Captare è un mestiere difficile, cantava il maestrone Guccini. Lo sanno fare gli artisti veri, quelli che hanno la vocazione della sensibilità, e da anime sensibili ricevono i segnali che giungono dalla realtà per poi trasmetterli a loro modo, secondo una rifrazione che per ciascuno è il miracolo della propria unicità.

Il tempo che stiamo vivendo a causa dell’emergenza da Covid-19 ha stravolto abitudini sociali, finendo inevitabilmente per ripercuotersi sulle relazioni interpersonali e anche sullo stato d’animo di ognuno di noi. Un disagio che tutti subiscono vivendolo ciascuno a modo proprio, con conseguenze decisamente imprevedibili. Diversi artisti stanno cercando di raccontare questo periodo in tempo reale, cercando di incarnare emozioni nelle quali è facile riconoscersi, e sperimentando a volte nuove forme di comunicazione. E’ il caso di Dario De Luca, attore, regista teatrale e drammaturgo tra i più apprezzati della scena contemporanea, e cofondatore insieme a Saverio La Ruina della compagnia teatrale Scena Verticale. De Luca ha recentemente tenuto a battesimo un’opera dal titolo emblematico, “Voce in chat”. Non è una piéce teatrale, non è un radiodramma: secondo l’autore potrebbe chiamarsi forse chatnovela. Si svolge su quello che ai giorni nostri è probabilmente il mezzo di comunicazione per eccellenza del nostro quotidiano, quel Whatsapp che raccoglie frammenti di vita di tutti i giorni che accompagnano la nostra socialità negli affetti, sul lavoro e nello svago, e che, in quell’esistenza tecnologica che è diventata la nostra vita, offre una cartina al tornasole di ciò che siamo rispetto agli altri.

Le parole e la voce di Dario incarnano quelle del protagonista di quest’opera, un uomo che resta solo nel bel mezzo di una pandemia imprevista e oscura. La sua compagna, la donna con cui ha diviso giornate sicuramente più normali di quelle che attraversano il suo presente, non è più con lui, dopo quella che è stata una scelta forse inizialmente condivisa, ma oggi sicuramente subita. E allora assistiamo al monologo, dinamico e multimediale perché è durato ben nove giorni ed è stato arricchito da foto (personali di De Luca e di sua moglie), da video e da brani musicali, di un uomo che prova a combattere la propria solitudine cercando di trovare consolazione nei ricordi e di non essere sopraffatto dalla nostalgia di un passato senz’altro più sereno.

Una prova attoriale di coraggio, difficile da digerire in prima battuta, che lo spettatore-fruitore subisce attraverso un mezzo, Whatsapp appunto, che ora viene percepito non come normalmente è, ossia interattivo e quindi in grado di agevolare un dialogo, una spiegazione, un chiarimento. Lo spettatore amplifica la propria passività, che da abitudinaria e conclamata se vissuta in un teatro, insieme ad altre persone, qui diventa quasi una condanna, perché vissuta in prima persona e attraverso un canale di comunicazione che solitamente favorisce l’interazione e il dialogo. A ciò si aggiunga la difficoltà di provare a raccontare i sentimenti attraverso un mezzo come Whatsapp che solitamente raccoglie le confessioni più intime di una coppia, e che in questo modo diventa strumento comunicativo freddo e senz’anima che spia in modo impietoso nel dramma personale del protagonista. Lo spettatore percepisce questa anomalia e reagisce quasi con disagio e con imbarazzo al dolore del protagonista: vorrebbe consolarlo, vorrebbe scuoterlo, vorrebbe invitarlo a reagire, a non lasciarsi andare. Vorrebbe, ma non può.   

Siamo stati coinvolti da De Luca in questo esperimento, divenendo, attraverso Whatsapp, i primi curiosi spettatori della sua chatnovela. Al termine dell’opera, diluita in nove giorni, abbiamo rivolto alcune domande all’autore e attore cosentino:

