Abbiamo intervistato l’avvocato e scrittore milanese, autore del thriller ambientato in Vaticano edito da Baldini+Castoldi

Credere è un bisogno o un’assurdità? E cos’è la fede? Un comodo rifugio per anime deboli o una spinta del cuore per giustificare ciò che la ragione non riesce a spiegare? Da millenni l’uomo dibatte con sé stesso e tra i suoi simili per il ruolo da affidare alla religione, mettendo in dubbio le origini della propria esistenza. Problematiche che negli anni non si sono certo attenuate, anzi. Anche la letteratura, attraverso le suggestioni della fantasia animate dagli stimoli di una realtà in perenne movimento, prova a interrogarsi sul tema. Lo ha fatto, in modo del tutto originale, Pietro Caliceti, che con il romanzo L’opzione di Dio edito da Baldini+Castoldi, ha immaginato uno scenario apocalittico in una realtà parallela ambientata ai nostri giorni. Dopo un violento attentato jihadista, il primo in Italia, che a S. Pietro fa strage di fedeli, all’interno del Palazzo Apostolico si diffonde la notizia che il Papa sta morendo. La notizia scatena la lotta per la successione in Curia. I papabili al soglio di Pietro sono due. Da un lato un cardinale conservatore, Angelo Vignale, già prelato allo IOR, che fa dell’ascetismo la propria forza. Dall’altro, un nome su cui puntano i progressisti, Warren Hamilton, sudafricano, ex rugbista, noto negli ambienti ecclesiastici per aver conciliato moltissimi casi di pedofilia prima che arrivassero in tribunale, facendo così risparmiare alla Chiesa e una esposizione mediatica non indifferente. Parte una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi, nella quale i due contendenti cercano di trovare il punto debole dell’avversario per screditarlo e metterlo fuori gioco. Ne viene fuori una storia dalle dinamiche imprevedibili, che offre al lettore uno scenario ai confini della realtà, dal quale emergono verità mai immaginate prima su intrighi di palazzo e si fa luce su misteri fino a quel momento tenuti nascosti. Il romanzo viaggia su ritmi molto elevati, che tengono il lettore con il fiato sospeso fino alla fine.

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Abbiamo incontrato l’autore del thriller, Pietro Caliceti, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Lei non nasce scrittore, ma lo diventa. Ci racconti com’è nata questa sua vocazione.
A farmi scattare l’impulso di scrivere è stata la crisi finanziaria iniziata nel 2018, la cosiddetta crisi dei subprime. Quella crisi aveva colpito profondamente il mio lavoro di avvocato e, di riflesso, la mia vita personale. Il primo anno avevo pensato che era solo un anno storto, che poteva succedere, che l’anno dopo le cose si sarebbero riaggiustate. Ma l’anno dopo le cose erano rimaste nello stato in cui la crisi le aveva fatte precipitare: semplicemente, il lavoro non c’era più. E così anche l’anno successivo, e quello dopo ancora. Al quinto anno, la situazione era drammatica. A un certo punto la pressione è diventata talmente insostenibile che mi sono detto: questa roba qui in qualche modo la devo buttare fuori, se no divento matto. E così mi sono messo a scrivere. L’ho fatto senza pensare a pubblicare: all’inizio volevo solo lasciare qualcosa alle mie figlie, una specie di diario, qualcosa che un domani, quando sperabilmente questo dramma fosse passato, potesse far loro capire che cosa avevo passato. Ma piano piano si è fatta strada in me una consapevolezza più ampia, perché più passava il tempo, più mi accorgevo che il dramma non riguardava solo me. Nelle strade vedevo gente della mia età che passeggiava senza nulla da fare a ore impensabili, ore che normalmente sono dedicate al lavoro: era gente che, come me, il lavoro non l’aveva più. E nei negozi li vedevo, questi miei coetanei, che facevano la spesa pagando con i ticket restaurant. Anche gente vestita bene, gente che fino a qualche anno prima sicuramente non aveva mai avuto preoccupazioni economiche. Ora eravamo tutti senza più lavoro, senza più risparmi, senza più speranza. E ho capito che meritavano tutti, meritavamo tutti che la nostra storia fosse raccontata. E ho scritto un libro che parla dei giochi sporchi delle banche, perché è da lì che era partito tutto.

