Alice, Paola Turci, Vinicio Capossela, Gianni Morandi e tanti altri in un viaggio mentale pieno di ricordi e commozione. E con qualche sbavatura…

L’invito al viaggio di cui nell’omonima canzone parlavano Franco Battiato e Manlio Sgalambro si riferiva a un viaggio metafisico, mentale. Senza però escludere i viaggi fisici.
Per ascoltare il concerto per Battiato, in molti a Verona hanno dovuto affrontare un viaggio fisico per poi, all’interno dell’Arena, compiere un viaggio mentale fatto di ricordi, gioie, dolori, un lutto non ancora del tutto elaborato, dolori passati. E tanto altro ancora.
Appena entrati nell’Arena ecco la prima semplice e plastica rappresentazione del fatto che il corpo di Battiato non c’è più. Al centro del palco non c’è la piccola pedana adornata di tappeti sulla quale lui cantava, e dalla quale si alzava per i brani più ritmici o per quelli mistici (come per esempio L’ombra della luce).
Il resto c’è tutto.
La sua orchestra, diretta dal pianista Carlo Guaitoli, chiave musicale di tutta la serata, e i suoi musicisti, a partire dal fido Angelo Privitera, ormai una sorta di suo fratello minore, ci sono. E questo basta per sentirsi meno spaesati.

Questo concerto era nato con l’intenzione di celebrare i 40 anni de La voce del padrone, tra gli album italiani più venduti di sempre, un unicum che lo stesso Battiato, sempre avanti, allergico com’era alle riedizioni stanche, non ha mai cercato di ripetere.
Poi il 18 maggio il corpo di Battiato si è esaurito, la sua anima, come “i migranti di Ganden”, andata altrove, e questo concerto ha cambiato senso.
Perché prima, diciamocela tutta, un vero e proprio senso artistico non ce l’aveva: celebrare un disco di un autore ancora vivo ma, a causa di malattia, impossibilitato da qualche anno a stare sulle scene, sarebbe stata operazione dall’insipido sapore esclusivamente commerciale e, proprio per questo, di cattivo gusto.
Ora, pur odorante di commerciale, un senso ulteriore lo ha, purtroppo, acquisito.

Nato sotto la stella della perplessità, questo concerto ha invece preso subito il volo. Anche perché è stato musicalmente messo in piedi dai principali musicisti di Battiato che, un po’ per scelta inevitabile un po’ per scelta consapevole di mantenere una coerenza di fondo, hanno mantenuto gli stessi arrangiamenti del penultimo tour, quello fatto con Alice.
Quello che poteva destare dubbi era come si sarebbero misurati i vari artisti che si sono succeduti.
Ma tutto si è sciolto con un inizio da brividi, la Teoria della Sicilia di Manlio Sgalambro, le immagini della Sicilia tratte dal film dell’esordio cinematografico di Battiato, Perduto amor, l’omonima canzone, unita a Come away death, accompagnata dalle immagini di Musikanten, entrambe interpretate da una Arisa che dimostra che, con le canzoni giuste, è la migliore voce italiana.
Poi il tutto sale su vertici altissimi quando, con Come un cammello in una grondaia, interpretato da un finalmente misurato e commosso Morgan, iniziano i brani di Battiato.
E il viaggio si fa tutto mentale, fatto di evocazioni molteplici, ognuno con le sue, e continui picchi di commozione, sia tra il pubblico (per me, serata difficilissima) che tra gli artisti.
Paola Turci, dopo le note finali di una intensa Povera patria, è letteralmente scoppiata a piangere, e molti altri, tra cui persino Alice, che passa per essere algida, ma che è l’artista che più e da più tempo ha usufruito del lato pop del genio di Battiato. Non poteva che essere lei a cantare La cura.

Altri picchi si sono raggiunti con Simone Cristicchi (Lode all’Inviolato), Diodato (eccellente interpretazione della difficile E ti vengo a cercare), Gianni Morandi (Che cosa resterà di me, scritta apposta per lui), Scabbia/Ferrari (nella scarica rock di Strani giorni), Gianna Nannini (nell’altra scarica rock di Cuccuruccuccù), Max Gazzè (nella da lui stesso collaudata in tour Un’altra vita), Fiorella Mannoia (nella anche per lei collaudata La stagione dell’amore), il ballerino indiano Manet Raghunath nella splendida e dimenticata Luna indiana, Vinicio Capossela (La torre pare fatta per lui), Gianni Maroccolo e il suo gruppo (in una triade di brani sul periodo sperimentale, riuscitissime Aria di rivoluzione e Da oriente a occidente, non così Sequenze e frequenze, di cui non sono riusciti a tirare fuori l’intensità e le enormi potenzialità evocanti), Juri Camisasca, amico e compagno di una vita, nonché suo alter ego nelle opere liriche.
A proposito di queste, peccato essersi limitati al solo Attende domine tratto dal Telesio, l’opera meno convincente, e non aver rievocato nulla di Genesi (ad esempio la bellissima aria Cerco un giardino dove morire) e Gilgamesh (lo Studio sui percorsi interni della voce o l’Exultet). Spero sempre che qualcuno riprenda in mano questi gioielli e li faccia rifulgere come meritano, insieme alla Messa arcaica: l’aspetto classico di Battiato è quello meno indagato ma forse più interessante. Sicuramente sarà meno commerciale, però, se si vuole veramente fare un’operazione a tutto tondo, sarebbe il caso proprio di riallestire le sue opere.

