È drammaturgia, teatro, poema in musica e racconto, è sceneggiatura che si fa colonna sonora di se stessa, Ego, il nuovo progetto discografico di Vincenzo Incenzo che definire “disco” o anche “concept-album” sarebbe troppo poco, visivo e, soprattutto, narrativo com’è, tutto proiettato a delineare una storia che, ci piaccia o no, ci riguarda da vicino: vicinissimo.

Strutturato in nove tracce che sono veri e propri capitoli, macro-strofe, canti autoconclusivi, certo, ma talmente interconnessi, consequenziali, da richiedere un ascolto ordinato e paziente, Ego ha la peculiarità di farsi ascoltare e leggere al tempo stesso, come concentrato di trovate musicali originalissime (merito tanto della creatività di Incenzo e dei suoi musicisti quanto della produzione di Jurij Ricotti) e come disarmante racconto di un io alle prese col mondo e con la società di oggi. Un io che è quello autobiografico di Incenzo, sì, irriducibile ancorché sfiancato umanista, lucido e incazzato (“arrabbiato” è un eufemismo che non gli appartiene, a Incenzo, abilissimo, tra le altre cose, a non metter mai la museruola alle parole) sognatore “con la testa nelle nuvole / e i piedi negli abissi” (Il paradiso), ma anche il simbolo di un’umanità che non s’arrende, che resiste nonostante la violenza della Storia (degli uomini contro gli uomini), che osserva e commenta (combatte) l’oggi, consapevole di una deriva socio-culturale di cui tutti rischiamo di essere, in un tempo, vittime e artefici. Sembra un paradosso, ma non lo è affatto, anzi: è la più lucida lettura del nostro mondo, quella che fa Incenzo, naturalmente portato a evitare ogni ipocrisia.

Incline tanto all’invettiva e alla polemica (Allons Enfants  e, specialmente, Fuori fuoco) quanto alla riflessione lirica (L’amore ha un nome solo) e al divertissement (il fresco reggae di Benvenuta), infatti, Incenzo giudica, sente e analizza senza filtri e senza censure il sistema che abbiamo contribuito a creare, mettendone alla prova i presupposti culturali, svelandone i vizi e le storture da una prospettiva insieme interna e laterale, con scelte compositive e interpretative mai banali che assicurano a al cantautore romano un posto d’onore (al fianco di Battiato, Fossati, Vecchioni…) nel gotha del cantautorato contemporaneo.

Dal rap di Fuori fuoco alla più tradizionale melodia di Rispondimi (scritta per Dalla e Tosca nel ’95 e qui reincisa), dai ritmi latineggianti de Il paradiso al vero e proprio recitato de Il capolavoro, Incenzo, qui, sperimenta di tutto con la stessa credibilità, riuscendo a rendere organiche tra loro e stranamente famigliari al nostro orecchio le soluzioni musicali più diverse. Gran merito, questo, anche, dei testi di Incenzo. Testi che, per quanto densi di una scrittura volentieri poetica (qui e là, in controluce, brillano reminiscenze da grandi poeti del Novecento, come Palazzeschi o Szymborska), sembrano nati da un’esigenza più drammaturgica che propriamente lirica e che perciò ci consegnano, di fatto, un unico, plurale racconto.

Un racconto, questo di Ego, profondamente umano, che dell’io e degl’umani mette in scena i conflitti, gli orrori, gli scempi etici e politici, ma che comunque, per quanto duro e spietato, in apparenza disincantato e a tratti appassionatamente cinico, alla fine dei conti, ad ascoltarlo, a leggerlo per bene, non vuole far alto che ribadire – degli umani – la naturale, ineliminabile inclinazione alla condivisione, alla coesistenza e di più: all’incontro, al contatto. Nonostante tutto, insomma, sembra confessare Incenzo, non si può (non si deve – e lui no: non riesce a) smettere di credere nell’umanità: questa musica che grida di rabbia in realtà è canto d’amore. D’amore sociale.

E sono da intendere proprio in questa direzione, allora, tanti dei bellissimi versi che l’ego mai autoriferito di Incenzo dedica al co-protagonista di questa narrazione in musica: quel ‘Tu’ che, lontano dall’essere il vago destinatario cui c’hanno abituato le solite canzonette, vivissimo e concreto innesca in un subito il più eloquente dei ‘Noi’: “Volevo portarti / lontano, lo sai, / sentire i tuoi battiti dentro di me” (Il capolavoro); “Il mio corpo sul tuo corpo: è la nostra eclissi” (Il paradiso); “Credo che l’amore sia dovunque e sempre / e che il nostro non sia spento e giri tra la gente (L’amore ha un nome solo); “Siamo noi quelle balene annichilite ormai dagli ultrasuoni in mare / che non sentono più il canto e nel silenzio poi si lasciano morire” (L’indifferenza).

Un messaggio, se così lo si vuol chiamare, questo che sottolinea la sostanza sociale, comunitaria, davvero empatica di ogni ‘Io’ del pianeta, condannato a essere frustrato, smentito dalla cronaca quotidiana, dalla cosiddetta realtà e dalla Storia, ma cui Incenzo non cessa di votarsi, perché, da grande artista qual è, sa bene che la consapevolezza di non poter cambiare il mondo non è mai un buon motivo per smettere di provarci.

Vincenzo Incenzo, EGO, Verba Manent

1.Allons Enfants
2.L’amore ha un nome solo
3.Fuori fuoco
4.Un’altra Italia
5.Benvenuta
6.Il capolavoro
7.Il paradiso
8.Rispondimi
9.L’indifferenza