Dario, anzitutto grazie per aver potuto fruire dell’opera in anteprima. Come ti è venuta l’ispirazione per questa chatnovela?
Ero terrorizzato all’idea di questa sospensione della vita, chiusi in casa, per colpa del Covid-19. È stata dura all’inizio trovare un equilibrio tra questa voragine di tempo che si è aperta nelle vite di ognuno di noi e il bisogno di riempirlo e, in qualche modo, farlo fruttare. Un po’ di tempo fa io e Giuseppe Vincenzi (musicista e coautore nel mio percorso di teatro-canzone) ragionavamo su una possibile reinvenzione de La Voix humaine di Jean Cocteau. In questa piéce teatrale l’autore immagina una donna che dopo essere stata lasciata, telefona al suo amante del quale non si sente mai la voce all’altro capo del telefono. Nel 1930 Cocteau utilizzava il nuovo mezzo di comunicazione, tanto in voga a Parigi in quel tempo, ma ne denunciava anche il basso livello del servizio, visto che la conversazione nel testo teatrale viene interrotta più volte. In quella riflessione con Giuseppe immaginavamo i possibili media da utilizzare oggi e convenivamo che sarebbe stato giusto utilizzare una piattaforma di messaggistica istantanea. In questo periodo di quarantena globale mi è tornato in mente questo ragionamento e ho pensato che la situazione che stavamo vivendo mi dava la giusta cornice dove installare la mia storia. Ma non ho considerato nemmeno per un momento il teatro; ho subito pensato che andava creata una drammaturgia che fosse fruita direttamente per messaggi Whatsapp.

Whatsapp è un mezzo universalmente noto che solitamente raccoglie e custodisce l’intimità di un rapporto di coppia. Quanto è stato difficile trasferire una scrittura teatrale su Whatsapp? 
È stato complesso. Immaginata l’intera storia, l’ho scritta e ho deciso a tavolino cosa avrei mandato come sms, cosa come messaggio vocale, che foto inviare, che canzoni da You Tube ecc. La scommessa era riuscire a scrivere una drammaturgia che potesse svilupparsi nella scrittura minima del messaggio whatsapp e nei tempi umani di un vocale (non certo in vocali da dieci minuti come paventano i The Giornalisti in un loro grande successo di qualche estate fa).Una drammaturgia sviluppata sul “frammento” che giocasse con la parola e la comunicazione spiccia che abbiamo in chat, senza aver paura di restituire al fruitore anche la banalità delle nostre conversazioni. Contemporaneamente però volevo provare a mantenere una tensione poetica ed estetica pur nella piattezza e convenzionalità che il mezzo e questo tipo di comunicazioni veloci impongono….. insomma tante sfide in una. Alla fine dell’esperimento so che il mezzo di comunicazione ha influenzato la fabula.

Whatsapp è uno strumento comunicativo a volte freddo, ma senz’altro immediato. Nella tua opera appare come un occhio impietoso che spia nel rapporto tra due ex innamorati mantenendo però solo un punto di vista, quello del protagonista abbandonato dall’amata. E’ una forma strana di monologo, che provoca nello spettatore un certo disagio e imbarazzo. Sei d’accordo?
Intanto ti dico che nella vita di tutti i giorni io considero whatsapp il peggiore mezzo di comunicazione per trattare le faccende di cuore. Penso che la possibilità di non capirsi di una coppia che discute d’amore tramite messaggi, aumenti del 200%.Detto questo: immagino possa provocare disagio o imbarazzo; in qualche fruitore (soprattutto donne) so essere successo. Ma era uno dei miei intenti. Sottoporre l’utente ad una forma molto simile allo stalking. Il mio racconto si inserisce a gamba tesa nel flusso quotidiano della vita di chi riceve i messaggi, confondendosi con essa. Il racconto arriva in qualsiasi momento della giornata, anche in momenti che non possiamo o non vogliamo dedicare alla fiction, allo svago. E questo può generare fastidio. Così come l’impossibilità a rispondere. Ma questo avviene anche in teatro; e fa piacere sapere che il pubblico viene talmente coinvolto che vorrebbe interagire col personaggio per dirgliene quattro. Vuol dire che l’opera arriva alla pancia dello spettatore il quale confonde i piani. A me è capitato, assistendo a Napoli ad uno spettacolo della sceneggiata napoletana, di veder tirare fuori i coltelli giù in platea per regolare i conti con o malamente che recitava sul palco. Ma anche in alcune repliche del nostro spettacolo Polvere di Saverio La Ruina, sentivamo esplodere in platea delle rimostranze da parte del pubblico nei confronti del protagonista maschile. 

Lo spettatore, attraverso la lettura degli interventi pubblicati nella chat, acquisisce un punto di vista che per forza di cose è solo quello del protagonista. Non c’è il pericolo che una tale forma di comunicazione possa risentire di una certa parzialità?
Io penso che spesso le opere, in letteratura e soprattutto nei monologhi teatrali, abbiano un solo punto di vista: quello del personaggio che racconta. Anche quando il personaggio da voce ad altri personaggi lo fa arbitrariamente e secondo il suo punto di vista. Ma provando a non svelare troppo della trama della mia operina, io credo che in Voce in chat esca forte anche il punto di vista dell’altro personaggio che non parla mai. Paradossalmente il suo silenzio afferma il suo punto di vista.

