La domenica dopo Sanremo è come Capodanno. Abbastanza rintronati per il poco sonno, cerchiamo di raccogliere i cocci dopo una settimana di rumore esagerato per un fenomeno di costume che, nel bene o nel male, ha coinvolto tutti, da chi ha usato i social per informare i propri contatti su giudizi, spesso non proprio lusinghieri, su canzoni e cantanti, a chi ha inteso ribadire, con quello snobismo tipico da Marchese del Grillo (“Io so’ io e voi non siete un c…“) che mai e poi mai avrebbe guardato il Festival, per poi snocciolare commenti al vetriolo su questa o quella esibizione. Dunque, anche Sanremo 2024 è stato consegnato agli annali della cronaca nazionalpopolare. E anche quest’anno, per merito soprattutto del direttore artistico Amadeus, al quinto anno consecutivo di incarico, lo standard qualitativo d’insieme della proposta musicale è stato rispettato. Da un decennio a questa parte, ormai, Sanremo ha sdoganato la propria natura orientandosi verso un contenitore che intende rivolgersi al pubblico di massa senza per questo disdegnare i più giovani. Se pensiamo allo spettatore medio di Raiuno, almeno over 60, e pensiamo alla scelta di portare a Sanremo giovani rapper e artisti poco più che ventenni, significa che, per una volta, con il Festival la tv si mette al servizio delle radio e dei servizi di streaming che ormai diffondono la musica rivolgendosi a un target perlopiù giovane. E giovani, appunto, sono stati i vincitori anche quest’anno. A partire da Angelina Mango, 22 anni, figlia d’arte, certo, ma giovane e talentuosa artista che ha nelle vene la Lucania di suo padre (il mai dimenticato Pino Mango) ma che ha imparato a guardarsi intorno e a proporre uno stile al passo con i tempi particolarmente apprezzato dai fruitori di talent e dagli ascoltatori musicali. La sua vittoria sanremese è frutto di questo curioso collage che ha prodotto La noia, una canzone di per sé ‘fusione fredda’ tra un testo alla Madame (non a caso tra gli autori) e una cumbia sudamericana, che la sua esecuzione ha reso già popolarissima al primo ascolto. Solo lei poteva battere Geolier, rapper ventitreeenne che dalla periferia napoletana ha conquistato pubblici ben più ampi grazie a uno stile che ha fatto subito presa tra i giovani. Come da previsione, il ragazzo di Secondigliano ha fatto sua una battaglia sul presunto antinapoletanismo di alcuni italiani, soprattutto a seguito dei fischi ricevuti la sera di venerdì, quando ha trionfato nella serata sanremese dedicata alle cover in cui era stato accompagnato da Gigi D’Alessio e dai rapper partenopei Guè e Luché. Nella serata finale, il pubblico italiano lo ha consacrato al televoto, tributandogli il 60% dei consensi: un plebiscito che non gli è bastato ai fini della vittoria sanremese, perché sia sala stampa che la giuria delle radio lo hanno bocciato clamorosamente. Poco male per lui, abituato a ben altri giudizi: siamo sicuri che la sua I p’ me tu p’ te, curiosamente vicina a una hit di Nino D’Angelo del 2004, troverà modo di diventare, come peraltro La noia, uno dei tormentoni del 2024. A proposito di tormentoni, lo sarà anche, ne siamo sicuri, Sinceramente, il brano portato da Annalisa e classificatosi al terzo posto. Una canzone per noi tra le più brutte di questa edizione, che ci è sembrata molto costruita a tavolino secondo quelli che il buon Pierangelo Bertoli definiva i dosaggi giusti degli esperti. Un ritmo ossessivo per un testo banalmente infarcito di figure retoriche che puntano a descrivere una rivendicazione di libertà non si capisce bene da cosa. A giocarsi la vittoria finale, nella top 5 ma fuori dal podio, sono finiti anche Ghali e Irama. Due piacevoli conferme, diverse nel genere ma contrassegnate da un marchio di qualità. Il rapper milanese, quarto, tifoso del Milan ma non di Matteo Salvini, da lui ampiamente contestato allo stadio proprio in occasione di un gol della squadra rossonera, ha cantato Casa mia, un ideale viaggio dall’alto con un extraterrestre che diventa un invito ad apprezzare la pace e a condannare ogni conflitto. Un messaggio particolarmente forte e apprezzabile, come quelli di integrazione che l’artista ama diffondere attraverso la propria musica, e che ha ulteriormente caricato di significato ieri sera gridando “Stop al genocidio!“, chiaro riferimento alla macelleria israeliana a Gaza. Quanto a Irama, quinto, la sua “Tu no” si identifica nel filone delle canzoni d’amore che diventano struggenti perché l’amata neanche le ascolta: bella però l’esecuzione e bravo lui.

