Il volume, edito da Derive & Approdi, raccoglie le preziose testimonianze prodotte tra il 1987 e il 1991 dal docente di filosofia e redattore de “Il Manifesto”

Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York”. La citazione dal “Riccardo III” di William Shakespeare o, derivato da essa, il titolo del romanzo di John Steinbeck sono, molto probabilmente, alla base dell’ispirazione fornita a Paolo Virno per intitolare il volume in cui raccoglie articoli che ha scritto tra il 1987 e il 1991. L’autore, militante rivoluzionario, prima detenuto poi assolto in occasione del processo contro Autonomia Operaia, è docente di filosofia del linguaggio presso l’Università di Roma Tre ed è stato redattore delle pagine culturali del quotidiano “Il manifesto”. Virno definisce “Negli anni del nostro scontento”, edito da Derive & Approdi, un diario pubblico scritto con la voracità di un osservatore attento ma troppo spesso spiazzato dalla realtà che lo circonda. Una realtà in cui l’autore assiste giorno dopo giorno alla controrivoluzione capitalistica. L’evento segna in lui il progressivo dissolversi di un’idea. Un’utopia, forse, che aveva rappresentato il messaggio, l’orizzonte, la linea in cui credere e a cui votarsi anche a costo di sacrificare speranze e destini.

Il volume analizza diversi aspetti del fenomeno controrivoluzionario, mostrando per ciascuno di essi gli effetti di una crepa reazionaria che, di fatto, assurge a revisionismo nelle logiche di pensiero, nelle persone e nelle relazioni tra esse. Dal lavoro ai sentimenti, alla televisione, alla tecnologia, attraverso la disgregazione di un orizzonte geopolitico che diventa reale ben prima del fatidico crollo del muro di Berlino, attraverso quella borghesizzazione proletaria, quasi una rivoluzione al contrario, che passa anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Così, le pagine spaziano tra l’analisi della teoria dei sistemi di Bogdanov, avversario filosofico di Lenin, e quella della condizione del prigioniero, attraverso le citazioni di Flaubert, Stendhal, Leopardi e Cartesio, e mediante quella “metafisica materializzata” di cui, secondo l’autore, gronderebbero le prigioni. E ancora, tra gli spot che interrompono un film, la non trama de “Le amazzoni sulla luna” di John Landis è il pretesto intellettuale per certificare, accanto alla genialità del soggetto, il totale dominio del televisore come espressione neocapitalistica declinata negli spot commerciali che catturano lo spettatore. Particolarmente interessante lo scenario ipotizzato nella riflessione dal titolo Dopo la catastrofe del socialismo, due diverse idee di politica, in cui Virno analizza non solo quello che chiama “l’8 settembre della sinistra” dopo il crollo dei regimi dell’Est e la fine del PCI, ma anche quella che definisce “l’altra faccia della luna postfordista”, con il moltiplicarsi di strutture alternative al sindacato e la discesa in campo sul terreno della lotta di classe di forze nuove ancora “mal censite”.

Negli anni del nostro scontento” è un libro sincero, testimone di una passione politica mai sopita, giunta forse al capolinea degli orizzonti da offrire, ma non per questo arrendevole pur se sconfitta. Quella di Virno è una resa ideologica che non rinnega l’ideale in cui egli, insieme ad altri, ha creduto, con la speranza di cambiare davvero il mondo. Una missione il cui fallimento non può non essere registrato, certo. Ma dove accanto ad esso vive e persevera la dignità di una posizione identitaria ben definita, non scalfita dagli anni e dalle decadenze umane.

Paolo Virno, NEGLI ANNI DEL NOSTRO SCONTENTO, Derive & Approdi, 320 pagine, 2022.

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