Libri e chitarra sono da sempre per me amici inseparabili. Lo erano ancor di più da studente universitario. Capitava molto spesso che, terminata la sessione quotidiana di studio, prima di uscire con gli amici, prendessi la chitarra o la tastiera per improvvisare qualcosa e dar sfogo al desiderio di cantare che mi ha accompagnato sin da bambino. Feci anche così quel caldo pomeriggio di sabato 23 maggio 1992. Anzi, feci di più: essendo solo in casa quel pomeriggio, decisi di trasformare il soggiorno in uno studio di registrazione improvvisato, per fissare su cassetta i miei vagiti canori. Ricordo ancora il microfono appeso al lampadario (!), le cuffie sulle orecchie e la chitarra a tracolla. Avevo però dimenticato di staccare il telefono, che a un certo punto, inevitabilmente, squillò. Dall’altro capo del filo il mio amico Maurizio, lo stesso che, un martedì pomeriggio di settembre di nove anni dopo, avrei sentito scioccato al telefono mentre mi stava raccontando di un aereo che si era abbattuto sulle Torri Gemelle a New York.
Luì, hanno fatto un attentato a Falcone!”, queste le sue parole che mi fecero raggelare. Accesi la tv e vidi il volto serissimo del giornalista del tg che stava raccontando agli italiani cosa era accaduto pochi minuti prima sull’autostrada Palermo-Capaci. Poi vidi le immagini e capii che quella era stata, ancora una volta, la dimostrazione della potenza di Cosa Nostra, l’ennesima dichiarazione di guerra allo Stato. Una vendetta contro chi, più volte e senza l’aiuto necessario, anzi subendo anche l’onta dell’accusa, della maldicenza, della calunnia (non dimentichiamo le vergognose prese di posizione contro di lui sulla stampa, in tv, per non parlare di tutti gli ostracismi che avrà subito in privato) aveva tentato di colpire al cuore quella piovra oscura e potentissima che metteva in scacco le istituzioni. L’ennesima resa sul campo di un servitore fedele e integerrimo come Giovanni Falcone, e di quelli che, in quel caldo pomeriggio maledetto, si trovavano con lui sulla strada della morte: Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Stavolta però era diverso, e me ne accorsi subito: lo sdegno per l’episodio non si attenuò con i giorni, anzi crebbe e divenne testimonianza viva e matura, allargandosi a macchia d’olio dalla Sicilia a tutta l’Italia, che nonostante i tentativi di disgregazione finalizzati a un separatismo rozzo e becero, manifestava la sua volontà di restare unita, “con gli occhi aperti nella notte scura“. Ricordo che ne parlammo persino in aula, tra colleghi e con i docenti: quel minuto di silenzio chiesto spontaneamente al professore e consumato alla prima lezione di lunedì 25 maggio fu denso di commozione e forza. Nella mia speranza di ventenne, stava prendendo coscienza un’altra Italia. Quella dilaniata a Capaci (e poi a Palermo, il 19 luglio) e oltraggiata da anni di vergognoso occultismo politico rinasceva nella mente di chi finalmente scendeva in piazza per gridare la propria protesta, anche a costo di sfociare nella violenza.

Ma da allora cos’è cambiato? Riina e Provenzano sono morti, così come Andreotti, Dell’Utri è in carcere, e la giustizia italiana ha decretato che la trattativa Stato-mafia nei giorni successivi al 1993 ci fu, fino alla strana pax coincisa guarda caso con la ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi. Ma siamo davvero sicuri che la mafia sia stata realmente sconfitta e che quella coscienza sia ancora viva e vigile?

Si può sperare che il mondo torni a quote più normali,
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature,
se avremo ancora un po’ da vivere
la primavera intanto tarda ad arrivare…

(Franco Battiato, “Povera patria”, 1991)