Nella Basilica dell’Immacolata del capoluogo calabrese è andato in scena l’Oratorio dei Folli e Santi Innocenti, per la rassegna ‘A farla amare comincia tu’

Una chiesa imponente, che trasuda storia e rigore, in una notte di fine anno, invernale ma non fredda. Siamo a Catanzaro, e nel corso principale del capoluogo agghindato a festa con le luminarie concilianti (“regalo di un’amministrazione niente male”, canterebbe Dalla) va in scena l’evento per eccellenza di questo fine anno tutto calabrese. Non un concertone di Capodanno, niente folla, niente sguardi affrettati e distratti. Siamo nella Basilica dell’Immacolata, un luogo storico per i catanzaresi. E che diventa suggestivo anche per noi, ospiti accolti che in punta di piedi si apprestano ad assistere a uno spettacolo sui generis, con protagonista Vinicio Capossela, cantore per eccellenza della tradizione, quella che cerca di resistere a ogni piatta omologazione. Lo spettacolo, pensato appositamente per la città di Catanzaro, è inserito nella rassegna “A farla amare comincia tu“, per la direzione artistica di Antonio Pascuzzo. Un luogo anomalo come una chiesa, in una data scelta non a caso. È il 28 Dicembre, il giorno in cui, dopo quelli dedicati alla nascita di Gesù, al primo martire Santo Stefano e a San Giovanni Apostolo, la Chiesa ricorda i Santi Innocenti martiri, i bimbi uccisi per la cattiveria del re Erode, spaventato dalla profezia dei Magi che gli avevano rivelato la nascita di un bambino che lo avrebbe soppiantato sul trono. Una festa antichissima, di cui si ha traccia in Occidente già dalla prima metà del secolo V, che getta un’ombra di inquietudine nel mondo dominato dalla violenza, dove non sempre le voci dei più piccoli sono protette dalla sopraffazione dei più grandi. Ma una festa che trasmette anche goliardia, con l’invito allo scherzo e alla burla, proprio per voler vestire il mondo di quello spirito bambino del quale Erode aveva voluto privarlo. E così un’antica tradizione che parte dai Saturnali romani faceva nel Medioevo del giorno della Festa dei Folli la festa asinaria, in cui un asino si introduceva in chiesa e veniva fatto re, e il bambino che gli stava in groppa proclamato Vescovo. Tutt’oggi, in molti paesi di lingua ispanica, il 28 Dicembre bisogna stare attenti agli scherzi, in una sorta di Pesce d’Aprile di fine anno.

Stasera a Catanzaro, Vinicio Capossela è il cerimoniere di una festa in musica che prende per mano lo spettatore e lo porta dalle tenebre alla luce, attraversando lo spirito più autentico della tradizione contadina infarcito di creature misteriose, pronte a sovvertire l’ordine costituito e a non obbedire ad alcuna regola, almeno per una sera. Dopo una coinvolgente introduzione a suon di zampogne con le quali i Totarella (Paolo Napoli, Saverio Marino, Rocco Adduci e Peppuccio Garofalo) riscaldano la chiesa portando l’aria del Pollino nella patria di San Vitaliano, entra in scena Capossela, a dar vita alla celebrazione laica che forse farà storcere il naso a qualche bigotto. Lo compatiamo e andiamo avanti. Vinicio inizia raccontando la leggenda in musica del Pumminale, l’uomo nato nella notte di Natale che, secondo la tradizione, per scontare la colpa di condividere lo stesso genetliaco di Gesù, dovrà subire la trasformazione in lupo mannaro, portando in dote l’eterno duello tra sacro e profano che dilania l’animo umano, perennemente in bilico tra demonio e santità, tra terra e cielo, tra fango e stelle. Il Pumminale, brano contenuto in quel trattato di antropologia in musica che è Canzoni della Cupa, disco pubblicato nel 2016, viene eseguito in una versione più country, quasi western. Ad accompagnare Capossela, che si alterna tra chitarra e pianoforte elettronico, ci sono Giovannangelo De Gennaro alla voce, viella, bombarda, aulofoni e zampogna, Raffele Tiseo al violino e viola d’amore, Vincenzo Vasi alle ‘diavolerie elettromagnetiche’ e tamburo, Andrea Lamacchia al contrabbasso. Il pubblico, che ha risposto in massa (oltre 15mila i contatti registrati per circa 600 posti disponibili) all’appello lanciato via Web per la prenotazione dei biglietti gratuiti di ingresso, ha riempito la chiesa in ogni ordine di posti, sistemandosi in piedi nelle navate laterali, ma nel dovuto rispetto del luogo che lo ospita, applaude convinto e già pregusta quel che sarà il viaggio musicale al quale è stato invitato.