Il suo romanzo, una thriller story ambientata in Vaticano, prende origine da un evento tragico, un attentato jihadista a Piazza S. Pietro. Com’è nata l’idea di raccontare una storia così e in quanto tempo ha scritto il romanzo?
Lo spunto per scrivere L’opzione di Dio mi è venuto mentre partecipavo alla Messa per la Cresima di un mio nipote, di cui ero il padrino. Al momento della Confermazione, i ragazzi hanno iniziato a sfilare per la navata centrale verso l’altare, e a un certo punto di fianco a noi è sfilato un ragazzino tetraplegico su una sedia a rotelle, spinto da quello che sembrava essere suo fratello maggiore. Era veramente in una situazione pietosa, e quando lo vidi – pur essendo in chiesa, e pur accingendomi a fare da testimone a un sacramento – non potei fare a meno di chiedermi: ma quando si vedono queste cose, come si fa a credere in Dio? Però subito dopo questo pensiero successe una cosa strana. Il bambino era sfilato oltre, e per un attimo incrociai i suoi occhi: e in quegli occhi vidi non la tristezza che mi sarei aspettato, ma inaspettatamente, assurdamente, una gioia. Quel ragazzo era felice, felice di andare a ricevere la Cresima. Quel ragazzo credeva. E quindi il mio pensiero di poco prima si ribaltò: forse, pensai, ha ragione. Forse davanti a queste cose l’unica cosa sensata è credere, perché qualsiasi alternativa è peggio: perché se non esistesse Dio vorrebbe dire che o il mondo non ha senso, o è stato creato da qualcuno di cattivo. Ma non appena ebbi pensato questo, mi dissi: ma questo è il tema dei Karamazov! E continuai a pensare: ma se Dostoevskij fosse vivo oggi, come li scriverebbe, i Karamazov? Come si atteggia, in che modo si esplica, oggi, la fede in Dio, il rifiuto di Dio, la costante tensione tra il bisogno di credere e l’assurdità del credere? Certo, l’interrogativo di fondo resta intatto, perché è una domanda eterna, forse la domanda più eterna che ci sia. Certo, gli argomenti a favore della fede in Dio sono quelli di sempre, primo fra tutti quello della scommessa di Pascal, che infatti riprendo nel libro, anche nel titolo. E certo resta immutato anche l’argomento contrario, che in Dostoevskij fa perno proprio sulla Chiesa. Fa parte del Credo, quindi beneficia di una specie di proprietà transitiva: se si afferma di credere in Dio si deve credere anche nella Chiesa, e viceversa se non si crede nella Chiesa non si può dire di credere in Dio. E però – dice Dostoevskij – la Chiesa ha tradito Cristo, al punto che se oggi Lui tornasse, la Chiesa lo condannerebbe. Punto essenziale, certo; ma oggi, rispetto al tempo di Dostoevskij, si arricchisce di nuove sfumature. Anzitutto perché alla critica basata sul potere si possono ora aggiungere critiche basate sui tanti scandali che segnano i giorni nostri e che all’epoca di Dostoevskij non erano immaginabili (o quantomeno da lui non considerati), da quelli pedofili a quelli finanziari. E in secondo luogo perché al tempo di Dostoevskij la Chiesa era ancora, tutto sommato, un’entità monolitica, che si poteva accettare o meno, ma che all’esterno e all’interno si mostrava come un’entità intrinsecamente coesa. Mentre oggi la Chiesa da un lato è dilaniata internamente non solo dalla spaccatura tra riformisti e tradizionalisti, ma da mille spaccature, tante quante sono le innumerevoli versioni delle due fazioni (ed è del resto emblematico che, per la prima volta nella Storia, la Chiesa abbia oggi due Papi ufficiali); e dall’altro lato, per il fatto stesso di predicare la pari dignità delle altre religioni con cui si trova oggi a confrontarsi (in termini che, anche solo dal punto di vista mediatico, all’epoca di Dostoevskij non erano minimamente immaginabili), rischia di perdere anche all’esterno la sua identità, e si trova esposta ad ulteriori profili di critica (e infatti partecipazione alle messe ed elemosine sono ai minimi storici). Ecco, L’opzione di Dio mira a questo: a essere una specie di versione 2.0 dei Karamazov. Con un ritmo moderno, ma anche con tutta questa maggiore complessità.