E gli altri? Beh, come capita spesso, anche quello di quest’anno è stato anche il Sanremo dei ritorni. Anzitutto quello di Loredana Bertè, che ha vinto il Premio della Critica intitolato a sua sorella Mia Martini, e ha convinto pubblico e giornalisti cantando la propria rabbia esistenziale in un pezzo autobiografico, Pazza, automanifesto di intenti, dopo mezzo secolo di carriera sulle montagne russe, che ha raccolto l’ovazione meritata dell’Ariston per la bellissima tigre di quarant’anni fa che, a quasi 74 anni, non rinuncia alla propria identità resistente. Poi quello di Fiorella Mannoia, che ha vissuto un Sanremo un po’ defilato, portando la propria testimonianza musicale, Mariposa, un bignami dell’indipendenza femminile che ha raccolto poco, ma perché secondo noi, a fronte di un testo d’appeal, figlio di certe cose già in corda mannoiana – da Chico Buarque a Fossati – non era sufficientemente sostenuto dall’arrangiamento musicale. Quasi un compitino fatto giusto per la vetrina sanremese, ribalta che la Mannoia, splendida settantenne, ben conosce per i suoi esordi, e che ogni tanto rispolvera per restare in corsa. Ritorni anche per Emma e Alessandra Amoroso, a loro modo entrambe big della musica italiana degli anni duemila, figlie anch’esse del talent ma capaci di ritagliarsi un seguito popolare non indifferente: le loro canzoni non hanno graffiato più di tanto sul palcoscenico e nei cuori di chi ha espresso preferenze, ma serviranno a rinnovare la discografia. Ritorno anche per Diodato, con una canzone, “Ti muovi“, che è sembrato il sequel ideale di “Fai rumore“, il brano con cui il cantautore pugliese aveva trionfato a Sanremo 2020. Chi invece è tornato da vincitore ma ha cambiato binario, con risultati ancora musicalmente molto interessanti, è stato Mahmood: “Tuta gold” è lontanissima da “Brividi” ma anche da “Soldi“, il tormentone che lo aveva consacrato nel 2019. Ritorno clamoroso anche per i Ricchi e Poveri, ultimo baluardo, assieme alla Bertè e alla Mannoia, dei Sanremo targati Pippo Baudo, nei quali negli anni di fine secolo scorso accanto a giovani di belle speranze che sarebbero diventati qualcuno, gravitavano il classico e il trash che si contendevano voti e giudizi. L’ex quartetto oggi rimasto duo (Angela Brambati e Angelo Sotgiu) ha avuto il coraggio di rinnovarsi con un brano che occhieggia alla dance e che allieterà con leggerezza le ore dei meno giovani. Operazione discografica riuscita a metà, come quella che lo scorso anno aveva visto a Sanremo il ritorno dei Cugini di Campagna con un pezzo, tutt’altro che trash, scritto da La Rappresentante di Lista. E qui scatta la necessità di una riflessione. Se Sanremo ha il pregio di portare alla ribalta chiunque calchi quel palco in quella settimana, non riesce però con altrettanto automatismo a trasformare in meraviglia tutto ciò che di originale o sperimentale venga proposto. In questo, l’esperienza de Il Volo si contraddistingue in positivo: restare aggiornati ma nella continuità. Per quanto folle sia risultata la scelta di scomodare un santuario del rock interpretando Who wants to live forever dei Queen nella serata delle cover, quella di gareggiare invece con un brano come Il capolavoro li ha confermati come interpreti della tradizione melodica italiana, particolarmente gradita al pubblico più agée. L’ottavo posto finale risente proprio del target anagrafico dei votanti, ma si configura come un giusto compromesso: nel loro futuro vediamo un consolidamento del successo planetario in pubblici esteri, Nord e Sud America in testa.

