesso.

Si dice il peccato, non il peccatore!

(Le foto dell’articolo sono di Piero Martinello)