Pensare alle donne e agli uomini. Alla necessità di storie, di suoni, di futuro“. E’ quanto leggiamo in uno degli ultimi interventi social di Ernesto Orrico, attore e regista teatrale che ha sempre guardato con attenzione alla propria realtà, quella calabrese, e al proprio tempo. Ma non solo. Le sue riflessioni, intelligenti e provocatorie, oltre che pienamente condivisibili, sullo stato di salute del teatro in Calabria, nonché la sua continua ricerca di nuovi metalinguaggi e di nuove forme espressive, capaci di superare stereotipi e barriere, contribuiscono da anni a stimolare l’attenzione sul teatro come forma artistica e comunicativa antica e moderna al tempo stesso.

La sua performance più recente è “La fuga di Pitagora lungo il percorso del sole“, polilogo di Marcello Walter Bruno, di cui Orrico ha curato interpretazione, spazio e regia. Un testo visionario, che immagina il filosofo e matematico che da Samo giunge a Crotone, in quella che diventerà la culla della Magna Grecia, il centro nevralgico della civiltà presocratica. Lo spettacolo, che si avvale del contributo musicale dal vivo di Massimo Garritano e che vede anche la voce di Ada Roncone e la collaborazione artistica di Manolo Muoio, dopo il debutto romano del 23 gennaio al teatro di ÀP – Accademia Popolare dell’antimafia e dei diritti, dopo alcune tappe, è stato costretto a fermarsi per l’emergenza Coronavirus.

Abbiamo rivolto alcune domande a Orrico.

Parliamo del tuo ultimo lavoro, La fuga di Pitagora lungo il percorso del sole. Come è nata lidea di mettere in scena il polilogo su testo di Marcello Walter Bruno, e che direzione artistica hai inteso dare allopera?
Da qualche anno avevo in mente di lavorare sulla figura storico-mitica di Pitagora e ho trovato in Marcello la sponda perfetta per portare a compimento questa idea. Lui già negli anni 80 aveva lavorato su “materiali pitagorici”, per la RAI regionale prima e per la compagnia Krypton poi. Quando gli ho detto che avevo intenzione di preparare uno spettacolo sul filosofo di Samo, si è subito offerto di scrivere una drammaturgia originale. In pochi mesi mi ha sottoposto il testo che ha debuttato – come studio – il 23 gennaio scorso nell’ambito della rassegna teatrale organizzata dall’Accademia Popolare di Roma. La fuga di Pitagora è un polilogo di stati d’animo, un monodramma per voce e musica, dentro c’è l’invettiva politica e l’evocazione poetica, l’orazione e la lezione. Un testo che definisce un movimento sonoro che è moltiplicazione di storie, incastri, accenni, rimandi, citazioni.

La drammaturgia abbraccia un concetto bellissimo, quello della tolleranza. Pitagora non è più solo il grandissimo filosofo e matematico che tutti conosciamo, ma anche e soprattutto uno spirito che invita alla conciliazione e alla convivenza. Un tema quantomai attuale nella società di oggi. Pensi davvero che un giorno lItalia possa essere per tutti il minestrone in cui popoli diversi si mischiano per un più di sapore, per un più di sapere, per un più di colore e di calore?
La storia del nostro paese è una storia di migrazioni, di invasioni, di accoglienza… l’Italia è così, è da sempre il minestrone a cui fa riferimento il Pitagora immaginato da Marcello Walter Bruno. Nella nostra contemporaneità viviamo la questione delle migrazioni con un’ansia eccessiva che è soprattutto speculazione politica sulla pelle degli innocenti. Certo, non nego che il problema dell’accoglienza e dell’integrazione ci sia e abbia proporzioni notevoli, ma mi piace pensare che il “modello Riace” tornerà ad affermarsi, ci vorrà del tempo, ci vorranno scelte politiche radicali, ma è l’unica strada “umanamente” percorribile. Diversamente andremo incontro ad altro dolore e nuove catastrofi.

