Una storia intensa e vissuta quella che si respira nel romanzo di esordio di Jana Karšaiová

Un Natale da vivere nel cuore dell’Europa, quando il freddo della temperatura esterna coincide con quello che si prova nell’anima. È quanto avverte Katarìna, giovane donna slovacca che per le feste di fine anno da trascorrere in famiglia fa rientro nella sua città d’origine, Bratislava. C’è però una novità inattesa alla quale non si è ancora abituata: la solitudine. Suo marito Eugen ha deciso di abbandonarla due mesi prima con un biglietto. Uno strappo improvviso, senza apparenti ripercussioni esterne, che però traghetta Katarìna in uno stato di abbandono senza apparente via d’uscita. All’imbarazzo nel dover comunicare la nuova situazione ai propri genitori fa seguito il ritrovarsi con le vecchie compagne d’università, prime fra tutte Viera, che si è trasferita in Italia e torna sempre meno volentieri in Slovacchia. Con lei torna quella antica intesa fatta di confidenze, di confessioni, di aperture. Una piccola mano che potrà aiutare Katarìna a ritrovare, non senza difficoltà, la propria strada.

Divorzio di velluto di Jana Karšaiová è un romanzo dalle atmosfere cupe, quasi una suite in minore che si dipana attraverso le ferite dell’anima. Una storia al buio, fatta di censure, di verità celate, di difficoltà di comunicazione. Sono quelle che la protagonista avverte nel riallacciare il legame con le proprie radici, e sono quelle che le sue stesse radici avvertono nel manifestare una ritrovata libertà dopo gli anni del regime comunista nei quali era proibito festeggiare il Natale. Ma è anche una storia di migrazioni, di partenze, di provvisorietà, vissute tutte al femminile. Katarìna e Viera, amiche per la pelle ai tempi dell’Università, poi allontanatesi dalle priorità della vita di ciascuna, nel far rientro a Bratislava da un lato si riappropriano delle radici che non hanno mai dimenticato, e dall’altro consolidano la propria estraneità a una società nella quale non si riconoscono più. C’è poi un’analogia, forte e latente, tra la situazione personale dei personaggi della storia e quella della società nella quale vivono. Con il termine “divorzio di velluto” (sametová revoluce in ceco, nežná revolúcia in slovacco) storicamente infatti si definisce la separazione tra Repubblica Ceca e Slovacchia che il 31 dicembre 1992 sancì in modo pacifico la fine della Cecoslovacchia, dividendo di fatto il paese in due realtà nettamente diverse, di cui una, la prima, chiaramente più ricca e l’altra, la seconda, palesemente più povera. Radici comuni divenute così, improvvisamente, estranee a causa della volontà di pochi (non vi fu alcun referendum per dar vita a una decisione così clamorosa) e un disagio esistenziale causato da confini che esistono solo per la burocrazia e le istituzioni. Anche quello di Katarìna è un divorzio di velluto, perché celebrato senza conflitti né rancori evidenti, ma sublimato sull’altare del sacrificio: quello della donna che fa fatica ad accettarlo, avendo lei investito corpo e anima nella relazione con il marito Eugen, anche se il rapporto tra i due non era per nulla esente da crisi.

Nel suo bel romanzo edito da Feltrinelli, Jana Karšaiová, qui alla sua prima prova narrativa dopo una lunga attività di scrittura teatrale, ricorda al lettore anzitutto la precarietà dei sentimenti, così forti ma allo stesso tempo così labili, capaci di annullare relazioni apparentemente solide ma solo in realtà. Nel contempo, evidenzia quanto male possano fare scelte politiche espresse dalla pancia più che dalla lungimiranza di governanti illuminati, e soprattutto atte a colpire direttamente la pelle delle persone, che da un giorno all’altro si ritrovano divise a metà dal desiderio di vivere la propria vita e quello di non perdere le proprie radici. Da segnalare lo stile della Karšaiová: la  scrittrice slovacca offre al lettore una prosa cruda e asciutta, capace di richiamare alla mente le atmosfere gelide di un inverno mitteleuropeo.

Jana Karšaiová, DIVORZIO DI VELLUTO, 160 pagine, Feltrinelli, 2022.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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