Il voto delle giurie premia i Maneskin. Seconda la coppia Francesca Michielin/Fedez, terzo Ermal Meta

La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio”: la frase che riecheggia più volte nella testa di Michael Keaton alias Riggan Thompson in “Birdman” sembra calzare a pennello volendo commentare l’ennesimo Sanremo consegnato alla cronaca. Festival 2021, il settantunesimo, il più difficile e complicato della sua storia, andato in onda nel bel mezzo di una crisi senza precedenti per la socialità e inevitabilmente anche per la musica e per l’arte, ma non per la televisione. E poiché di show televisivo si tratta, la kermesse festivaliera si è celebrata anche stavolta, dal 2 al 6 marzo, in un clima patetico e surreale. Poltrone vuote al teatro Ariston, schermi più o meno pieni in diretta tv. Sul palco, una presentatore di ritorno, Amadeus, che lo scorso anno aveva già ottenuto la benedizione di mamma Rai e degli sponsor, e un intrattenitore già travolgente, quel Fiorello che appena avant’ieri trasformava in oro tutto ciò che televisivamente toccava, e che oggi vivacchia con un repertorio quasi da avanspettacolo. Certo, lo sappiamo, improvvisare e intrattenere non è facile davanti a un teatro vuoto. Ma. Gli autori di testi dovrebbero fare il loro mestiere e riconoscere quanto fossero stantie trovate fintamente simpatiche come la telefonata in vivavoce con l’amico vip o il cantare “Siamo donne” con la parrucca. Che poi in RAI e presso le varie claque di Saxa Rubra siano esaltate come trovate del secolo possiamo anche comprenderlo, ma l’intrattenimento meriterebbe maggior coraggio per ridare dignità a una signora professione.

E’ stato il Festival degli incroci bizzarri, con la presenza di un co-conduttore calciatore, Zlatan Ibrahimovic, ripetitivo e ingombrante non solo nella propria fisicità ma anche nelle cose che ha detto (anche qui gli autori meriterebbero di stare in ginocchio sui ceci e guardare l’intrattenimento leggero scritto da Garinei e Giovannini o da Amurri e Verde). C’è stata anche Barbara Palombelli che, incarnando la pax televisiva con Mediaset, ha propinato, da grande saggia generazionale non richiesta, il proprio romanzo di formazione al femminile composto con superficialità, ergendosi a divulgatrice di finti scoop e calpestando episodi e personaggi (da Tenco che giocava con una pistola ai Pooh che avrebbero dedicato a lei il verso di “Uomini soli”) e mostrando, ancora una volta, la propria liquidità.

E le canzoni? Già, perché anche quelle ci sono state, sacrificate al dio sponsor che ha voluto esibizioni ben oltre la mezzanotte (ma iniziare alle 19 non è mai possibile?) ignaro del fatto che la gente normale avesse una sveglia alle sette. L’intento di Amadeus, già perseguito lo scorso anno, era quello di comporre una rosa variegata e con nomi di qualità, cercando di strizzare l’occhio al target giovanile, tradizionalmente lontano dalla tv e dalle atmosfere festivaliere. Una missione riuscita, se si considera che, stando agli ascolti della prima serata sanremese, scomponendo lo share del 47% (8,3 milioni di spettatori rispetto ai 10 dello scorso anno) si scopre che il 71% del pubblico rientra nella fascia tra i 15 e i 24 anni, un target che raddoppia (+123%) rispetto al 2020. Largo quindi ai vari Aiello, Fasma, Gaia, Gio Evan, Ghemon, Irama, Madame, Maneskin, Random che hanno fatto la gioia dei millennials con buona pace degli adulti. Tra loro, abbiamo registrato la tenuta da palco dei Maneskin, degni nipotini dei Led Zeppelin, che hanno portato sul palco dell’Ariston la loro rabbia di ventenni con un brano che Jimmy Page e Robert Plant avevano nelle corde già mezzo secolo fa. Proclamati vincitori dal verdetto delle giurie nella tarda notte di sabato, con un brano sufficiente ma di facile presa, “Zitti e buoni“, hanno battuto cassa presso l’ottimo seguito da talent che ne aveva seguito le gesta su X Factor.

