In un’opera che è insieme romanzo e monologo, l’autore romano dà vita a una storia feroce e struggente

A tre anni dall’uscita de L’evidenza (Castelvecchi), romanzo che sotto la maschera del post-apocalittico nascondeva e fotografava il volto torvo della nostra più viva contemporaneità, Giovanni Greco torna in libreria con Bruciare da sola (Ponte alle Grazie, 135 pp., 15 €), opera che è insieme romanzo e monologo, pièce e diario, poesia e biografia. Protagonista e voce narrante è infatti Nadežda (Nadja) Mandel’ŝtam, vedova del poeta Osip Mandel’ŝtam che, nell’arco di una sola notte, racconta e recupera, ricostruisce e rivive la propria storia e quella del marito, vittima illustre delle Grandi Purghe staliniane. Operazione delicata, come s’intuisce, se alla narrativa s’affianca e s’intreccia non solo la storia della letteratura, ma proprio la Storia e la politica, l’urgenza tutta culturale di illuminare una tra le pagine più controverse e dolorose del Novecento, che Greco porta avanti con rigore filologico e creatività tutta personale, riuscendo a disinnescare il rischio dello storico-biografico e dell’agiografia, dell’aneddotica gratuita e della blanda ricostruzione, grazie a una tecnica narrativa di rara efficacia.

In un panorama letterario in cui ormai sembra definitivamente dominare l’autofiction, il raglio insostenibile degli io, infatti, Greco s’eclissa e non s’impone, si fa lucido medium per far sì che a prendere davvero la parola sia e resti Nadja Mandel’ŝtam, e, con lei e tramite lei, in un gioco di echi e specchi tutto letterario e vitale, mai inutilmente psicologico, una miriade di altre figure, di altri nomi, di fantasmi che, carne e carta, appaiono e scompaiono di continuo, quasi questa notte di cui siamo spettatori fosse la concreta messa in scena dei meccanismi della memoria. Memoria privata di Nadja, questa, che necessariamente si fa memoria storica di un secolo e di un tempo che ci paiono lontani ma che sono invece quanto di più vicino possa riguardarci, se, al netto di ogni obbligata contingenza di contesto, Bruciare da sola è una storia fondamentalmente d’amore e morte, feroce e struggente, rabbiosa e delicata, classica per la potenza umana e quotidiana con cui si racconta:

«Mi fischiano le orecchie, fortissimo, qualcuno mi pensa, mi sta pensando proprio ora da una stella morta ma la cui luce ancora rischiara la mia notte. Vero? Se mi pensi, volevo dirti che ci sono. Mi senti? Sono ancora qui, Osja, amore mio che mi togli le lacrime, al tavolo, ci sono ancora, sveglia: sono io la protagonista del libro che non ricordo, sono io il libro da cui non cade nessun biglietto, nessuna foglia seccata, nessun segnalibro, puoi stare tranquillo. Ci sono. Ci siamo tuconmeioconté».

Alternando lirica a più chiara narrativa, senza mai scadere in didascalie o, peggio, in comode o accomodanti trovate retoriche o politiche (ancora una volta, come già nel fondamentale esordio di Malacrianza, 2011, o ne L’ultima madre, 2016, Greco, istintivamente scrittore civile, dimostra di saper restare sempre artista della parola: l’importanza del tema, la popolarità di un determinato argomento – qui, per esempio, la condizione femminile o la storia della Russia – non strizza l’occhio all’attualità, non cavalca né mode né trend, ma s’accompagna a una solida ricerca puramente letteraria, di lingua e di stile, che proietta l’opera oltre la propria contemporaneità), Bruciare da sola si fa leggere anche come requiem e fondamentale omaggio: alla poesia di Mandel’ŝtam e alla poesia tout court, sì, ma anche e soprattutto, in definitiva, alla parola – più detta che scritta, forse, ma certo da tramandare, tramandata. Uomo di teatro intriso di cultura classica (se da un lato non mancano riferimenti più o meno espliciti alla tragedia greca, dall’altro è ben percepibile e intonata l’eco delle Heroides di Ovidio, qui), Greco mette nero su bianco la propria totale devozione al dire, così affine al fare, ché non c’è ritmo che non sia azione, non c’è sillaba che non sia gesto, voce che non sia proprio corpo:

«Se potessi esprimere un unico desiderio dopo tutte le traversie e le morti che non sono ancora finite, che non finiscono mai, se ci fosse un dio delle promesse mantenute e dei miracoli da quattro copeche, vorrei anche io giacere per l’eternità accanto a Osja, rivestita dalla testa ai piedi come una mummia dei suoi versi per essere scavata un giorno dai filologi delle pietre, dagli archeologi del terzo o del quarto millennio dopo Cristo come un raro esempio di cadavere conservato alla perfezione dopo un’era geologica, perché protetto da un sottile ma denso strato di poesie, una sorta di permafrost poetico della tundra siberiana. Un rivestimento impermeabile di metafore e di rime che mantenga il corpo nella sua placenta ideale, ritrovato in un’epoca in cui si sarà persa memoria dell’uomo stesso se non della poesia, in cui ci si interrogherà a lungo su come questo semplice tessuto di sillabe ritmate che si farà fatica a decifrare abbia preservato le fattezze intatte di un essere con solo due gambe e due braccia, una sola testa e una sola bocca socchiusa e sul punto di sorridere. Con tutti i denti intonsi e una sola lingua rossa come non se ne troveranno più da secoli negli esseri che popoleranno la terra in quei giorni, se la terra ci sarà ancora. Se la memoria ci sarà ancora. Se la vita ci sarà ancora».

Devozione al dire, sì, ma allora anche a un’idea di letteratura più alta di quella cui ci siamo forse fin troppo abituati, tra Strega e altre magiche sbornie: quella che non mira vanitosa a salvare o consolare il lettore di oggi, ma che si sa fare sin da subito testimonianza, traccia di quel passaggio ogni volta diverso e ogni volta se stesso che siamo noi tutti: di quell’esodo che riguarda l’umanità di ieri e per sempre di domani.

«Io sono la continuazione del discorso di un altro che non si può interrompere, che non può finire e non sta finendo – tutti lo siamo, in fondo, lo siamo stati, lo saremo ma troppo spesso senza coordinazione, in momenti diversi, quando l’altro non lo sa o non se ne cura, quando non è il momento, quando non pare possibile predirlo».

Giovanni Greco, BRUCIARE DA SOLA, 135 pagine, Ponte alle Grazie, 2022.

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Sacha Piersanti

Nasce a Roma nel 1993. Scrittore e critico teatrale, ha pubblicato i libri di poesia Pagine in corpo (Empiria, 2015) e L’uomo è verticale (Empiria, 2018) e il saggio critico Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019). Dal 2017 collabora con il blog di R. di Giammarco Che teatro che fa su Repubblica.it.
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