Antidiva iconica, attrice impegnata, colta, drammatica, comica, voce roca, calda, avvolgente, sguardo malinconico, intenso, sorriso superbo e trascinante, ma soprattutto profonda intelligenza, verve, brillante senso dell’umorismo e anima illuminata.
Grande protagonista della vita culturale del nostro Paese” – queste le parole del presidente Mattarella nel ricordare Monica Vitti, scomparsa lo scorso 2 febbraio.
Una brillante carriera di quasi quarant’anni: cinque David di Donatello, tre Nastri d’argento, otto Globi d’oro, quattro Grolle d’oro, un Orso d’argento, un Ciak d’oro e un Leone d’Oro alla carriera, tra i vari riconoscimenti. Musa di Michelangelo Antonioni, Mario Monicelli, Ettore Scola, Dino Risi, Alberto Sordi. Apripista per una generazione di attrici, figura pionieristica in grado di portare piccole rivoluzioni all’interno della drammaturgia filmica italiana, in un contesto culturale ancora maschilista, Monica Vitti è stata l’unica “mattatrice” della storia della commedia all’italiana, accanto ai grandi (oltre allo stesso Sordi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi).

Maria Luisa Ceciarelli – questo il suo vero nome – si forma giovanissima, diplomandosi nel 1953 all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e esordisce a teatro, recitando Euripide, Shakespeare e Molière. Inizia ad affermarsi alla metà degli anni ‘50; in un contesto ove lo stereotipo dell’ideale di bellezza femminile è dominato da dive appariscenti ed esuberanti, si pone subito, con un’attitudine diversa, con una bellezza inconsueta, che non si prende troppo sul serio, come antidiva ironica, fragile, mente critica, sagace, pronta a battersi per l’uguaglianza di genere e a rivoluzionare culturalmente la figura femminile. “Musa inquietante” e amante di uno dei più grandi protagonisti del cinema italiano: Michelangelo Antonioni è subito affascinato dalla profondità della voce e l’intensità dello sguardo. Grazie al timbro particolare lavora come doppiatrice, prestando la sua “vociaccia” – come lei stessa la definisce – ai personaggi di Fellini, Pasolini, Antonioni. Con quest’ultimo il sodalizio avverrà tra il 1960 e il 1964 con la tetralogia dell’incomunicabilità: ne L’avventura, La notte, L’eclisse e in Deserto rosso, Monica da prova di grande maestria nel rappresentare l’interiorità fragile e inadeguata di un’intera generazione.

Il cineasta estense sviscera il potenziale drammatico e intimista dell’attrice, proiettando sul grande schermo per la prima volta l’alienazione e il disagio esistenziale dell’età contemporanea, imprimendo un significativo rinnovamento nella storia del cinema. Consacrata grazie alle interpretazioni drammatiche, con la commedia all’italiana raggiunge il cuore anche del pubblico nazional popolare, prima con Monicelli, che ne risalta il senso dell’umorismo e la spiccata verve comica, poi con il sodalizio artistico con Alberto Sordi, con cui dipinge magistralmente vizi e virtù di un’Italia post-bellica, scrivendo pagine di storia del cinema. Nel 2021, in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, in occasione dei suoi novant’anni, viene presentato il film documentario Vitti d’arte, Vitti d’amore”, diretto da Fabrizio Corallo, che ripercorre la carriera, le fragilità e l’incontenibile verve della grande attrice attraverso le voci, tra le altre, di Laura Delli Colli, Citto Maselli, Enrico Lucherini, Giancarlo Giannini, Michele Placido, Barbara Alberti, Christian De Sica, Paola Cortellesi.
Monica Vitti ci lascia e con lei se ne va un’attrice di immenso spessore, gran carattere e forte personalità” – scrive Carlo Verdone – “In un cinema tutto o quasi al maschile, lei ed Anna Magnani hanno rappresentato il talento femminile ai massimi livelli. Perfetta e credibile sia nel drammatico che nella commedia lascia
un’eredità dura da colmare”. Eppure, di fatto, Monica se ne era già andata: l’avevamo già persa vent’anni fa, colpita da una malattia degenerativa che l’ha progressivamente portata ad allontanarsi dalle scene e dalla vita sociale; un triste destino per una grande donna della cultura contemporanea italiana, che, tuttavia, ha contribuito a costruire il mito di un’icona distaccata, appartenente a un universo più alto. Ritirandosi a vita privata, la sua immagine è rimasta come intoccata, si è eternizzata in una dimensione senza tempo. Addio Monica, te ne sei andata in silenzio, portando via con te tutto ciò che le parole non riescono a comunicare.

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