Ci è piaciuta la maturità della neomaggiorenne Madame. Non ci è piaciuto Aiello, sul quale contavamo dopo un paio di discrete hit radiofoniche, per un look decisamente fuori posto e per l’interpretazione troppo gridata del suo brano (“Ora“) che si ha prestato il fianco all’ironia dei social: penultima posizione in classifica per lui, verdetto che sa di bocciatura ma che potrà essere agevolmente ribaltato dalla presenza in radio. Irama è stato il cantante in DAD per tutta la durata del Festival: per la positività al Covid di uno dei membri del suo staff, è stato costretto all’isolamento e ha gareggiato solo con i video dell’esibizione registrata come prova generale: “La genesi del tuo colore” è un brano orecchiabile, più che soddisfacente è stata la sua performance. Ben rappresentata anche la quota indie con Coma Cose, Fulminacci, La Rappresentante di Lista e Colapesce/Dimartino. Freschezza adolescenziale per il duo milanese con un brano (“Fiamme negli occhi“) musicalmente forse troppo piatto, barlume cantautorale per l’artista romano con “Santa Marinella“, a metà tra De Gregori e Barbarossa, picchi di vera goduria per la voce di Veronica Lucchesi e un brano (“Amare“) che ne valorizza il talento, e successo popolare per la “Musica leggerissima” dei due cantautori siciliani, un brano che, pur non raggiungendo i picchi del loro repertorio, entra subito in testa occhieggiando furbescamente al pop anni ’80.

Sugli altri nomi, conferme per Ermal Meta, vincitore annunciato grazie al voto delle prime quattro serate e poi trovatosi inspiegabilmente al terzo posto nel verdetto finale. Il suo brano “Un milione di cose da dirti” è realizzato da chi conosce bene i gusti del pubblico sanremese. Qualche delusione per le interpreti popolari femminili della nuova generazione, da Annalisa Noemi, ad Arisa, sorrette da canzoni sopra la sufficienza che entreranno a pieno titolo nel loro repertorio senza però incidere più di tanto sulla discografia italiana. Ci aspettavamo di più da Malika Ayane, con un brano di transizione (“Ti piaci così“) che si fa ascoltare ma certo non ripete i picchi di “Ricomincio da qui“.

Piazza d’onore per la coppia Francesca Michielin / Fedez, iperpremiata dal voto di sabato sera (gli appelli social di Chiara Ferragni hanno fatto miracoli) dopo aver condotto una gara sempre nelle ultime posizioni. Il loro duetto “Chiamami per nome” è una canzone scritta a tavolino che farà la gioia delle radio ma probabilmente non resterà impressa più di tanto. Spendiamo una parola anche per gli altri cantanti in gara: Bugo in attesa di rilancio dopo l’esperienza dello scorso anno con Morgan, ha dimostrato che sa scrivere canzoni pop, ma non sa cantarle. Interpretata da un altro, la sua “E invece sì” avrebbe fatto faville. “Questa è l’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”: l’esordio del brano di Willie Peyote – “Mai dire mai (la locura)” – è uno di quelli che colpisce duro, ed è significativo che la denuncia arrivi dall’unico rapper al Festival, sponsorizzato da un amico di lusso come Pippo Civati. Il brano, che in modo ironico affronta il tema della crisi degli eventi culturali dovuta alla pandemia (“Non si vendono più i dischi tanto c’è Spotify, riapriamo gli stadi ma non teatri né live, magari faccio due palleggi, mai dire mai…“) ha vinto con merito il premio della critica “Mia Martini” e siamo sicuri che resterà. Lo Stato Sociale ha portato sul palco dell’Ariston una canzone (“Combat pop“) che si è distinta più per il modo in cui è stata rappresentata che per il resto: un patchanka di citazioni e di generi con diversi personaggi rappresentati, da Freddie Mercury al Papa. Più interessante la proposta di Extraliscio feat. Davide Toffolo (dei Tre Allegri Ragazzi Morti), un progetto voluto tra gli altri da Elisabetta Sgarbi che ha l’intento rilanciare la musica da balera in Romagna riallacciandosi alla tradizione dei Casadei: ascoltabile il brano “Bianca luce nera”, vedremo cosa accadrà in futuro. Deludente Francesco Renga che ha portato una brutta canzone (“Quando trovo te“) e l’ha interpretata pure male: sono lontanissimi non solo i tempi dei Timoria, ma anche quelli più recenti delle affermazioni popolari. Monumentale Orietta Berti che ha rappresentato con merito la quota over non sfigurando affatto: la canzone “Quando ti sei innamorato” era perfettamente nelle sue corde, gli abiti tra il kitsch e l’agèe hanno fatto il resto. In conclusione una conferma, l’ennesima, per Max Gazzè: la sua “Il farmacista” merita sicuramente il premio per la maggiore originalità, un gioco in cui ironia e provocazione vanno di pari passo. Lo abbiamo visto trasformarsi in un novello Leonardo Da Vinci e omaggiare “Frankenstein Junior” con il tormentone “Si può fare” in una canzone che fa presa al primo ascolto, musicalmente frizzante e con un testo difficilissimo da imparare a memoria. Ci fa venire in mente il “chimico” di De Andrè e la sua testardaggine di voler combinare i sentimenti secondo la stessa logica degli elementi da far reagire. Auguriamoci che il brano serva a demitizzare la scienza dei tuttologi, che impera sui media di oggi.