La virilità, dice il Maestro, comincia con un organo e finisce con unarma. Per voi è osceno ciò che genera, non ciò che uccide. Nella frase leggo anche un monito alla società di oggi, in alcuni contesti troppo intenta a censurare le apparenze e poi invece distratta nel non condannare alcuni episodi di violenza. Il teatro è lontano anni luce dalla censura, eppure capita a volte che anche alcune espressioni teatrali siano censurate o comunque ostacolate per i contenuti che richiamano. Ricordo il caso emblematico de ‘U tingiutu, straordinaria opera del 2009 sulla ‘ndrangheta di Dario De Luca che ti vede tra gli ottimi interpreti, e che non ebbe il successo che meritava. In quelloccasione hai ravvisato una censura seppur indiretta? Ci sono state altre situazioni in cui hai vissuto la censura sulla tua pelle artistica
Poni una questione interessante, sulla quale, proprio a partire dagli spettacoli sulla ‘ndrangheta mi sono interrogato. Credo che sia esistita, fino a qualche anno fa almeno, una censura che direttori artistici e organizzatori hanno esercitato – in maniera più o meno consapevole – verso proposte di teatro che trattassero tematiche legate alla mafia. Probabilmente perché, soprattutto in alcune aree del paese, si pensava fossero fenomeni legati esclusivamente alle regioni del sud, mentre è oramai acclarato, grazie a numerose inchieste della magistratura e del giornalismo, che le grandi organizzazioni malavitose non conoscono confini geografici e anzi da molto tempo hanno stabilito le loro basi operative nelle regioni che producono più reddito. Il teatro a volte ha visto lungo, trattando senza paura queste tematiche, non soltanto con operazioni di teatro civile che spesso si traducono in mera testimonianza, ma con costruzioni poetiche potenti e disturbanti, penso a lavori come Cani di bancata di Emma Dante, Gomorra di Mario Gelardi (tratto dal testo di Roberto Saviano) o allo stesso U tingiutu di Dario De Luca.
Negli ultimi anni ho lavorato in Va pensiero di Marco Martinelli e Ermanna Montanari prodotto dal Teatro delle Albe e da Emilia Romagna Teatro, una scrittura originale ispirata a fatti di cronaca che riguardano le infiltrazioni mafiose in alcune aree dell’Emilia Romagna. In particolare nel plot c’è un forte riferimento alla vicenda di Donato Ungaro, vigile urbano con la passione per il giornalismo, che all’inizio degli anni Duemila raccontò di connivenze tra potere politico e una cosca di ‘ndrangheta nel paese di Brescello. È successo che nell’approssimarsi delle repliche previste a Reggio Emilia, l’ex sindaco protagonista di quella vicenda ha fatto arrivare a mezzo stampa una minaccia di querela se lo spettacolo fosse andato in scena, naturalmente il direttore del teatro ha respinto con vigore questa pretesa e cosa ancor più bella il pubblico ha affollato con entusiasmo il teatro. Una risposta civile importante. Nel marzo scorso Va pensiero avrebbe dovuto concludere il terzo anno di repliche, ma a causa del lockdown la produzione ha dovuto sospendere tutta la tournée con il serio rischio che non potrà mai essere recuperata.

Ernesto Orrico e Massimo Garritano (foto Claudio Valerio)