Da sottolineare, tra le cose riuscite, anche una Segnali di vita cantata dal duo Morgan-Fabio Cinti in modo intenso. Forse un po’ più di spazio a Cinti, che in questo brano ha cantato solo il ritornello, anche se proprio quel ritornello è uno dei bagliori più forti lasciati da Battiato, si poteva dare, visto il suo riadattamento in chiave solo orchestrale de La voce del padrone. Ma, per quanto poco spazio gli sia stato dato, anche Cinti si è fatto sentire.

In generale, al di là dei picchi emotivi di cui ho detto, si è percepito un diffuso senso di rispetto verso Battiato, la sua storia, la sua concezione musicale ed artistica.
Anche perché lo stesso Battiato ha dimostrato, in ben tre dischi di cover, il ciclo floreale, come si possano riarrangiare e interpretare brani di altri con personalità e comunque rispettando gli autori.
Essere originali rispettando l’originale, questa la sfida delle cover.
Non a tutti a Verona è riuscito.
Non tutti, infatti, sono riusciti ad emozionare, e forse perché troppo lontani dalle corde di Battiato o del brano assegnatogli.
Ad esempio, Mahmood, giochi del destino, è su mondi lontanissimi molto diversi da quelli che ha cercato di cantare in No time no space, Eugenio Finardi ha poco a che fare con le delicatezze e l’umiltà davanti all’infinito de L’oceano di silenzio, interpretata invece, solo qualche minuto prima, magistralmente al piano da Roberto Cacciapaglia, con tanto di richiesta al pubblico del silenzio al posto degli applausi. E la stessa cosa può dirsi del modo arruffone e presuntuoso dei Baustelle di porsi davanti alle nostalgie de I treni di Tozeur e al consueto, in questo caso inopportuno e fuori luogo, scalmanarsi di Jovanotti in L’era del cinghiale bianco“ (ma proprio a lui si doveva affidare questo brano storico?).
Perle sprecate, se date in mani e voci non adatte.

Ma la vera falla della serata è stato anche solo pensare che potessero emozionare persone come Vittorio Sgarbi o Al Bano, chiamati sul palco da Umberto Broccoli, cui è stato affidato il compito di riempire i buchi durante i cambi di palco con riflessioni sull’importanza delle parole e citazioni, come quelle del poeta sufi Rumi, legate al mondo che ha ispirato Battiato.
Si tratta, anche in questo caso, di mondi lontanissimi, nel senso di veri e propri simboli viventi, e qui parlo soprattutto del politico ferrarese, di tutto quel mondo arrogante, maleducato, cafone e burino che Battiato ha sempre dileggiato o esplicitamente attaccato (Inneres auge). Molto prevedibile la selva di fischi che li ha costretti, stizziti, a lasciare un palco dove non avrebbero mai potuto esercitare la loro stanca e vuota autoesaltazione. Ricordiamoci che Battiato, molto vicino al pensiero buddista, avvertiva continuamente sui pericoli dell’egocentrismo.

Purtroppo, la mano dell’organizzazione si è fatta sentire nello scegliere alcuni invitati, sol perché appartenenti alla stessa scuderia del manager.
Voglio vederti danzare ha poca attinenza con gli Extraliscio, se non il richiamo a un ballo e il fatto che hanno lo stesso manager di Battiato, quel Francesco Cattini che si è anche attirato molte critiche, negli ultimi anni di scene, per averlo troppo spremuto quando era evidente l’avanzare della malattia generativa.
Tutto questo ci porta a parlare anche di alcuni assenti che, per avere avuto a che fare con Battiato in dischi, collaborazioni e amicizie, forse avrebbero avuto più diritto di altri a stare sul palco dell’Arena: Pippo Pollina, il pianista Arturo Stalteri, Giovanni Lindo Ferretti, anche l’apparentemente lontano Francesco De Gregori e alcuni musicisti dei suoi anni 70/80 come il tastierista Filippo Destrieri e il chitarrista Alberto Radius (che ha sistemato di molto la prima versione dell’album L’era del cinghiale bianco, registrato proprio nel suo studio milanese).

