Nel cinema esistono talenti e attori in grado di costruire la propria leggenda, persone che con le loro facce sono diventate indimenticabili. Il caso è la variante più importante della vita e la costanza è l’unica arma per fronteggiare la sorte. Ogni estimatore della settima arte ha i suoi punti di riferimento ma esistono individui che vanno oltre il gusto creando un’aura che non è possibile non apprezzare. Esiste un attore, dal nome italiano, che ha sempre lavorato in Francia e si è ritagliato un posto tra quei visi che bastano per richiamare il pubblico in sala, si chiama Lino Ventura.

Emigrato a Parigi in giovane età, Lino è un artista dalla storia epica, quasi come la sua espressione. Dopo aver cominciato a lavorare come assistente di un farmacista un giovane Ventura decide di alternare alle occupazioni più disparate la pratica sportiva. Ha sedici anni quando scopre la lotta greco romana, il ragazzo porta in dote il fisico adatto e si butta a capofitto in questo sport che lo trasformerà presto in un wrestler professionista.

Negli anni 50 The italian rocket, il nome d’arte del futuro attore, vince il campionato europeo dei pesi medi davanti a Odette, futura consorte. Sul finire decennio però, un incidente alla gamba interrompe la sua carriera sportiva costringendolo per l’ennesima volta a reinventare se stesso. Nella seconda metà del novecento in Francia si va affermando un genere , il polar, che ha regalato al cinema d’oltralpe alcuni capolavori indiscussi e il regista Jacques Beker sta cercando un viso per Grisbi.

Il film ha come protagonista Jean Gabin e Lino viene scelto per impersonare un antagonista. Il ruolo del malavitoso e il successo di critica e pubblico di Grisbì lanciano l’ex lottatore in quella che sarà la sua professione. La peculiarità della recitazione di Ventura era la malinconia, i suoi personaggi, ruvidi capaci di gentilezza, creavano un’antitesi con le espressioni proprie del cattivo di turno. La tristezza con cui l’attore parmense caratterizzava le sue parti procura ancora oggi un’identificazione piacevole nello spettatore.

Profondamente legato all’Italia, non ha mai voluto prendere la cittadinanza francese, Ventura ha attraversato trent’anni di cinema cimentandosi in diversi generi. La qualità migliore di un attore, talento a parte, è la capacità di scegliere in maniera oculata un copione non avendo paura di rifiutare quei soggetti che poco hanno a che fare con lo spessore. Lino Ventura ha fatto tutti quei film che lo convincevano perché “non è possibile lavorare con il dubbio”. Riscoprire alcuni titoli di quest’attore vuol dire imparare a conoscere tanto cinema italiano, lavorava molto nel Belpaese, oltre a capolavori d’oltralpe ma soprattutto vuol dire passare due ore in compagnia di un professionista per caso.

Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide (Regia di Jean Pierre Melville, 1960)
Evaso di prigione il malavitoso Gustave Menda deve lasciare la Francia. Dopo aver vagliato ogni opportunità, non gli resta che un accordo con un suo vecchio nemico. Il colpo va male e Gu viene preso dalla polizia. In carcere l’uomo “fa i nomi” prima di evadere una seconda volta. All’esterno la carneficina è in attesa. Siamo nel territorio di Jean Pierre Melville maestro assoluto del polar. Il film ha tutte le caratteristiche che un soggetto simile richiede- Un’evasione, la rapina a un blindato e un massacro sono essenziali per il genere poliziesco, ma qui Melville va oltre. Attraverso un perfetto uso di pause e digressioni il regista eleva l’intrattenimento a cinema d’autore. Lino Ventura regala una delle sue migliori interpretazioni. Il malavitoso Gu è un uomo stanco e carico di dubbi che si scontra con la verità uscendone ammaccato ma non ancora sconfitto. L’attore lavora soprattutto sui silenzi e su quegli sguardi che l’hanno reso celebre per trasmettere il dubbio di un perdente. Tutte le ore …è un film totale ennesimo tassello della filmografia di un uomo in grado di essere diversamente se stesso. La particolarità del cinema di Melville era l’utilizzo dei silenzi come veri e propri dialoghi, questo aumentava nello spettatore il coinvolgimento e regalava alla storia un’umanità difficilmente raggiunta da altri autori.

