“Non si può separare la pace dalla libertà
perché nessuno può essere in pace senza avere la libertà.”
(Malcolm X)

NoteVerticali.it_Ali-Foreman_1Il 30 Ottobre del lontano 1974, nello stato dello Zaire, attuale Repubblica del Congo, si diedero appuntamento i due “bronzi di Riace” viventi, protagonisti dell’allora scena mondiale del pugilato. Non un semplice match sportivo, ma qualcosa che affondava le radici nella millenaria lotta del diritto dell’uomo,  una messinscena pugilistica d’avanguardia,  uno scontro destinato ad entrare nella storia, fatto non solo di uppercut e jab tecnici, ma anche e soprattutto di nevrosi, paure e sogni trasportati dal vento. Il campione mondiale dei pesi massimi, la più alta espressione del vigore e della forza fisica, l’arma di distruzione di massa, il “Fighter of the Year”, il giovane e potente George Foreman, pochi anni da contare e tanti muscoli sulle spalle da un lato; il semidio, la farfalla con guantoni e stivali, il predicatore concessosi alla noble art del pugilato dall’altra: Alì. Perché in queste due vocali intramezzate da una consonante c’è tutta la consapevolezza di cui si ha bisogno. La rivoluzione dei costumi è in atto nel mondo in ogni angolo di strada da un pezzo, gli uomini inneggiano alla libertà alla pace e alla trascendenza, mentre gli Afro, in America, lottano per la parità dei diritti, per il riscatto morale e sociale, dopo anni vissuti all’ombra del capitalismo bianco. La storia, o chi per essa, si diverte nel concedere il riscatto dalle ingiustizie, non contrapponendo due colori diversi, ma due approcci diversi all’esistenza in un rettangolo delimitato da corde di gomma piuma. Foreman è il combattente per eccellenza, l’afroamericano integratosi nel sistema, il picchiatore che capitalizza al meglio il fiuto e la forza di cui dispone per il raggiungimento della gloria personale.  Ali, al contrario, ha smesso da tempo di battersi con l’uomo, ha deciso di intraprendere una strada che lo porterà ad essere il simbolo di un intero popolo, di una lotta per l’uguaglianza e la libertà; il Mosè dal corpo scolpito nella pietra bruna sa parlare al cuore dei suoi simili, sa essere diretto e presuntuoso, goliardico e spaventoso come nessuno mai.

In realtà queste considerazioni hanno preso forma solo dopo un duello sportivo di memorabile bellezza, ma c’è mancato poco che tutto ciò non accadesse mai. Perché anche il più grande di tutti, la leggenda vivente Ali ha bisogno di fare i conti con i limiti dell’uomo, del fisico e degli anni che passano. Foreman è nel pieno del suo vigore agonistico, è appena divenuto campione del mondo battendo in sole due riprese Joe Frazier che pochi anni prima aveva, a sua volta, demolito Ali. Non solo, Ali veniva da una lunga inattività, dovuta al ritiro della licenza da parte delle commissioni pugilistiche statunitensi dopo il suo rifiuto di combattere in Vietnam; questo riposo forzato aveva precocemente allentato i suoi nervi e i sui muscoli, ormai avviati verso un ineluttabile sfinimento fisiologico. Questo Foreman lo sa, ma lo sa anche Ali, che della lotta aveva fatto un’idea, un concetto filosofico, un’espressione del pensiero, una forma d’arte logica e fluida, un moto sinuoso ed estetico più simile ad una danza  sciamanica.

NoteVerticali.it_Ali-Foreman_2Lo stesso Don King, ideatore dell’incontro, crea le condizioni per la disfatta, per il business economico e sociale, spostando il centro del mondo nell’allora sconosciuta Repubblica dello Zaire, governata dal sanguinario dittatore Mobutu Sese Seko, convinto che, in qualche modo, tutto possa andare secondo copione. Né lui, né nessun altro avrebbero immaginato un epilogo simile. Ali, nei mesi che precedono l’incontro, ricerca intorno, più che dentro di sé, le forze di cui ha bisogno. In palio non c’è solo la corona dei pesi massimi (Alì diventerà il secondo di sempre a riconquistarla dopo Floyd Patterson), ma una luce nel tunnel dell’emancipazione sociale di un popolo orfano di sovranità e diritto. I suoi allenamenti creano una consapevolezza spirituale, un moto di anime da concentrare in un pugno chiuso, contrapposte al metodo e alla meticolosità di Foreman, che estranea il suo mondo in quattro mura intorno ad un sacco che si piega sotto i suoi colpi devastanti.

Il match ha inizio alle quattro ora locale per favorire la diretta mondiale ed è subito Alì a guidare la prime schermaglie. I primi due round sono a favore del campione, che danza intorno al ring schivando le rasoiate di Foreman colpendolo più volte, con pugni precisi ed incisivi, al volto. Dal terzo round Alì da inizio alla tattica che diventerà un vademecum per tutti i fighter da lì in avanti: posizionato sulle corde morbide, il campione attende i pugni dell’avversario, forti e poco incisivi, mai realmente a bersaglio. La tattica del rope a dope (così definita) consiste nello stremare l’avversario, con un atteggiamento difensivo, fino allo sfinimento. Alì è lucido, incassa senza soccombere, sussurra a George, intimando qualche frase beffarda (“Ehi George, mi avevano detto che picchiavi forte come Joe Louis”), senza perdere di vista gli attacchi precisi e mirati al volto sempre più tumefatto del detentore del titolo, fino all’epilogo dell’ottava ripresa.

Su quel ring, infatti, dove il semidio poggia le sue membra terrene consegnandole in sacrificio, si consuma il genio e il romanzo storico; puoi battere l’uomo, puoi violentare la sua carne, ma impresa impossibile diventa il sacrilegio, la profanazione. Quando anche le corde diventano tenui e il pensiero prevarica, hai un solo un modo per ritornare alla tua vita terrena: attraversare il ring barcollante, andare al tappeto ed  attendere dieci interminabili secondi, mentre qualcuno urla alle tue spalle indemoniato: “Ali bomaye, Ali bomaye!”.

Ali uccidilo, Ali uccidilo!”

Ali è campione del mondo dei pesi massimi per la seconda volta.

ALI’ VS. FOREMAN – 30 Ottobre 1974