Scrivo per la stessa ragione per cui respiro – se non lo facessi, morirei”. Così scriveva Isaac Asimov, uno degli autori più prolifici e apprezzati nella storia della fantascienza, in una lettera nel dicembre del 1984. Dalle parole dell’autore-profeta dell’intelligenza artificiale possiamo trarre spunto per una riflessione sul rapporto attuale tra AI e scrittura creativa.

Il 2023 è stato l’anno dell’intelligenza artificiale. Si è parlato e riparlato, tra disinformazione, fobie e preoccupazioni a livello internazionale, di ChatGPT, il modello di intelligenza artificiale rilasciato da OpenAI alla fine del 2022 – l’anno in cui un’immagine creata con l’ausilio di Midjourney, Théâtre D’opéra Spatial, ha vinto un premio all’interno di una specifica categoria dedicata alle opere rielaborate digitalmente.

Abbiamo seguito il gossip aziendale che ha riguardato Sam Altman – uno dei “padri” di ChatGPT – e abbiamo iniziato a studiare il complesso legame tra intelligenza artificiale e copyright, specie dopo le varie iniziative legali portate avanti da importanti scrittori contemporanei contro OpenAI e Microsoft. Questo ha portato, tra le altre cose, a una recente sentenza negli USA secondo cui le opere generate interamente da una AI non possono essere protette dai diritti d’autori, in quanto mancherebbe l’apporto umano.

Il 2024 è iniziato con una notizia che ha messo in allarme molti scrittori: la vittoria del premio letterario Akutagawa Prize da parte della scrittrice nipponica Rie Kudan, che nel suo romanzo Tōkyō-to Dōjō Tō (“Tokyo Sympathy Tower”) racconta la storia di Sara Makina, una architetta alle prese con la realizzazione di un centro di riabilitazione per criminali. La storia è ambientata in un Giappone futuristico in cui le intelligenze artificiali giocano un ruolo cruciale. L’autrice ha inserito nel testo alcune delle risposte fornite dalle AI – si calcola all’incirca un 5% del romanzo. Una scelta logica che non avrebbe nulla di scandaloso, considerando il tema e le intenzioni dell’autrice, ovvero mostrare l’influenza delle AI nella società giapponese. Eppure la notizia è stata subito fraintesa da molti media e il libro etichettato come “il romanzo scritto dall’intelligenza artificiale”.

Ma le AI vengono davvero utilizzare per creare opere di narrativa?

La voce gira nell’ambiente da diversi di anni e qualcuno, a dire il vero, ci ha provato – con intenti giocosi e, forse, provocatori. Parliamo di Charlie Brooker, apprezzato autore televisivo e creatore della celebre serie Black Mirror, un’opera che ha affrontato più volte tematiche legate alla tecnologia e alle paure contemporanee. Brooker ha dichiarato di aver “giocato” con le AI generando la trama per un episodio della serie. A una prima lettura, la storia sembrava buona, poi si è rivelata “una me*da”, per citare ad litteram le parole dell’autore britannico. Secondo Brooker, utilizzando le intelligenze artificiali “non puoi infrangere le tue stesse regole”. Non a caso, Brooker ha deciso di impostare la narrativa della sesta stagione di Black Mirror su toni differenti rispetto al passato e proprio per questo inattesi, al fine di infrangere quelle regole.

Dunque, al netto delle voci e dei timori, per ora sappiamo solo che i grandi colossi dell’intrattenimento come Netflix utilizzano le AI per analizzare i dati degli utenti e fornire esperienze personalizzate. Tutte cose che a qualcuno possono dar fastidio ma che nulla hanno a che fare con l’aspetto narrativo e artistico delle produzioni.

Così, tra un gossip e una polemica, la creazione delle opere di narrativa appare ancora “intatta” nella sua dimensione umana. E nonostante qualche eccezione, arte e intelligenza artificiale restano due mondi distinti, ma che possono incontrarsi per collaborare, come nel caso del romanzo di Rie Kudan.

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