La Cage (Regia di Pierre Granier –Deferre, 1974)
Donna di mezza età in preda a una depressione invita il suo ex marito a cena. Dopo i primi sorrisi la moglie imprigiona l’uomo in cantina con lo scopo di parlare. Quindici anni da riassumere sono tanti e i due passeranno tra le fasi più delicate di un sequestro, spiegandosi solo a tratti. Una scelta estrema li porterà a chiare le loro aspettative. Lino Ventura, qui in un ruolo insolito, è molto bravo a incarnare l’esasperazione di un rinchiuso dietro le sbarre allo scuro dei veri obiettivi della signora. Una crisi di nervi che monta in maniera quieta, quasi sorridente. Il sentimento per la donna non c’è più ma il senso di colpa è ancora li. Una colpa che lo rende capace di assoluta tolleranza verso una folle. Ingrid Thulin , nella parte della moglie, da corpo a una donna cui la vita non ha mai parlato onestamente . Tratto da un lavoro teatrale è un dramma recitato da due mostri sacri del cinema che fanno a gara per superarsi.

Il clan dei siciliani (Henri Verneuil, 1969)
Anziano capomafia uccide un rivale per questioni d’onore e finisce in carcere con i figli. Il pretesto per realizzare l’assassinio è un colpo molto rischioso portato a termine senza alcun intoppo, ma destando i sospetti della polizia. Siamo davanti al cinema francese nella sua forma più luccicante. Jean Gabin, Lino Ventura e Alain Delon nella stessa immagine sono la storia cinematografica di un paese. Se un tempo era impossibile gareggiare con gli americani in quel piccolo lasso di tempo la Francia è riuscita a costruire tre film in uno con un discreto risultato. Tre visi simili sono sufficienti ad animare quella fabbrica di sogni che dovrebbe essere andare in una sala buia. Una storia onesta, che intrattiene e appassiona con dialoghi minimalisti per un film ricco di azione e colpi di scena. Lino Ventura, nella parte del poliziotto recita contrapponendosi o duettando con i colleghi Gabin e Delon. Pur non entusiasmando la critica, il film di Verneuil è ancora oggi un classico del cinema al testosterone.

L’armata degli eroi (Regia di Jean Pierre Melville, 1969)
Nella Francia occupata dai nazisti un capo della resistenza viene catturato e condannato al campo di concentramento. Durante il trasporto verso la sua prigione fugge per unirsi ai partigiani in una battaglia senza sosta. L’armata degli eroi è uno dei film meno retorici sul secondo conflitto mondiale. Melville riesce nell’impresa di raccontare le gesta di alcuni uomini valorosi e delle loro contraddizioni. Una cronaca di singoli che diventano massa mantenendo le loro diversità. Al regista interessano i casi individuali e le loro ripercussioni sulla storia, la scelta di raccontare senza demagogia rafforza il dramma e rende la recitazione intensamente distante. Lino Ventura lavora mantenendo quella serenità che rende il personaggio un punto di riferimento per l’intera storia. Accanto a lui Simon Signoret è straordinaria nel costruire una donna incapace di perdere la calma nonostante un carattere poco avvezzo all’azione. L’armata vive sul talento del suo regista e di Ventura professionista dei silenzi espressivi necessari a incrementare la suspense.

Guardato a vista (Regia di Claude Miller, 1981)
La notte di Capodanno, un ostico commissario di polizia interroga un distinto signore accusato di aver ucciso due bambine. Le domande incalzano ma l’accusato smonta ogni dubbio del poliziotto trasformando la conversazione in un gioco psicologico. Guardato a vista, è un giallo d’interni, dove la bravura degli attori si associa a una sceneggiatura avvolgente. L’atmosfera, condotta da Miller in maniera maestrale, parte in sordina per arrivare a essere percepita dallo spettatore in completa immedesimazione. Michel Audiard compone le parole di questi due personaggi che non vogliono arrendersi a un’evidenza sempre più incerta. Lino Ventura recita in maniera classica contrapponendo il suo “carceriere” a quello di Serrault che fa della vezzosità il tratto distintivo del suo lavoro.
Tensione senza alcun deficit per tutta la durata della proiezione fa ricordare il cinema francese con A maiuscola. Si respirano le regie di Clouzot e le pagine di Simenon in questo film dal finale sorprendente e inimmaginabile. Guardato, è un piacere irrinunciabile per gli amanti del giallo e per quelli del cinema di classe.

The following two tabs change content below.

Paolo Quaglia

Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: