Il nuovo romanzo dello scrittore sardo descrive un intenso rapporto tra padre e figlio. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore 

Due anime, due cuori, due destini. Nel mezzo, una vita che prima li accomuna per formalismi familiari e poi li divide. In mezzo, il dolore vissuto e affrontato in modalità diverse. “Nessuno resta solo” (Einaudi), romanzo di Alessandro De Roma, affronta il rapporto tra un padre, Guido, e un figlio, Antonio, in una storia familiare di apparente normalità, che lascia poi il posto al disagio dell’assenza e a tutto ciò che tra orgoglio e solitudine senza forse in modo indelebile due esistenze. Guido, professore universitario noto e apprezzato per qualità e rigore, dopo la morte della moglie Lucia diventa scontroso e scorbutico, e si lascia andare a comportamenti che nulla hanno a che fare con il suo vissuto precedente. Anche il figlio Antonio, d’altro canto, andato via di casa da anni, vive un lutto terribile a causa della morte del compagno. Anche la sua solitudine diventa rifiuto della vita e lutto, vissuto nella ulteriore difficoltà di una condizione omosessuale mai dichiarata apertamente. La vita, che li aveva divisi, porterà ancora padre e figlio sulla stessa strada, per una riconciliazione che sancirà una nuova stagione nelle loro esistenze. “Nessuno resta solo” è un romanzo intenso e ricco, che apre ai sentimenti senza cadere nella banalità della retorica familiare. Due esistenze, accomunate dal dolore, ma separate negli anni dall’orgoglio e dall’indifferenza, tornano a intersecarsi, grazie alla vita, che offre loro un’altra grande opportunità.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare l’autore, Alessandro De Roma, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Il romanzo ha come protagonisti Guido e Antonio, un padre e un figlio alle prese con esperienze di vita molto dolorose. Come è nata la storia che ha trasferito nel romanzo?
I rapporti padre e figlio sono spesso problematici. Lo sono stati anche per me. È difficile parlarne proprio perché padri e figli parlano poco e la comunicazione tra loro passa attraverso molte trappole. Una di queste è la virilità che si crede, erroneamente, debba essere legata all’eterosessualità. Per molti padri, purtroppo ancora oggi, l’omosessualità del figlio implica dei dubbi anche sulla propria virilità. Il che è davvero assurdo per tante ragioni, non ultima una che mi ha sempre fatto un po’ sorridere: in realtà negli ambienti omosessuali si fa un grandissimo sfoggio di virilità. La si cerca, la si esibisce. Per cui alla base di queste paure c’è un grandissimo fraintendimento. Si ragiona guidati dall’ansia della prestazione e dal giudizio sociale, più che dal cervello. Ma quello che ti sfugge, intanto, a causa di queste stupidaggini, è tuo figlio, è tuo padre, che finirai per non conoscere mai o per non poter mai davvero amare. Senza considerare il fatto che essere virili o non esserlo, non dice proprio nulla sulla qualità di un essere umano.

I due protagonisti vivono il dolore in modo diverso. Per Guido la vedovanza sembra quasi qualcosa di liberatorio che lo fa regredire a uno stato primitivo, dopo la malattia che ha consumato sua moglie Lucia e il loro rapporto di coppia. Per Antonio il dolore per la perdita del compagno pare invece amplificarsi anche a causa della propria omosessualità nascosta, che in realtà i genitori hanno intuito ma della quale non hanno mai parlato con lui. Perché l’omosessualità è secondo lei ancora un tabù nella società di oggi?
Credo innanzitutto per ignoranza. Gli omosessuali, vivono in una società tutta impostata sull’eterosessualità quasi come degli alieni. I dettagli, i problemi che devono affrontare ogni giorno sono noti solo a chi fa parte di quel mondo o lo frequenta per amicizia. Da questa ignoranza si sviluppa spesso una grande cattiveria, che può diventare vera e propria crudeltà, soprattutto in chi a sua volta ha latenti tendenze omosessuali che non ha il coraggio di esprimere. Voler impedire a qualcuno di vivere la propria vita è davvero terribile. Se ogni eterosessuale abbattesse il muro e pensasse almeno una volta a cosa significhi, per esempio, andare a prendere il proprio compagno o la propria compagna alla stazione e non poterli salutare, come si vorrebbe, con un bacio, per paura di essere insultato o addirittura picchiato, forse faremmo davvero un passo avanti finalmente. Ci vorrebbe un vero esercizio di empatia. Il che non è vero solo nei confronti degli omosessuali naturalmente. L’assunto di base del razzismo e dell’omofobia è che le vite degli altri sono irrilevanti e i loro cosiddetti dolori sono solo dei capricci.

In questi giorni è all’attenzione dell’opinione pubblica la discussione del ddl Zan contro l’omotransfobia. Cosa ne pensa in proposito?
ll fatto stesso che si debba parlare così a lungo e così spesso di una legge in fondo innocua, che prevede semplicemente che non si debbano aggredire o insultare le persone per strada per il modo in cui sono fatte, dice quanto in realtà il problema sia ancora vivo nel nostro paesi e in molti altri luoghi del mondo. Proprio perché ci sono questioni molto urgenti da affrontare nella nostra società e nella nostra economia, questo almeno è un tema sul quale si potrebbe essere facilmente tutti d’accordo. Chi vorrebbe essere insultato o aggredito semplicemente per quello che è? Chi si oppone a una legge come questa, dimentica per esempio che circa il 10% della popolazione è omosessuale e che certamente in ogni famiglia e in ogni ambiente di lavoro, anche in quelli frequentati dai feroci oppositori alla legge Zan, c’è qualcuno che vive nell’ombra, che ha paura di ogni minimo riferimento al tema. Ancora una volta: non parliamo di alieni, ma di persone che sono state a scuola con noi, lavorano con noi, festeggiano con noi il natale, o addirittura di persone che abbiamo cresciuto e che fingiamo di non vedere. Lancio un’idea provocatoria: una giornata dell’odio per ogni categoria di persone, nella quale si è liberi di insultare e aggredire determinate categorie: giorno dell’odio per le mamme, giorno dell’odio per le persone con i capelli ricci, odio per gli idraulici, odio per chi ama i cani, e così via. A ciascuno prima o poi toccherebbe la giornata in cui viene odiato (e più di una volta all’anno: un idraulico riccio, per esempio, che ama i cani passerebbe un brutto momento). Forse qualcuno finalmente capirebbe a cosa serve davvero la legge Zan.

“Non chiedetemi la pietà”, pensa Antonio, lacerato dal dolore dopo la perdita del suo compagno. La sofferenza porta ad essere più vicini al cinismo e alla cattiveria che non alla bontà e al perdono?
Accade soprattutto quando il dolore lo devi vivere in solitudine o nel silenzio. Chi non può starti vicino perché nemmeno ha mai visto che esisti, pienamente, come persona, finisce per diventarci indifferente. L’empatia a senso unico non può durare molto. Se mi hai reso invisibile per tanto tempo, c’è il rischio che prima o poi diventi anche tu invisibile per me.

In uno dei momenti più intensi della narrazione, Guido incontra Obino, un suo vecchio amico e collega, anche lui rimasto vedovo. E insieme ripercorrono la propria esistenza, con il rimpianto di non aver dedicato più tempo ad attività più futili, dalle passeggiate ai viaggi, al divertimento, ma anche alla propria dolce metà. “Ogni serata di primavera di cui non ho approfittato l’ho persa per sempre”, dice Obino. Pesa più la solitudine o il rimpianto?
Sono molto contento di parlare di quell’incontro perché per me è uno dei passaggi centrali del romanzo. Guido, vedovo e padre ormai solitario, che si è sempre misurato sull’amico quasi gemello Obino (del quale in realtà è sempre stato più fortunato), incontrandolo dopo tanto tempo lo vede per quello che è, un uomo che rimpiange soprattutto di non aver vissuto abbastanza. E in quel rimpianto non può non vedere se stesso: per la prima volta, parlando con Obino, difende suo figlio in una conversazione, ne riconosce i pregi, rimpiange appunto di non poter manifestare in alcun modo un orgoglio di padre che in realtà si accorge di possedere. L’amore che ci teniamo dentro nel silenzio va sprecato: restando chiuso dentro, ammuffisce, e alla lunga inquina le nostre esistenze. L’amore è fatto per esistere là fuori nel mondo, e dire il suo nome. Se gli esseri umani, nel tacere l’odio, impiegassero tante energie quante ne impiegano nel tacere l’amore, questo sarebbe un mondo davvero migliore.

La storia è ambientata in larga parte in Sardegna, tra Cagliari e San Leonardo di Siete Fuentes. La narrazione accompagna il lettore alla scoperta di luoghi e tradizioni che sembrano ben radicate nella scrittura. L’intento era quello di omaggiarli al di là della storia raccontata?
Mi piace sempre raccontare di posti che conosco e cercare, se posso, di aggiungere vita ai luoghi. A San Leonardo de Siete Fuentes ci sono cresciuto, è un borgo bellissimo ma purtroppo semi abbandonato: era invece molto vivo negli anni Settanta, quando io ero bambino e ci trascorrevo le estati. Credo che i romanzi possano regalare, aggiungere vita a chi li legge e a chi li scrive. Quando arrivi per la prima volta in un posto in cui è ambientato un romanzo che hai amato molto, hai davvero la sensazione di entrare in un luogo di culto, dove ogni pietra significa qualcosa. È una delle grandissime risorse della letteratura, dare senso agli angoli dimenticati del mondo.

Nella storia fa capolino una fantasiosa ricostruzione delle vicende legate al destino Mussolini, immaginata da Guido, con il dittatore fascista processato e condannato a scontare gli arresti domiciliari nella sua Riccione, dopo un processo in diretta tv in cui chiede perdono agli italiani, riconciliandoli. Quanto ha perso l’Italia dalla ferita ancora aperta dei rigurgiti del postfascismo nostalgico?
Tantissimo. Ancora adesso toccare quell’argomento è come gettarsi nelle fiamme. Ci si brucia per forza. Gli errori furono tanti nell’affrontare gli anni del secondo dopo-guerra: penso che se fosse avvenuto in Italia un processo simile a quello che fu fatto a Norimberga per i nazisti, molte cose sarebbero andate meglio; ma del resto la situazione era di per sé molto complicata: venivamo da una guerra civile, c’erano tante persone che avevano ancora le case piene di armi e il cuore pieno di rancore, e in più noi non eravamo solo sconfitti ma, grazie ai partigiani, eravamo anche vincitori della guerra e occupavamo un posto cruciale nello scacchiere della guerra fredda. Dovevano essere gli italiani a decidere per sé, e con ancora le famiglie spesso divise tra fascisti e antifascisti. Insomma, non era facile gestire la situazione. Identificare gli errori che furono commessi allora (da italiani e da americani) non significa che noi, al loro posto, avremmo saputo fare di meglio. E con Guido si arriva al corto circuito finale: un antifascista come lui che, in fondo, tutti trovano così somigliante al duce, e non solo nell’aspetto fisico.

“Nessuno resta da solo” è una storia di sofferenza e solitudine, ma anche di speranza. Nonostante il dolore, la serenità non è mai irraggiungibile. E’ d’accordo?
Ho lavorato tanti anni a questo libro e, rileggendolo per l’ennesima volta durante l’editing, mi è capitato di commuovermi per tutto il dolore che contiene. Ma credo che sia proprio così: c’è una luce che attraversa questa storia e questi miei personaggi. Un desiderio di amore e comprensione reciproca che non può facilmente esprimersi, ma che senz’altro abita questo libro come una presenza benefica.

Oltre che di letteratura, NoteVerticali si occupa anche di cinema. Giocando a immaginare un adattamento cinematografico del romanzo, a impersonare Guido e il suo dadaismo strampalato vedrei un attore italiano, Alessandro Haber. E’ d’accordo? Chi vedrebbe nel cast?
Haber sì, mi piace. Sarebbe bello. Senza più un capello in testa però. Per il ruolo di Tonio sarebbe splendido Elio Germano per il quale ho una grandissima ammirazione. Forse potrebbe ancora rientrare per età nel personaggio. Sarebbe divertente assistere al casting e vedere chi la spunta per interpretare il ruolo di Mirko Sale.

Ha progetti nel cassetto? Può darci qualche anticipazione?
Ho un lungo romanzo già pronto e al quale tengo moltissimo. Si può dire che si tratti di un romanzo di avventure moderne. Anche in questo caso un dolore grandissimo che si fa fatica a superare: il protagonista ha undici anni all’inizio del libro e ne ha poi quaranta alla fine. È tutta una vita che si accompagnata alla mia mentre lo scrivevo. Spero davvero possa uscire presto.

Alessandro De Roma, NESSUNO RESTA SOLO, Einaudi, 216 pagine, 2021.

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...