In un giallo avvincente e ricco di colpi di scena, torna il vicequestore creato dalla fantasia di Cristina Cassar Scalia

Parlare e leggere di Sicilia significa quasi sempre parlare e leggere di mare, di sole, di caldo africano. Eppure anche in Sicilia è inverno, specie se ci si trova sull’Etna, in una notte di neve. E’ quella che apre un nuovo mistero che si pone sulla strada di Giovanna Guarrasi detta “Vanina”, vicequestore della Mobile di Catania, dotata di un forte senso di attaccamento al dovere ma soprattutto di quel fortissimo intuito che, anche nelle situazioni più intricate, la guida alla soluzione del caso che le si pone via via davanti. Quello di questa volta è davvero intricato: il vicequestore si trova a fare i conti con una donna morta all’interno di un vecchio albergo in ristrutturazione: così almeno dice il custode Nunzio Scimemi, che avverte la polizia in preda al panico più assoluto. Quando però gli agenti giungono sul posto, il cadavere è sparito, dissolto, volatilizzato. Ventiquattr’ore dopo viene ritrovato nel cimitero di Santo Stefano, proprio il paese dove abita la Guarrasi. E, a complicare ulteriormente la situazione, ecco l’ennesimo colpo di scena: al fianco del cadavere della donna è disteso un uomo, anch’egli morto assassinato. Non un uomo qualsiasi, ma un sacerdote, anzi un monsignore, assai conosciuto e stimato. Intorno ai due cadaveri, fiori, lumini, addobbi. Il mistero si infittisce.

Con Il talento del cappellano, edito da Einaudi, Cristina Cassar Scalia aggiunge un nuovo tassello alla saga di Vanina Guarrasi, il vicequestore della Mobile di Catania già protagonista di altri quattro romanzi, a partire da Sabbia nera, del 2018. Un personaggio sanguigno e verace, una figura complessa che usa le proprie indagini per guardare nel proprio passato. Ed è così anche questa volta: grazie alla forza del proprio intuito e al coraggio delle proprie scelte controcorrente, la protagonista riuscirà a venirne fuori ancora una volta. Completano il quadro una serie di personaggi che restano impressi nella mente del lettore per la propria dirompente umanità: primo fra tutti Biagio Patanè, commissario in pensione e fida spalla per le sue indagini. E poi Tito Macchia, l’ispettore Spanò e tutta quella varia umanità che attraversa le storie con un carico di leggerezza e simpatia. E, su tutto, l’ambiente, che respira vita e ancestrale attaccamento alla terra, ai suoi profumi, ai suoi sapori, alle sue cadenze dialettali. Una terra magnifica che non può essere capita fino in fondo se non le vuoi un po’ di bene.

La narrativa di Cassar Scalia deve molto, inevitabilmente, al Montalbano di Andrea Camilleri. Un’influenza che forse è ingombrante, ma che certo è doverosa per un autore che non ha ideato solo un personaggio, ma un intero genere letterario. Saremmo però ingenerosi verso la scrittrice e medico oftalmologo, originaria di Noto ma catanese di adozione, se non le riconoscessimo una originalità di fondo che è parte del suo talento, e che le fa partorire un personaggio come Vanina Guarrasi, che merita senz’altro un posto nella letteratura italiana contemporanea.

 

Cristina Cassar Scalia, Il talento del cappellano, 320 pagine, Einaudi, 2021.