Gli artisti sono stati tanti, non tutti li menziono qui per non appesantire questa già lunga ricostruzione. Quelli che non ho finora menzionato sono passati sottotraccia. Soprattutto, spiace dirlo, i siciliani – Carmen Consoli, Giovanni Caccamo, Luca Madonia, Colapesce e Di Martino, ormai sempre in coppia come Al Bano e Romina – che hanno chiuso il concerto con Centro di gravità permanente, brano che funzionerebbe con chiunque, e quindi ha funzionato anche con loro, ma che, nei brani singolarmente affidati a loro, non è che abbiano brillato granché. A partire da Stranizza d’amuri, affidata al siciliano Mario Incudine e incomprensibilmente al napoletano Enzo Avitabile, che ha storpiato le delicate parole della canzone in fonemi incomprensibili e senza musicalità.
Spiace ricomprendere nel sottotraccia anche Luca Madonia, voce molto bella, forse anche troppo morbida per Summer on a solitary beach, ma poco carisma e altrettanto poca personalità. E Carmen Consoli, amica di Battiato, ma voce assolutamente non adatta ai suoi brani (ricordo una sua versione imbarazzante di Stranizza d’amuri).
Il concerto poi è stato chiuso dalla eccessivamente plastica e inutilmente roboante dimostrazione di potenza dei Subsonica, per allestire il cui palco, fatto di tastiere ovunque (ma lo sanno che si può anche fare con una sola o gli pare che è più figo montarne otto?) e di amplificatori altissimi, ci sono voluti buoni dieci minuti. Il tutto per eseguire un solo brani, Up patriots to arms, un po’ troppo esibizionisticamente distorto e lontano dallo spirito originale.
Tutto questo pesante allestimento è poi rimasto sul palco per l’ultimo pezzo, Torneremo ancora, l’unico in cui si è sentita la voce di Battiato, con l’orchestra dal vivo, e si sono viste immagini di una sua passeggiata sull’Etna. Purtroppo, rovinate da quel popo’ di amplificatori che i Subsonica hanno, in modo invadente e fuori luogo con lo spirito della serata, preteso sul palco, e che non è stato possibile togliere.

Per me, ripeto, serata di difficile, se non impossibile, gestione della commozione e delle lacrime, spesso a dirotto. Spero solo di non essere stato ripreso dalle varie telecamere che hanno registrato lo spettacolo, per farne un dvd e una prima serata, in dicembre, su Rai3.
Il punto è che Battiato ha lasciato in ognuno dei suoi ascoltatori segni indelebili, con una forza incredibile, toccando corde che solo i grandissimi artisti riescono a muovere.
Ci ha cambiato la vita.
Molti, me compreso, non avrebbero per esempio frequentato territori, come lo studio della meditazione e la coltivazione della spiritualità, o comunque non lo avrebbero fatto con la stessa intensità. Senza mai cedere al bigottismo e alla falsa forza della religione che si ammanta di ufficialità.
Battiato, spirito libero, ci ha insegnato a cercare l’Uno, al di sopra del bene e del male, a irridere le mode vacui ed effimere, a stare a debita distanza dalle tentazioni del potere, a non catalogare e non farci catalogare in distinzioni mobili e inutili, come quelle tra le religioni. Ci ha insegnato ad evolverci, a cercare il continuo miglioramento, a sperimentare, a saper cambiare strada, come ha fatto più volte lui nella sua carriera artistica, e anche luogo e modo di vita.
Ad essere autentici.
E a non prenderci mai troppo sul serio, cogliendo nell’autoironia il limite alle devastazioni dell’Io.

Ora è tutto un celebrarlo.
Nelle librerie, con libri però spesso in fotocopia.
Nei concerti di vari artisti.
Anche io mi sono cimentato e continuerò a farlo, rielaborando i suoi pezzi meno noti (li trovate nel mio profilo YouTube). E scrivendo pagine di un libro in preparazione da anni, che chissà se mai pubblicherò.
Spero solo che Battiato non venga ridotto a una sorta di santino, un po’ come è successo a De André, non più pungente, inoffensivo e svuotato del carico più forte del suo messaggio artistico.
Che è molteplice e molto complesso, sia pur nella sua linearità e nei suoi diversi livelli di fruibilità.
Franco Battiato è stato il più grande di tutti, il più eterogeneo, il più diverso, quello più avanti, che però sapeva guardare indietro, avendo radici musicali molto solide, e ispiratori nobili.
Non ce n’era bisogno, ma il ricordo di Verona, pur nella sua inevitabile incompletezza, è servito a confermarlo.
Ma di Battiato e su Battiato c’è ancora tanto da studiare e scoprire, soprattutto rielaborandolo, senza santificazioni retoriche, che erano le cose che meno sopportava (come l’essere chiamato Maestro).
Il suo è uno spirito leggero e giovane, curioso e affamato di verità, e quindi di confronto. Senza verità precostituite e senza tic ideologici o ostracismi dettati da prevenzioni, anche in campo musicale, come dimostrano le sue numerose e generose collaborazioni.
Se si vuole veramente ringraziare Battiato e dimostrare di aver capito appieno la sua opera, si deve mantenere, in ogni versante della propria esistenza, la libertà di spirito e di giudizio – “uno sguardo feroce e indulgente per non offendere inutilmente”.
Una bella sfida, di quelle che piacevano a lui, come quella di dipingere quadri pur non essendo portato per il disegno: tanto insistette che vi riuscì.

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Vincenzo Greco

Docente Luiss, dirigente pubblico, musicista, cantautore, videonarratore. Insomma, raccontatore di cose ed emozioni, con parole, musica e immagini.
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