C’è qualcosa di evocativo nel nuovo disco di Moltheni. Evocativo è il ritorno per Umberto Maria Giardini a uno pseudonimo lontano dodici anni dalla sua storia musicale, ma evidentemente ancora presente nelle corde del talentuoso cantautore marchigiano, la cui qualità artistica, coerente in oltre vent’anni di carriera, non è stata purtroppo sufficientemente ripagata dalla popolarità. Evocativo è il titolo del disco, Senza eredità (La Tempesta Dischi), che raccoglie brani e suggestioni la cui genesi è lontana nel tempo (ad eccezione della traccia di apertura del disco, La mia libertà, che ha visto la luce nel 2018, si tratta di composizioni per la cui genesi occorre risalire al periodo compreso tra il 1998 e il 2002) e rimanda a un vero e proprio testamento artistico. A farla da protagonista è il passato, quel passato che Giardini evoca con forza – e con grazia quasi proustiana, oseremmo dire – in undici tracce di notevole impatto artistico, ripescate dai cassetti della memoria e nelle quali si respira il gusto retrò del già vissuto. Un amarcord originale e delicato che viene celebrato in modo struggente e con più di un rimpianto. E’ quel tempo che potrebbe essere ignorato, per seguire il refrain di Estate 1983, ma che torna prepotente nei ricordi messi in musica, che danno spazio a emozioni lontane, eppure sempre presenti. Un disco che si fa apprezzare sin dal primo ascolto, nel quale svettano piccole perle nascoste, come Ester, brano in cui fa capolino il ricordo della madre e del loro rapporto fatto di dolcezza e di conflitti (“…la tua pelle come latte di perle dentro a un cielo con le stelle ed io povero come un dio a cui non restano nemmeno quelle…“). O come Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti e Sai mantenere un segreto?,  dedicati rispettivamente alla memoria del padre Nino e della cognata Carla. Ci sono poi tracce in cui il disincanto si miscela alla denuncia sociale: pensiamo a Spavaldo  dove una frase come “la felicità va in campeggio in tenda dentro ai centri commerciali” coabita con “perderemo treni, quelli rotti che deraglieranno senza freni, privi di biglietto e di un cuore finto con un battito perfetto” e si fonde con un riff ipnotico e ricorsivo che si canticchia al primo ascolto. Struggente è poi “Nere geometrie paterne” che racconta con pudore e poesia la brutalità della violenza subita da una figlia dalla parte del proprio padre (“E dicevi di amarmi come la terra ama l’acqua d’estate, un amore pagato un po’ a rate, incomprensibile agli uomini“).

Abbiamo rivolto alcune domande a Umberto Maria Giardini.

Il progetto Moltheni rappresenta una parte importantissima nella tua esperienza artistica. Perché hai deciso proprio adesso di riprenderlo, a 10 anni di distanza dall’ultimo disco, sia pure in modo temporaneo?
Non è stata una decisione che ha riguardato il fattore tempo, anche per il fatto che l’album era già finito oltre un anno fa, quindi il “proprio adesso” della domanda non coincide esattamente con la sua uscita. Detto questo è stata un esigenza legata al continuo sollecito da parte di moltissimi fan che reclamavano quei pezzi che non avevano mai visto la luce ma che di fatto esistevano, spesso anche suonati dal vivo. Questo disco che li ripesca sarebbe potuto uscire anche tra qualche anno. Moltheni non esiste più da undici anni oramai, è parte della storia della discografia italiana passata più che presente, questo disco è da interpretare come un omaggio ai fan e allo stesso pseudonimo che li ha fatti affezionare.

In realtà vediamo che “La mia libertà” è del 2018, quindi possiamo dedurre che la poetica moltheniana resti ancora attuale, almeno per alcuni aspetti… Quali secondo te? 
La poetica di Moltheni sarà sempre attuale poiché è ben scritta. Non conosce ne risente delle mode e del linguaggio che ogni anno si modifica e/o aggiorna tra i più giovani. Moltheni è qualcosa di classico che pur non esistendo più esiste.

Cosa invece è irrimediabilmente legato al passato e che quindi fa sì che Moltheni sia davvero senza eredità?
Tutto. Io personalmente vivo di passato, tuttavia non mi considero un nostalgico. Ho la mente abbastanza lucida per comprendere e ammettere che tutto ciò che appartiene al passato è più bello e più equilibrato. Oggi la situazione globale che stiamo vivendo ne è la prova, ma le avvisaglie per chi osserva la società attentamente come me vi erano già da svariati decenni. Ora sono conclamate e senza un apparente via di ritorno.