Ora mi rivolgo al Dario De Luca persona prima che attore. Che sensazione hai provato nel pubblicare foto anche private? Fin dove si è spinto il senso di immedesimazione dell’attore con il personaggio interpretato? 
Sto riflettendo molto negli ultimi tempi sul rapporto tra realtà e finzione in scena. Una delle mie recenti scoperte drammaturgiche è il lavoro di Sergio Blanco, un autore franco-uruguaiano che io reputo tra i più interessanti e innovativi degli ultimi anni. Lui nei suoi testi mette in atto una formula che chiama “autofinzione”: persone e personaggi, vita reale e vita romanzata si alternano nella narrazione. Blanco è in tutti gli intrecci dei suoi testi, diventa egli stesso un personaggio. Ci si chiede se le cose che racconta sono realmente successe  e se lui ne sia stato protagonista. Mi sembra che mischi con sapienza esperienze autobiografiche con fiction, in un gioco sempre in equilibrio e sempre avvincente. La scoperta di Blanco ha sicuramente influenzato il mio approccio a quest’opera e probabilmente influenzerà la mia scrittura e le mie messinscene nel futuro prossimo. Non so…Per raccontare una storia di coppia ho utilizzato foto private mie e di mia moglie. Erano le uniche foto di coppia che potevo mettere in ballo. Essendo un attore a me non ha dato fastidio più di tanto (a mia moglie ho dovuto chiedere il permesso e lei ha dovuto vincere una personale ritrosia).Sta di fatto che ho scelto foto che possono trovarsi in ogni album di ricordi di una qualunque coppia mediamente felice. Anche qui ho volutamente sottolineato l’assoluta prevedibilità dei rapporti di coppia anche nella “catalogazione dei ricordi” e dei loro drammi. Inoltre il personaggio attinge molto, raccontando le sue giornate, alla mia vita in quarantena e alle mie abitudini; alle mie letture e alle mie riflessioni.

Quali sono le sensazioni raccolte e vissute all’indomani della messa in scena della chatnovela? Quali le più inattese? 
Mi sembra che la chatnovela sia stata accolta favorevolmente: è piaciuta ed ha molto incuriosito. Molti mi hanno detto che aspettavano i messaggi, si era creato un appuntamento col personaggio. Una giovane signora in privato mi ha poi dichiarato: “Spero che quest’opera possa insegnare l’importanza di sparire. Che possa fare da specchio, e quindi riflessione, per qualcuno”. Una giornalista mi ha detto: ”Questa coronoperina incarna l’impossibilità di queste settimane assurde, come introiettandone la grammatica emotiva”. Lo trovo molto calzante.

Il momento che stiamo vivendo non è certo dei più facili. Il Covid-19 inevitabilmente ha stravolto il modo dell’attore di fare teatro e il modo dello spettatore di fruirne. Quali pensi possano essere le evoluzioni o involuzioni del teatro, che certo non morirà ma che d’ora in poi sarà costretto a vivere sotto altra forma?  
Il Teatro può vivere solo nel rito condiviso dal vivo tra performer e spettatori. Quando avremo dei protocolli, noi artisti, all’interno degli stessi, ci inventeremo il modo per ricreare quel rito. Se non sarà possibile fare spettacolo dal vivo per molto tempo, dovremo escogitare altre modalità di sopravvivenza all’interno dell’arte, dello spettacolo, della cultura. Ma saranno cose diverse dal Teatro.

Pensi di portare avanti questo esperimento anche in futuro? Hai nel cassetto idee di sceneggiatura che possano dar vita a nuove chatnovele?
Si. Se inizi a ragionare sul mezzo di comunicazione ti accorgi che ti da molte possibilità di sviluppare storie, anche complesse e a più voci. Ho altre idee non ancora sviluppate. La vera scommessa è come rendere redditizi questi esperimenti narrativi per poterci investire del tempo anche oltre un periodo forzato di quarantena. Lo sforzo artistico da sempre è concepito anche come sforzo da remunerare e questa cosa non andrebbe mai dimenticata.

Dario De Luca in “Re Pipuzzu fattu a manu” (foto Carlo Maradei)