In La fuga di Pitagora sei tornato a collaborare con Massimo Garritano, che ha dato vita a sensazioni sonore declinando in note le suggestioni di un testo evocante. Qual è stato il suo apporto e il suo valore aggiunto?
Con Massimo siamo alla terza collaborazione in pochi anni, dopo La mia idea. Memoria di Joe Zangara e Talknoise. Materia sonora non conforme abbiamo trovato un altro terreno di indagine artistica comune. Lui è un musicista che davvero non è esagerato definire “straordinario”. Curioso, duttile, impaziente. Lavorare con lui è una sfida continua. Per questo lavoro in particolare si è dotato di nuovi strumenti tecnici, la sua chitarra acustica (una splendida Martin) è supportata da un parco effetti ricco e variegato, attraverso il quale è riuscito a disegnare un panorama sonoro che evoca “atmosfere pitagoriche” senza scivolare in mondi musicali già sentiti.
Il testo di Marcello è ricco di informazioni, denso di costruzioni linguistiche ricercate, il rischio che correvamo era quello di offrire un mero sottofondo o peggio ancora un accompagnamento musicale didascalico, e invece sono convinto che siamo riusciti a creare – attraverso un costante ed equilibrato dialogo fra voce e musica – un insieme armonico che sorprende e alimenta l’attenzione dello spettatore.

Nel fondo di un corpo che duole, io mi ricordo. Nellimprovviso sorriso imprevisto, io mi ritrovo, dichiara lAttore ricordando le sue vite precedenti. Tanti ruoli, tante anime, spesso diverse e spesso distanti. Non c’è il rischio di uno smarrimento della propria?
Il mio lavoro offre la possibilità di conoscere altre “anime” e di riconoscersi in esse. Un’opportunità unica, a volte inebriante, altre volte profondamente dolorosa. Bisogna essere sempre presenti a se stessi, essere sempre in controllo pur mantenendo un margine di apertura verso un’emozione imprevista e luminosa. C’è una frase di Jerzy Grotowski a cui ritorno spesso per non perdere la mia anima e per essere aperto verso altre “non c’è libertà se non si paga il prezzo dell’ascesi. Ma è ascesi intesa non in senso mistico o religioso, bensì in senso concreto, come limitazione dell’io”.

In questi giorni di forzata clausura a causa dellemergenza Coronavirus, ti abbiamo visto molto attivo e presente sui social, con spazi quotidiani in cui hai allietato, stimolato, provocato il tuo pubblico. Qual è stata la sensazione più inattesa che hai registrato come attore e come persona?
All’inizio del “bloccoCovid” ho avvertito una sensazione di smarrimento che ho subito cercato di allontanare continuando a lavorare, a leggere, a scrivere e costruendo degli appuntamenti quotidiani tramite le dirette Facebook. Ho proposto riletture di vecchi lavori, ho rispolverato libri a cui sono molto legato, ho dato voce alle parole dei poeti che più amo. Le reazioni che sono arrivate sono state nella gran parte positive, “i miei contatti” mi incitavano a continuare, a proporre altro, a sorprenderli con le mie apparizioni. Certo parliamo di numeri limitati, una media di 150/200 visualizzazioni, numeri che se confrontati alle visualizzazioni di un qualsiasi influencer appaiono ridicoli, ma quello che più mi è interessato sono state proprio le reazioni dei singoli, i messaggi pubblici durante le dirette, i messaggi privati a posteriori. Ho ritrovato una voglia di umanità che, anche attraverso il mezzo digitale, si è palesata in maniera esplosiva, autentica. Non è teatro, non può esserlo per ragioni ovvie, il teatro è assembramento, è vicinanza, è odore, ma la connessione che si crea attraverso i social può rivelarsi interessante e può a aiutare a tener vive relazioni che diversamente, visto che il blocco per noi del mondo del teatro sarà ancora lungo, rischiano di perdersi o quanto meno di sfilacciarsi.

