Niente è più grottesco del tragico“. Lo scriveva Samuel Beckett in una lettera a Roger Blin datata 1953. Lo pensava evidentemente anche Shirley Jackson, scrittrice americana che cinque anni più tardi, nel 1958, avrebbe dato alle stampe The Sundial, conosciuto come La meridiana nell’edizione italiana oggi edita da Adelphi per la collana Fabula. Una storia grottesca, appunto, ma che parte da un contesto tragico, come solo un funerale sa essere. In questi casi la tragedia è amplificata dal fatto che a morire è stato il figlio di Mrs. Halloran, esponente di spicco di una famiglia altoborghese che vive all’interno di una villa monumentale circondata da un maestoso parco.

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A provocare la scomparsa del giovane, sembra sia stata proprio la mamma. Lo dice, nel più assoluto candore che caratterizza i discorsi dei bambini, la piccola Fancy, la quale rivela anche quello che secondo lei sarebbe il movente dell’omicidio: per tenersi stretta la villa. Ahia. Insensatezza infantile? Fantasia? Suggestione? Chi può dirlo… Certo è che, in un quadro che già si preannuncia instabile, a mettere il proverbiale carico da undici arriva zia Fanny, più sciroccata del solito, la quale rivela di aver avuto un incontro incredibile in giardino: il padre, defunto da tempo, le sarebbe andato incontro per rivelarle l’imminenza della fine del mondo. Non solo. Ma che lei e tutti i membri della famiglia presenti in quel momento in villa, saranno gli unici a salvarsi.

Basta già questa premessa per cogliere la carica detonatrice di una simile storia, partorita dalla mente fulgida di una delle scrittrici più complesse del Novecento, con alle spalle un vissuto familiare triste e burrascoso, rapporti interpersonali pressoché assenti, una incessante agorafobia e la prematura scomparsa a soli 48 anni. Un’intellettuale atipica ma non per questo minore, che rappresentò a suo modo, secondo canoni decisamente originali, attraverso personaggi intrisi di follia e alienazione, la paura di vivere in anni pieni di paura e inquietudine. E che ebbe la forza di esprimere, attraverso personaggi ansiosi ma liberi da condizionamenti, l’indipendenza femminile rispetto a una società dai canoni ancora decisamente maschilisti. E dire che gli esordi non erano stati per lei molto felici, se si pensa alle reazioni indignate di molti lettori del New Yorker all’indomani della pubblicazione sulla rivista, nel 1948, del suo primo racconto, The lottery, che racconta le reazioni di una piccola comunità davanti a una lotteria il cui vincitore sarà sottoposto a lapidazione (!).

L’edizione italiana de La meridiana, nella traduzione di Silvia Pareschi, restituisce intatto una Jackson in stato di grazia, che in questa storia è stata capace di ispirare, come da stessa ammissione dello scrittore nato a Portland, persino lo Stephen King di Shining: d’altronde, è facile cogliere nell’incubo di Hill House l’alienazione apocalittica di Villa Halloran. Uno spirito provocatorio, animato da una profonda denuncia sociale, anche verso le degenerazioni della religione, mai come stavolta ‘oppio dei popoli’: è da ascrivere a questa logica l’invenzione letteraria dei Veri Credenti, la setta immaginata dalla Jackson che crede agli alieni e che piomba nella storia quando una sua delegazione raggiunge la villa dei salvati per chiedere agli Halloran di far atterrare nel parco l’astronave extraterrestre. Nel romanzo non manca l’ironia, con rimandi a uno stile ricco di humour. Un artificio letterario che alleggerisce in modo intelligente l’invettiva jacksoniana e che offre al lettore un ulteriore e rinnovato spunto per apprezzare una scrittrice forse dimenticata dai più.

Shirley Jackson, LA MERIDIANA, 251 pagine, Adelphi, 2021.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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