Nel mare magnum che attraversa la musica di oggi, non è affatto facile cogliere degli spunti che, pur richiamando in parte cose già sentite, si distinguono per il coraggio di osare, e provano ad andare oltre i tappeti musicali che attraversano le giornate in attesa di lasciarsi sopraffare da altri suoni. Con “La violenza della luce” (Sony, 2020), nuova uscita discografica che arriva a distanza di cinque anni dal suo lavoro precedente, (L’universo elegante, del 2015), Gianluca De Rubertis prova a squarciare il velo dell’oblio musicale. Ci riesce, almeno in parte, grazie a otto tracce di pop gentile firmate dalla sua penna (ad eccezione di “Dimmi se lo sai” scritta a quattro mani con Bruno Facciotti) che trasferiscono all’ascoltatore una manifestazione intensa, inattesa, lucida, che incarna quel senso di smarrimento e di accecamento che possiamo associare ai tempi che stiamo vivendo, e che immaginiamo derivi da un approccio violento con la luce dopo un percorso fatto di cupezza e oscurità. Il disco si fa ascoltare, e si lascia attraversare da sensazioni positive: qua e là si scorgono echi di Franco Battiato, di Fabrizio De Andrè, dei Baustelle (la voce di De Rubertis è molto simile a quella di Francesco Bianconi) e dello stesso Mauro Ermanno Giovanardi, con cui De Rubertis ha già collaborato in passato. Il disco è comunque un tassello importante nel percorso artistico del cantautore pugliese, che mostra una maturità espressiva che fa ben sperare per il prosieguo della sua produzione discografica.  Abbiamo rivolto alcune domande a De Rubertis.

Partiamo dal brano che dà il titolo del disco, “La violenza della luce“. Parla di un rapporto speciale, che arriva dopo un’età di incoscienza e di smarrimenti. Può un sentimento riportare equilibrio, sia pure in modo così violento, nella vita di una persona? Non c’è il rischio che definire violenta una presenza in un rapporto di coppia pregiudichi la stabilità del singolo? 
Non ci sono rischi nelle canzoni, così come nell’arte. Se non fossimo liberi di esprimere appieno ogni cosa, anche brutale, almeno con l’immaginazione e la creatività, cosa resterebbe di noi stessi?

In “Voi mica io” cogliamo un’invettiva contro la società moderna, malata di protagonismo ma anche di una sindrome autoassolutoria. Una società che è diventata più cattiva, che accusa e pretende di giudicare sempre e comunque. Pensa che i social abbiano contribuito ad acuire questa deriva?  
Alla fine l’umanità corre in una direzione, mi pare, sempre sempre uguale nei secoli. Ci sono momenti in cui alcune energie negative montano fino a minacciare i più semplici e quotidiani orizzonti… Questo, ad esempio, potrebbe essere uno di quei momenti. Ma non credo che si possano rintracciare responsabilità in un aspetto specifico, grazie a Dio le cose sono sempre molto complesse, e un social può essere anche cosa buona e utile in molti casi.

Il suo lavoro mostra una particolare attenzione ai testi. Parole che non sembrano mai scelte a caso, a nostro avviso non solo per cercare l’originalità tout court ma anche per lasciar riflettere l’ascoltatore. E’ così?
Sono scritte per lasciar riflettere me stesso, per scioccare ed emozionare me stesso. E, io appartenendo al genere umano, può capitare che altri membri della mia razza si emozionino e riflettano grazie a quegli stessi testi.

Pantelleria” è la traccia più cinematografica del disco. Immagini di una storia che scorrono in un flashback quantomai struggente. Quel “cuore di fredda lamiera” che il protagonista benedice ottenendo in cambio dall’amata “una dolcezza approntata per l’infermeria” denota però un risvolto dal finale amaro. Quando si racconta un amore finito, si pretende di farlo con lucidità o si presuppone che in amore la lucidità non esista?    
L’amore ti può rendere più lucido di ogni altra cosa, perché sentirsi sacri, devoti, semplici e gentili è meraviglioso, io credo, per tutti. Il problema risiede nel fatto che l’amore tra due persone è qualcosa di microscopico e parziale, e si esaurisce. San Francesco non avrebbe potuto amare solo una donna, perché impazziva d’amore per il mondo e tutti gli esseri che lo abitano.

Solo una bocca” trasuda eleganza e sensualità, e celebra il mistero dell’attrazione che ha accompagnato l’uomo e la donna fin dai tempi di Adamo ed Eva. Ascoltandola la prima volta, abbiamo immaginato a quanta diffidenza e paura possano farsi strada oggi in chi cerca di approcciarsi all’altro che non conosce. Ritiene che la forza dell’attrazione potrà superare la paura?  
L’attrazione è effimera, ancor più dell’amore di coppia. Non credo possa vincere la paura; ma più che paura, nell’approccio amoroso dei nostri tempi, io vedo egomania, indisponibilità assoluta a lasciarsi vincere da chi si ama.

Nel suo disco cogliamo diverse influenze musicali. Quali sono quelle a cui si sente più vicine?
Non so quali abbiate colto, quindi non posso scegliere tra un elenco che non c’è. Ma meglio così, questa cosa delle influenze musicali credo sia davvero poco interessante.

In “Quello che resta“, ultima traccia del suo lavoro precedente, “L’universo elegante”, parlava di una “notte pulita, non come la vita”. Come descriverebbe oggi la notte e la vita? 
La notte è sempre, a sua volta, vita. In quel caso parlavo di notte pulita alludendo ad un cielo terso e trapunto di stelle. Ci sono notti così, altre piovose, ventose, calde, gelide; il bello è che la vita interiore va per i cazzi suoi, accordandosi quasi mai ai moti della natura.

NoteVerticali è una testata che oltre alla musica ospita cinema e letteratura. Quali sono il film e il libro che si sentirebbe di associare al suo disco?
Il film potrebbe essere “Salomè” di Carmelo Bene, con il suo epilogo solarizzato in cui i corpi sono divorati dal bianco assoluto. Il libro, invece, “I Demoni”, di Dostoevskij.

Come sta promuovendo il disco? Ha trovato un modo alternativo per superare l’empasse legata al periodo che stiamo vivendo?
A breve ci sarà qualche live in streaming e forse un paio di presentazioni in negozi di dischi… Si può fare ben poco.

Come immagina il futuro? E la prossima estate? 
Inutile immaginare il tempo a venire, si manifesta sempre troppo diversamente da come ce l’eravamo figurato.

 

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...