In questi giorni hai anche riattivato su Facebook la pagina Teatro in Calabria che ha lobiettivo di accendere il confronto e la discussione sul teatro e sulla cultura in generale nella tua regione. A livello nazionale, i dati parlano di oltre 300mila persone senza lavoro, con una perdita economica complessiva superiore ai 150 milioni di euro. È inevitabile pensare non solo al presente, ma alle ripercussioni che questa crisi porterà in futuro. Impossibile pensare a un ritorno a teatro immediato e indolore al tempo stesso. Occorrerà ripensare alla modalità di fruizione degli spettacoli, privilegiando lo streaming e la tecnologia? Secondo te cosa deve fare lo Stato per andare realmente incontro agli attori e a tutte le persone che lavorano nel mondo dello spettacolo, a tutti i livelli?
Come dicevo prima, il teatro è presenza, compresenza di attore e spettatore in uno stesso spazio-tempo. Le forme di ibridazione tecnologica che portano il teatro a mescolarsi con il cinema, con il video d’autore, con forme estese di performance-art esistono ormai da decenni, ma non possono per motivi ontologici essere sostitutive del teatro. Sono un’altra cosa. Utile, interessante, stimolante, talvolta straordinaria, ma sono un’altra cosa. Il teatro tornerà? Certo. È naturale, fa parte del nostro DNA. La sua forma basica, primordiale, possiamo individuarla in un genitore che racconta una storia della buonanotte. Come può scomparire il teatro? Se scompare l’uomo! Ma al momento, pur essendo immersi nella catastrofe della pandemia, non mi pare sia all’ordine del giorno questa opzione.
Cosa diversa è il mondo del teatro come entità produttiva, come parte di un sistema culturale che adesso è semplicemente in ginocchio. Siamo stati i primi a fermarci e saremo gli ultimi a riaprire, ormai è un dato certo. Il Ministero dei beni Culturali ha annunciato un investimento importante a favore di compagnie e enti di produzione e distribuzione, ma ancora non si capisce quali saranno le modalità per accedere ai fondi e alle sovvenzioni, il mio auspicio è quello che si tenga conto delle piccole realtà che si autoproducono e che investono soprattutto sulla forza lavoro di attori e maestranze varie. Nell’immediato sarebbe auspicabile un intervento straordinario, una misura estrema, un reddito di sopravvivenza che vada ai singoli lavoratori almeno fino a quando i teatri non siano riaperti. Anche le regioni potrebbero giocare un ruolo importante in questa direzione.

Orrico e Garritano in “La fuga di Pitagora” (foto Marco Costantino)

Come vedi la situazione teatrale calabrese e come immagini la sua evoluzione post Coronavirus?
La Calabria negli ultimi anni come Regione si è dotata di una nuova legge di settore, ma il suo funzionamento è sempre condizionato da una pachidermica macchina burocratica e le compagnie beneficiarie del sostegno economico sono in costante affanno. Inoltre non sono mai state attivate le misure che prevedono il circuito di distribuzione e il centro di produzione teatrale. È evidente che il disastro di una regione sempre ultima riguardo le questioni teatrali rimane. Al tempo del Coronavirus cosa succede? Ci sono state delle richieste di incontro da parte degli operatori indirizzate alla presidente della Regione e al neo assessore alla Cultura, ma al momento non si ha notizia di disponibilità ad aprire tavoli di concertazione o quanto meno di discussione. Eppure sarebbe importante, in vista dell’auspicata ‘Fase 2’, iniziare a ragionare su cosa fare nella prossima estate, se ancora come appare probabile saranno vietati gli assembramenti, si potrebbe pensare a forme di teatro a bassa intensità, magari nei siti archeologici o nei castelli, momenti performativi itineranti per i borghi calabresi, concerti e letture nelle piazze. Si potrebbe ripartire da un teatro che abiti, con attenzione e rispettando le distanze di sicurezza, quello che di straordinario abbiamo, il nostro ambiente.

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi darci qualche anticipazione?
In queste settimane ho lavorato alla revisione di alcuni testi che giacevano nella memoria del computer da un bel po’ di tempo, più che altro stralci di monologhi e poesie, non so se potranno diventare qualcosa di organico, ma è stato comunque un esercizio utile. E poi, appena ci sarà uno spiraglio di riapertura, devo sentire il mio editore. Subito prima del blocco, con Massimo Garritano avevamo consegnato le bozze di un nuovo libro che firmiamo insieme. Speriamo di poterlo mandare in stampa al più presto e magari di presentarlo con una nuova intervista.

 

(La foto a inizio articolo è di Raffaella Arena)