Una raccolta pubblicata da Feltrinelli riporta alla giusta attenzione uno dei più importanti narratori americani del Novecento

Nell’eloquio di ipocrita magnificenza di voci allineate che ha disegnato la parabola del sogno americano della metà del Novecento, la penna di John Cheever ha invece tracciato una mappa piena di enormi contraddizioni, squarciando in modo irreversibile una narrazione evidentemente troppo compiacente che, nella propria superficialità, non ha saputo cogliere gli stimoli delle giuste rifrazioni d’ombra di un prisma illuminato, ma solo a tratti. Vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award, Cheever, scomparso nel 1982 a 70 anni, ha creato scompiglio nella letteratura come un inatteso passaggio di nuvole in una giornata di cielo terso. Una carriera editoriale lunga quasi mezzo secolo (il suo primo racconto fu pubblicato nel 1935), per una produzione che rispetto al romanzo ha privilegiato il racconto breve (spesso pubblicato sul “New Yorker”) e ha dato popolarità a un autore scomodo e surreale, ma mai incoerente, perché sempre attento a cogliere le sfumature di una società ricca di contraddizioni. In Una visione del mondo, volume recentemente pubblicato da Feltrinelli (Acquistalo qui), lo scrittore britannico Julian Barnes ha scelto 16 racconti, pubblicati tra il 1947 e il 1968 – qui con le traduzioni di Adelaide Cioni, Laura Grimaldi, Leonardo Giovanni Luccone, Marco Papi e Sergio Claudio Perroni – in cui la penna di Cheever calamita l’attenzione del lettore attraverso il proprio marchio rivelatore di osservatore capace di cogliere i lamenti di personaggi in preda alla disperazione e allo spavento, rivelatori di un male di vivere che trasmette l’incapacità di relazionarsi senza generare disagio. E’ una borghesia malata quella raccontata da Cheever, animata dalla voglia di emergere ma vittima essa stessa del progresso e della modernità. E’ il caso di Jim e Irene Westcott, i personaggi protagonisti di Una radio straordinaria, il primo racconto della raccolta Feltrinelli, la cui esistenza apparentemente normale viene letteralmente sconvolta dall’acquisto di un nuovo apparecchio radiofonico che, per uno scherzo del destino, riesce a captare i discorsi dei vicini risvegliando Irene dal piatto torpore esistenziale in cui si trovava. O di Ethel, la gentile moglie dell’io narrante in Stagione di divorzio, altro racconto inserito nella raccolta, la cui monotona normalità viene investita dalle attenzioni di un modesto medico, il dottor Trencher:

Una sera, mentre lavavamo i piatti, Ethel mi parlò del dottor Trencher. “Sai, mi sono dimenticata di dirtelo. Trencher mi ha detto che mi ama. Non può vivere senza di me.”
Lì per lì, non diedi troppa importanza all’episodio. Poi una sera, mentre leggevo il giornale, mi accorsi che Ethel stava alla finestra e guardava giù in strada.
«È proprio Trencher, vieni a vedere.»
«Beh, che cosa c’è di strano? Sta soltanto portando a spasso il cane.»
«Dice che viene tutte le sere a guardare le nostre finestre illuminate.»
Trascorsero due settimane. Una sera, tornando a casa, trovai un mazzo di rose nel soggiorno. Ethel disse che gliele aveva portate Trencher nel pomeriggio.
«Quanto tempo si è fermato?»
«Solo un minuto. »
«Vuoi andartene via con lui?»
«Non so, ma chi può dire che non dovrei?»
Alle nove suonò il campanello. Era Trencher. Sembrava turbato ed emozionato.
«So che a lei non piace vedermi qui, ma amo sua moglie. Sono un uomo pratico, e mi rendo conto che non si potrà decidere niente finché lei non avrà divorziato».
«Fuori di qui», gridai. «Se ne vada all’inferno!».
Trencher uscì. Ethel era pallida, ma non piangeva. Andammo a letto, e durante la notte Ethel mi svegliò. Era distesa dalla sua parte del letto e piangeva.
«Perché piangi?»
«Perché piango? Perché piango? Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito passatomi di seconda mano, a una festa di vent’anni fa, e non mi sono divertita. Piango per qualche sgarbo che non riesco a ricordare. Piango perché sono stanca, perché sono stanca e non riesco a dormire.»
Udii che si stava sistemando sul divano, poi tutto tornò nel silenzio.
 

Come traspare dalle sue opere, quella di Cheever è sicuramente una visione parziale e antibuonista di un mondo abitato da persone incapaci di relazionarsi in modo positivo con gli altri e con gli eventi, e che, come tali, subiscono gli inattesi stravolgimenti della propria esistenza senza poter reagire in modo forte e determinato. E’ il caso di Ned Merrill, protagonista de Il nuotatore, uno dei racconti più famosi inseriti nella raccolta, da cui nel 1968 fu tratto il film The swimmer (nella versione italiana, Un uomo a nudo), diretto da Frank Perry e magistralmente interpretato da Burt Lancaster. E’ la storia di un uomo di mezza età ricco e piacente, sposato con Lucinda, padre di due figlie e con ancora addosso “l’agilità caratteristica della giovinezza”, che nel pomeriggio ozioso di una domenica d’estate decide di abbandonare un party in piscina a casa di amici per tornare a casa, percorrendo a nuoto le otto miglia che lo separano dalla sua abitazione attraversando tutte le piscine che si trovano nelle ville di amici e conoscenti. Un’impresa senz’altro originale, che finisce nello scadere nel surreale e nel patetico quando, man mano che l’uomo procede nel suo intento, si rende conto di aver smarrito il senso del tempo, fino a giungere a casa stanco e infreddolito e trovare un’atmosfera spettrale che lo riporterà a una tragica realtà. Una linea d’ombra lasciata alle proprie spalle che è sintomatica della densità di un percorso di maturazione figlio del deterioramento di una condizione umana e sociale. Un’agghiacciante metafora comune a tutti i personaggi nati dalla penna visionaria di Cheever, che, soffocati dal consumismo che li aveva ammaliati, affrontano il pirandelliano senso dell’esistenza, viaggiando deandreianamente “in direzione ostinata e contraria”, con il loro “marchio speciale di speciale disperazione” rispetto al senso della redenzione tipico del peregrinare dantesco, vacillando sull’orlo di un destino infernale che non apre ad alcuna speranza. E’ questo il limite e insieme la forza di un narratore dall’esistenza travagliata, il cui peso nel percorso della letteratura moderna (non solo americana) resta fondamentale, tale da conferirgli il ruolo di autore tra i più importanti del ventesimo secolo.

John Cheever, Una visione del mondo, a cura di Julian Barnes, 288 pagine, Feltrinelli, 2021.

 

Il trailer originale del film “The swimmer” (1968) con Burt Lancaster

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...