E così anche ieri, nella seconda serata, il Festival di Sanremo ha sbancato l’Auditel. Il prevedibile e temuto calo fisiologico non c’è stato, anzi, lo share è ulteriormente cresciuto. Si potrebbero fare a questo punto diagnosi e congetture socio-culturali sull’argomento, ma forse è meglio parlare di “canzonette” e dintorni.
A partire da quelle proposte da Checco Zalone (sebbene non fossero in gara) che a nostro avviso ci sono sembrate le più “impegnate” di tutta la kermesse. Zalone è un genio, e si sa, ma ieri sera ha dimostrato ancora una volta che si può andare a scavare nel torbido della nostra cultura con la maschera del sorriso. Se Sordi da attore nelle sue commedie rappresentava l’italiano medio, Checco da spettatore quell’italiano sfacciatamente lo sbeffeggia, lo dileggia, adottando una grammatica nuova.

E le canzoni in gara? Parliamone, sebbene ci sia poco da esserne soddisfatti. Diciamo pure che se il pubblico italiano ha premiato il Festival, è difficile pensare (musicalmente parlando) che sia accaduto il contrario.
Amadeus continua a dirci che “ha scelto i pezzi”, ma qui si continua a pensare che i criteri siano stati altri. Ha scelto i cantanti? Gli autori? Le case discografiche? Chissà!

Resta il fatto che a parte la raffinatissima Elisa (prima nella classifica generale con i voti della sala stampa, ndr) le scatenate Ditonellapiaga e Rettore, la dolce freschezza di Sangiovanni, tutto il resto puzza di poco, di già sentito, di “se ne poteva fare a meno”!
Giovanni Truppi e Fabrizio Moro deludono le aspettative e per Le Vibrazioni di vibrante c’è rimasto solo il loro nome.
Emma enfatica, Iva Zanicchi in preda a sterili virtuosismi e nel resto dei giovani, paradossalmente, poca contemporaneità, pochi guizzi.

Un ultimo appunto su Lorena Cesarini: era così necessario farle fare un monologo sul razzismo? E se dalle scale fosse scesa Annalisa Minetti, l’avremmo fatta parlare di disabilità?
Andiamo oltre Amadeus. Oltre.

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