Il divo cinematografico è una presenza che mette serenità. Esistono attori e attrici che, attraverso il loro lavoro, sono diventati rappresentati di un necessario “altrove”. Facce che rappresentano personaggi cui sentirsi legati sono la perfetta sintesi della settima arte. Il divismo nell’accezione classica del termine sta sparendo fagocitato da troppa informazione. Oggi, i canali social ci dicono in ogni preciso istante chi o cosa sta mangiando una bistecca. Questo avvicina gli individui, non eccessivamente, ma uccide la fantasia.

Sean Connery si era ritirato nel 2003 dopo un film non particolarmente riuscito e lo aveva fatto perché, a parer suo, quello era il momento. Diciassette anni dove si era dedicato ad altro lasciando vivo il suo ricordo tanto da ipotizzare un ritorno nel nuovo Indiana Jones. Il ruolo del padre di Harrison Ford fu una memorabile “divertissement” che Steven Spielberg e George Lucas pensarono di affidargli. Lui, che aveva solo dodici anni in più del celebre archeologo, accetto il lavoro fornendo una delle sue interpretazioni più vive nelle memorie collettive. Sean era riuscito a togliersi i panni di Bond da tanti anni e lo aveva fatto perché gli allori non erano una priorità per l’attore scozzese.

Alfred Hitchcock, Sydney Lumet, John Houston sono solo tre dei registi con cui ha lavorato Connery. Essere un divo vuol dire non avere bisogno di sapere altro sul film, al pubblico sono sufficienti quel nome e quel cognome. Oggi il cinema classico è al tramonto e volti in grado di attrarre le folle non esistono più. Proporre qualche pellicola che ha reso Sean Connery immortale, non è certo impresa ardua nella certezza che il ricordo è un piacere intriso di necessaria malinconia.

L’uomo che volle farsi re (Regia di John Houston, 1975)

Tratto da un racconto di Kipling, è la storia di un monumentale fallimento. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo due ex sottoufficiali dell’esercito inglese decidono di conquistare una terra dilaniata da guerre interne. Il piano è assumere il potere dopo aver destituito il sovrano di turno. Una favola di ampio respiro che Houston gira in maniera eccellente. Nel film convivono azione e satira in salsa coloniale. Fondamentale due furfanti, i protagonisti pagheranno cara l’idea di conquistare l’oriente come Alessandro Magno. E’ il primo film dove Connery riesce a convincere critica e pubblico di non essere esclusivamente Bond. Michael Cane come partner e il regista fanno il resto.

Riflessi in uno specchio scuro (Regia di Sidney Lumet, 1973)

Noir di ottima fattura racconta la storia di un ispettore di polizia che brutalizza un sospettato fino a causarne la morte. Sospeso dai suoi superiori, l’uomo cade nella paranoia e nelle incertezze fino a identificarsi col male che un tempo avrebbe combattuto. Interessante prova di Connery in grado di tramettere la discesa agli inferi di un poliziotto traumatizzato dopo anni di violenza e inettitudine. Il regista accompagna la recitazione con un’atmosfera cupa e dialoghi poveri.

Cinque giorni un’estate (Regia di Fred Zinneman, 1982)

Uno dei film più intimi di Connery. Storia d’amore in ambiente montano tra un uomo di mezza età e una giovane donna confusa sul significato dei sentimenti. Correva l’anno 1932 quando in un albergo di lusso le passioni s’intersecavano con il dubbio dei ricordi. Un film particolare e coraggioso che da modo all’ex 007 di mostrare una recitazione più profonda. L’alpinismo fa da corollario a questa storia d’amore che diventerà un triangolo da cui sarà impossibile fuggire.

Il nome della rosa (Regia di Jean Jaques Annaud, 1986)

Tratto dal romanzo di Umberto Eco, il film esalta l’ironia e la recitazione quietamente brillante di Connery. Un francescano indaga su alcune morti sospette in un monastero dell’Italia medievale. Annaud porta in scena un giallo ricco di suspense e citazioni filosofiche con anticlericalismo e ironia a margine. Film certamente riuscito che strizza l’occhio al grande pubblico e per questo in grado di farsi benvolere. Un esempio di intrattenimento con ottime ambientazioni e facce da estasi espressiva.

Scoprendo Forrester (Regia di Gus Van Sant, 2000)

Scrittore misantropo riscopre la vita dopo ventitré anni di esilio grazie ad un ragazzo amante della letteratura. Il vecchio si è ritirato nella solitudine più assoluta. La sua delusione per il mondo sarà messa in discussione dalla forza creativa di un amico adolescente. Uno degli ultimi film di Connery che rispecchia, attraverso il protagonista, l’età di passaggio in cui l’attore stava per entrare. Il regista esalta le qualità di un attore, qui misurato, attraverso la cronaca di una rinascita silente.