Attraverso le inquietudini di Alessio Macchia, giovane prete tra i personaggi protagonisti del romanzo, la storia sembrerebbe denunciare una, grande, assenza. Quella di Dio. Dio è davvero il grande assente della storia? E qual è, se c’è, il ruolo di Dio nel mondo di oggi?
Il libro porta in exergo una frase, ancora, di Pascal. Dieu s’est voulu cacher, Dio si è voluto nascondere. Ma la stessa cosa la diceva già la Bibbia. Tutta la storia del rapporto tra uomo e Dio ruota intorno all’insuperabilità e allo stesso tempo all’imprescindibilità di questa assenza/presenza. Quanto al ruolo di Dio, per rispondere bisognerebbe avere un ruolo superiore, il che è impossibile.

Storicamente, la letteratura, il cinema e la cultura in genere hanno più volte indagato sul cristianesimo e sui misteri e sulle contraddizioni di una religione le cui basi di umiltà e remissione nella loro applicazione concreta offrono invece spazio al potere e alla logica di sopraffazione. Che elementi di continuità offre il suo romanzo rispetto alle opere del passato e quali sono invece i suoi punti di rottura?
Come ho detto, il mio principale riferimento in letteratura è stato Dostoevskij, e sui punti di continuità e di innovazione che L’opzione di Dio presenta rispetto alla sua opera credo di avere già in parte risposto. Aggiungerei il confronto tra le religioni, e in particolare tra Cristianesimo e Islamismo, che nel mio libro è centrale, sia in positivo sia in negativo.

Come giudica il pontificato di Papa Bergoglio e cosa ha provato il giorno in cui ha appreso delle dimissioni di Ratzinger?
Il giorno delle dimissioni di Ratzinger sono rimasto sconcertato, come credo tutti. Era una cosa mai vista, una cosa che nessuno riteneva possibile. E’ stato un Papa dal destino strano, è venuto subito dopo Wojtyla e soprattutto subito dopo quell’immensa emozione collettiva generata dalla sua agonia e dal suo funerale, la gente era ancora innamorata di Wojtyla e non poteva amare un altro Papa, e lui si è dimesso prima che potesse scattare una scintilla. Ma per scrivere L’opzione di Dio mi sono documentato moltissimo anche sulla sua opera, e credo sinceramente che sia stato un Papa molto più grande di quanto sinora percepito. Bergoglio? Beh, ieri credo l’abbiamo visto tutti in tv a “Che tempo che fa” da Fabio Fazio, e a me ha colpito moltissimo. Perché tra le tante cose che ha detto si è posto anche la stessa identica domanda che sta un po’ al cuore del mio libro, e le ha dato la stessa risposta.

Qual è il suo personale rapporto con la religione e con Dio?
Mi consenta di rispondere parafrasando un altro personaggio di Dostoevskij, lo Stavrogin de I demoni: «Se credo, non credo di credere, se non credo, non credo di non credere».

La società sta affrontando, a causa della pandemia, una delle stagioni più oscure della sua storia contemporanea. Pensa che la letteratura, e la cultura in genere, possano contribuire a traghettare l’umanità verso tempi migliori?
Purtroppo no. Penso che resti un’esperienza personale, e soprattutto che non abbia una missione. Del resto mi pare che ogni tentativo di assegnarle una missione abbia avuto e possa avere risvolti pericolosi.

In questi giorni la politica italiana ha vissuto l’elezione del Presidente della Repubblica, che, come abbiamo visto, è stata poi una rielezione. Il Quirinale e tutto ciò che sta intorno ad esso potrebbero essere l’ambientazione e lo spunto giusti per un nuovo thriller?
Beh, sì, perché no?

L’opzione di Dio ha tutte le carte in regola per una trasposizione cinematografica. Ci ha già pensato?
Eccome! Mi farebbe un enorme piacere. In effetti tra i lettori sono in molti a dirmi che la mia è una scrittura cinematografica, spero solo che se ne accorga anche qualche produttore.

Sta già lavorando a un nuovo romanzo? Potrebbe anticiparci qualcosa?
Sì, sto lavorando a due romanzi, di cui uno è idealmente il seguito de L’opzione di Dio. Il progetto sarebbe addirittura di costruirci sopra una trilogia. Ma non voglio anticipare niente, spero solo di farvelo leggere presto.

Pietro Caliceti, L’OPZIONE DI DIO, Baldini+Castoldi, 416 pagg., 2020.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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