Tra i delusi di questa competizione, includiamo certamente NegramaroNek & Renga Sangiovanni. Non è eresia ammettere che dal loro Sanremo ci si aspettava di più in termini di classifica, per la storia e per il seguito che sembrano avere sulle piattaforme musicali streaming: Nek 3,2 milioni di ascoltatori mensili, Sangiovanni 2,8, Negramaro 2,2, Renga 1,1. Numeri che non si sono confermati nei voti ricevuti, relegando gli artisti citati rispettivamente al 19mo, 25mo e 29mo posto nella classifica finale.

In ultimo, una battuta su Amadeus, al termine di quella che ha più volte dichiarato essere stata l’ultima edizione che lo ha visto alla conduzione e alla direzione artistica del Festival. Al di là delle critiche ricevute sulla scelta dei brani, sulla preferenza per autori che hanno portato in gara più di un brano (su tutti Paolo Antonacci, figlio di Biagio e nipote del suo amico Gianni Morandi) e sulla necessità di coinvolgere come spalla sempre Fiorello come se fosse un usato sicuro, bisogna ammettere che i suoi Sanremo abbiano confermato, se non elevato, il livello di qualità già altissimo prodotto dai Festival targati Claudio Baglioni. Abbiamo gradito pochissimo la qualità dei siparietti presunti comici, ma ci è sembrata valida la proposta di temi di attualità e la scelta, quest’anno, di dare spazio a testimonianze come quella, particolarmente toccante, di Giovanni Allevi. Sanremo è un palcoscenico importante per i temi sociali: meglio questo che i siparietti da Superman con Pippo Baudo che salvava aspiranti (e finti) suicidi. A questo punto sarà curioso scoprire cosa ci si inventerà nel 2025. Sarebbe clamoroso (ma non impossibile) un ritorno ad Amadeus. Cosa accadrà, lo scopriremo solo vivendo.

 

SANREMO 2024 – CLASSIFICA FINALE

1 – Angelina Mango, con La noia
2 – Geolier , con I p’me, tu p’te
3 – Annalisa, con Sinceramente
4 – Ghali, con Casa mia
5 – Irama, con Tu no

6 – Mahmood, con Tuta gold
7 – Loredana Bertè, con Pazza
8 – Il Volo, con Capolavoro
9 – Alessandra Amoroso, con Fino a qui
10 – Alfa, con Vai!

11 – Gazzelle, con Tutto qui
12 – Il Tre, con Fragili
13 – Diodato, con Ti muovi
14 – Emma, con Apnea
15 – Fiorella Mannoia, con Mariposa

16 – The Kolors, con Un ragazzo una ragazza
17 – Mr. Rain, con Due altalene
18 – Santi Francesi, con L’amore in bocca
19 – Negramaro, con Ricominciamo tutto
20 – Dargen D’Amico, con Onda alta

21 – Ricchi e Poveri, con Ma non tutta la vita
22 – BigMama, con La rabbia non ti basta
23 – Rose Villain, con Click Boom!
24 – Clara, con Diamanti grezzi
25 – Renga e Nek, con Pazzo di te

26 – Maninni, con Spettacolare
27 – La Sad, con Autodistruttivo
28 – BNKR44, con Governo punk
29 – Sangiovanni, con Finiscimi
30 – Fred De Palma, con Il cielo non ci vuole

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

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