In “La mia libertà” sono stato molto colpito dalla frase “il bene collettivo mi coinvolge”. Personalmente la trovo dirompente, in un mondo sempre più egoista e chiuso. Le attribuisco un significato politico e la associo alla frase di Gaber “Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”. È così o ho sbagliato interpretazione?
Onestamente e nonostante sia un grande fan di Giorgio Gaber non so bene nemmeno io se il significato di questa frase tocchi sponde così intelligenti, so solamente che il bene collettivo mi coinvolge e mi trascina in sé tantissimo, ma d’altra parte non riesco a trattenermi nel dimostrare il mio disappunto verso una classe dirigente sempre e puntualmente inadeguata alle aspettative della gente. Come chi mi conosce sa bene, non appartengo da molti anni a nessun credo politico, sono un cane sciolto che osserva e deluso prende posizioni nell’acqua stagna di un marasma sempre più approssimato delle vicende politiche del nostro paese.

Il senso del dolore e della perdita traspare in molti brani. Credi che il tempo e la forma canzone possano lenirlo e farlo diventare quasi catartico?
Assolutamente no. Il musicista e la musica in sé oggi è molto sopravvalutata. Lo dico con molta onestà intellettuale tirandomi anche la zappa sui i piedi, ma liberandomi da qualsiasi ipocrisia. Questo è comunque quello che penso. A mio personalissimo avviso la musica rock, pop, rap e compagnia bella, non ha questo potere, soprattutto in quelle forme scadenti che negli ultimi si sono materializzate. Presumibilmente la musica classica, come quella sperimentale (elettronica sofisticata intendo) hanno un valore aggiunto, sia perché sono strumentali, sia perché hanno nel loro DNA il potere di rilassare la mente e di conseguenza far riflettere gli esseri umani.

Moltheni in un’esibizione live (foto di Daniele Franchi)

Ti manca non aver potuto presentare (a causa dell’emergenza Covid) il disco in una dimensione live? 
Non più di tanto. L’inattività live è certamente qualcosa di insostituibile, ma è pur vero che le programmazioni su scala nazionale dei concerti erano già fortemente malate prima del Covid. Molti promoter prima del disastro avevano quasi tutti adottato la filosofia di fare solo concerti che avrebbero assicurato loro il sold-out in partenza. I pochi club rimasti sul territorio a capienza media, non guardavano più da tempo alla qualità e al gusto della proposta, quindi, forse, una sorta di resettamento generale farà bene alla musica live in Italia.Tutti speriamo che si riprenda quanto prima a suonare dal vivo, ma assieme a questa speranza deve esserci anche quella di dare spazio alle proposte di qualità, non solo a quelle che fanno grossi numeri.

Come giudichi la situazione della musica italiana oggi?
Non la giudico poichè non la seguo più di tanto. Intravedo uno sfaccettamento sempre più ampio di generi, proposte, cantautori, band, rapper, trapper e compagnia bella che francamente mi annoiano a morte. Senza parlare poi di tutti quei nomi che confondo per il semplice fatto che mi sembrano tutti simili, con una personalità e una fisionomia davvero prevedibile. Non aggiro la domanda, è solo che non saprei cosa dire.

Si parla tanto in questi giorni di Sanremo, sulle ragioni che porterebbero a fare comunque il Festival e su quelle che invece portano avanti tutti quegli artisti che non possono (ancora e chissà fino a quando) salire su un palco. Cosa pensi di tutto ciò, e che ricordi hai della tua unica esperienza sanremese, nel lontanissimo 2000, proprio come Moltheni?
Non lo so, mi occupo della musica suonata e non di tutto quello che ci ruota attorno, che anche in questo caso (debbo ripetermi) non seguo. Del mio Sanremo ricordo poco niente, era il 2000 ed eravamo in un altro mondo. Nella mia memoria è impresso il momento in cui scendo le scale del palco con Teocoli che mi guarda e ride. Ricordo la hall del mio hotel affollatissima di discografici delle major con stampato in faccia la totale disconoscenza della materia musica. Ricordo poi la mia stanza di hotel e Teddy Reno incontrato per caso in ascensore. Il resto, buio totale.

NoteVerticali si occupa, oltre che di musica, anche di cinema e letteratura. Un film e un libro che potrebbero sposarsi bene con “Senza eredità“?
Il film potrebbe essere “The tree of life” di Terrence Malick, il libro sicuramente “La ragazza del secolo scorso” dell’amata Rossana Rossanda.

Cosa c’è nel cassetto di Umberto Maria Giardini?
Sto ultimando il nuovo album di Stella Maris. Negli ultimi due anni mi sono occupato giorno e notte di questo nuovo album e sono sicuro che per gli amanti del genere sarà un piccolo capolavoro.

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...