Parlare di Sanremo senza parlare delle canzoni sanremesi. Facile a dirlo, difficile a farlo, in un mondo costruito e alimentato a colpi di musica usa e getta, in una kermesse come quella festivaliera dove in tre minuti di esibizione tante aspirazioni artistiche sono evaporate per colpa di una febbre inattesa, di un errore tecnico o di chissà cos’altro. Eppure, scavando nella memoria elefantiaca di chi scrive, setacciando qua e là tra un Toto Cutugno e un Al Bano, tra un Cavallo Pazzo e la scheda Totip, tra un Pippo Baudo e un Gianni Ravera, qualcosa di bello c’è stato. Più di qualcosa, a dire la verità, che non merita certamente l’oblio e che probabilmente andrebbe ripreso per onorarne la giusta dimensione artistica. Mi sono divertito allora a raccogliere una serie di canzoni che non meritavano di essere dimenticate. Sarà una selezione parziale, lo so, soggettiva, lo so. Ma credo meritasse di essere fatta. Partiamo.

LIVIDI E FIORI – Patrizia Laquidara (2003)

niente scuse solo colori
scusarsi è come avere pochissima memoria
tentiamo passi un po’ confusi
spargendo a terra petali e fiori

Il Festival del 2003 è uno degli ultimi dell’era Baudo. Ad affiancarlo sul palco, Serena Autieri e Claudia Gerini, con l’orchestra sinfonica di Sanremo a dare consistenza e qualità agli arrangiamenti, compreso quello di questa canzone, scritta a quattro mani con Bungaro, che rimanda a un’atmosfera lusitana (non a caso l’album da cui è tratta si chiamava Indirizzo portoghese). Patrizia Lauqidara, catanese, si presenta per la prima volta davanti a una platea così grande. Un vero peccato che oggi la ricordino in pochi.

IO COME FARO’ – Ornella Vanoni (1989)

Io come farò a imparare che
Si può vivere senza un amore
I tuoi occhi no
La tua bocca no
Io non me li posso inventare

A distanza di 19 anni da Eternità, che con quel verso Io ti guardo mentre dormi accanto a me fece scandalizzare i moralisti dell’epoca, anche se avevano un’amante, Ornella Vanoni torna al Festival in un momento della sua carriera in cui non deve più dimostrare nulla. Questa canzone, scritta da Gino Paoli, anche lui al Festival di quell’anno, con Mauro Pagani e Sergio Bardotti, regala e impreziosisce un Sanremo passato alla storia per aver messo insieme la peggiore compagnia possibile, dai presentatori (i figli d’arte Celentano, Tognazzi, Quinn, Domenguin) alle canzoni (Vasco di Jovanotti, Cara terra mia di Al Bano e Romina, Esatto di Francesco Salvi, solo per citarne tre, ma l’elenco sarebbe lunghissimo). Una vera perla, che miscela in modo mirabile sentimento e sesso come la summa di quella cosa chiamata “amore”. Ascoltatela.

GUARDASTELLE – Bungaro (2004)

E ho fantasia e posso anche volare
La fantasia, lo sai, ti fa volare
guardastelle, guarda, in questo mare di stelle, mi perderò con te
guardastelle, guarda, è un cielo di fiammelle, il buio più non c′è

Nel 2004, in un Festival caratterizzato dagli ascolti più bassi di sempre, la conduzione di Simona Ventura e la direzione artistica di Tony Renis non lasciarono il segno, come le canzoni, finite nel dimenticatoio dopo poco tempo. Influì non poco il boicottaggio delle case discografiche, in dissidio con Renis, e all’Ariston non arrivarono grossi big. Nel cast dei partecipanti c’era Bungaro, alla ricerca dell’ennesima conferma popolare destinata ancora una volta a latitare. Ed è un peccato, perché l’artista pugliese, autore di belle canzoni per tanti colleghi, avrebbe meritato sicuramente miglior fortuna. Questa canzone fa del romanticismo la propria essenza, ma si accompagna alla poesia, grazie anche a un’interpretazione che annovero tra le migliori mai viste all’Ariston.

 

DIETRO LA PORTA – Cristiano De Andrè (1993)

Ci sono novità ci sono notti
Che per niente al mondo cambierei
Ci sono novità e tutto quello che ci porterà
Questo vivere appesi coi denti
Per una faccia migliore
Questo vivere fuori dai tempi
Aspettando per ore

Il Festival del 1993, con Baudo regnante indiscusso, aveva già un vincitore annunciato: Enrico Ruggeri, che alla fine trionfò davvero con Mistero, un brano che pure non apparteneva al meglio del repertorio del cantautore milanese. Ricordo fischi e polemiche in sala per l’esclusione di Renato Zero, arrivato solo quinto con Ave Maria dopo aver commosso la platea, e per il terzo posto della canzone Gli amori diversi di Rossana Casale e Grazia Di Michele, ritenuta invece dal pubblico troppo debole. Ricordo anche gli applausi a scena aperta per questa canzone, portata al Festival da un figlio d’arte, che però di raccomandato sembrava non aver nulla. Un brano intimista e delicato, scritto con Daniele Fossati, che apriva alla speranza in quei giorni difficili (poche migliaia di km più in là, nell’ex Jugoslavia, si combatteva una guerra fratricida, il mondo politico italiano era ancora shockato da Tangentopoli) e che offriva una chance a un giovane cantautore, che, a dispetto (o forse a causa) del pesantissimo cognome sulle spalle, non avrebbe mai fatto il grande salto.

 

UN PO’ DI TEMPO – Maurizio Lauzi (1996)

Baudo imperante anche stavolta alla conduzione, accompagnato da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza. Festival al massimo della popolarità, con un vincitore annunciato, la coppia composta da RonTosca, che avrebbe confermato le previsioni mettendo d’accordo praticamente tutti con Vorrei incontrarti fra cent’anni. Questo se non ci fossero stati Elio e le Storie Tese, autentici mattatori di quell’edizione con La terra dei cachi, brano esilarante e più esplicativo di un trattato sociologico sui vizi del nostro paese. Tra gli esordienti quell’anno c’era anche Maurizio Lauzi, figlio d’arte ma soprattutto apprezzato cantautore al di là delle parentele famose. Questa canzone, che per me resta una delle migliori mai sentite al Festival, per freschezza compositiva, per interpretazione, per linguaggio, a Sanremo fu molto apprezzata da George Benson, che in quell’edizione era tra gli ospiti stranieri. Una medaglia al petto per il giovane Lauzi, che purtroppo non avrebbe avuto negli anni la popolarità che meritava, come confermato anche dai dischi successivi.

 

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