Si prosegue con un altro brano e un nuovo personaggio, questa volta di ben altro spessore, ma non per questo meno soggetto a tentazioni. Si tratta di Sansone, giudice israelita, descritto nella Bibbia come un eroe dalla forza prodigiosa, capace di uccidere con una mascella d’asina ben mille uomini. Non ti frantumare, o il peccato ti renda mortale… canta Vinicio: Non trattare, del 2006, è un inno alla castità e alla purezza secondo la lingua dell’Antico Testamento (Per amore verrà divorato chi all’amore in pasto si è dato). L’istinto però preme, e con lui gli spiriti che danno vita alla Danza macabra, terzo brano in scaletta:

La Morte vien’ da fuori, eppure sta nella vita,
da dove eravamo prima ci prende e ci porta a dopo,
la vita è un passaggio, dicono, ma per dove?
la Morte se ne freca, chi tocca tocca muore…     

Un’altra “ballata di uomini e bestie” (dal disco omonimo del 2019) è Le loup garou. Qui Vinicio suscita il sorriso del pubblico quando afferma, citando alcuni versi della canzone, che il trasformismo va bene in politica, per farsi votare, per farsi comprare…

Le ombre dei morti, invocate dall’artista, sembrano ascoltare quiete. Ma cosa ci sarà nell’aldilà? Capossela si interroga: “Ma è meglio sapere o non sapere? Questo è il dubbio amletico che accompagna l’uomo sin dalla propria comparsa nel mondo”. Poi conclude affermando che “la conoscenza è niente senza fede”. È l’intro di Dimmi Tiresia, del 2011, che racconta l’incontro tra Odisseo (Ulisse) e l’indovino tebano che predice il futuro all’eroe omerico. Capossela esegue il brano imbracciando la chitarra e offrendo un arrangiamento più country rispetto all’originale in studio. Il pubblico gradisce e in molti muovono la testa a ritmo della musica. Ma c’è una creatura celeste chiamata a fronteggiare la morte: è San Michele, la cui statua, di scuola napoletana settecentesca, troneggia proprio nella chiesa che ci ospita. L’angelo della Luce, altra canzone della Cupa dal disco del 2016, raccoglie le invocazioni di chi (“vagabondi vagabondi, schiuma dell’umanità…”) chiede guarigioni nell’anima e nel corpo. L’arrangiamento è arricchito dall’intervento dei Totarelli in un intreccio vocale letteralmente da brividi. Ma l’Arcangelo della Luce è volato con la testa in giù: non è ancora giunta l’ora della salvezza, bisogna ancora combattere per ottenerla. E il luogo è ancora la terra, il locus in cui le radici della cultura popolare si congiungono con gli archetipi, con le creature e i mostri del mito e col regno delle ombre per eccellenza, che è l’Ade. Qui emergono altre due creature bibliche. Storia e mito si intrecciano ne La notte di San Giovanni, che su atmosfere alla Nick Cave celebra il sacrifico del Battista che – come narra il Libro dei Libri – pagò con la decapitazione il capriccio di Erodiade e Salomè, creature dannate che si inseguono e si maledicono in un blues infernale che sembra non avere fine. Il brano successivo è un canto popolare sulla Passione di Cristo dell’area geografica tra Canna e Alessandria del Carretto: è la terra di origine dei Totarelli, che lo eseguono nella contemplazione generale. L’atmosfera è indescrivibile, tale e tanta è l’emozione che traspare ascoltando quelle note gonfie di storia e dolore e osservando gli affreschi che abbiamo la grazia di vedere. Siamo giunti al cuore del concerto. Torna Vinicio tra gli applausi. Il povero Cristo attualizza la parabola evangelica immaginando che Gesù scenda dalla croce e torni in mezzo agli uomini:

Tutti lo voglion primo
nella loro lista
ma piuttosto che da vivo
a dare il buon ufficio
è meglio averlo zitto
e morto in sacrificio…

Ma dopo aver provato invano a parlare all’uomo, il figlio di Dio si è cucito addosso una veste di silenzio. È superfluo dire che il brano emozioni più di tutti, anche perché il lento refrain ci porta alla stretta attualità che vivono le nostre cronache:

E intanto nel mondo una guerra è signora della Terra,
E intanto nel mondo una guerra è signora della Terra…

Dal Cristo al Michelangelo il passo è breve, se è vero che tante furono le opere in cui il genio artistico dello scultore protagonista del Rinascimento italiano si manifestò rappresentando il Figlio di Dio. Capossela riprende alcuni versi del Buonarroti che aveva già musicato tempo fa:

Fuggite, amanti, Amor, fuggite ’l foco;
l’incendio è aspro e la piaga è mortale,
c’oltr’a l’impeto primo più non vale
né forza né ragion né mutar loco.
Fuggite, or che l’esemplo non è poco
d’un fiero braccio e d’un acuto strale;
leggete in me, qual sarà ’l vostro male,
qual sarà l’impio e dispietato gioco.
Fuggite, e non tardate, al primo sguardo:
ch’i’ pensa’ d’ogni tempo avere accordo;
or sento, e voi vedete, com’io ardo.

L’omaggio è sentito e deferente, e rivela una devozione infinita verso il dolore e la sofferenza umana come motivo di riscatto e redenzione per le anime in pena. Le stesse che non possono sottrarsi alle tentazioni, quelle che coinvolgono tutti, persino i cuori più nobili.

Nel deserto una visione
fare un deserto in ogni uomo
e riempirlo di televisione
niente più drago e serpente
il deserto è pieno di niente
con il morso della mela
fare del mondo una clientela
tutta in rete, tutta connessa
tutta visibile, fatta dai social…

L’attualizzazione caposseliana con le Nuove tentazioni di Sant’Antonio è un’invettiva in forma di divertissment contro le distrazioni moderne che inaridiscono il cuore e la mente lasciando l’uomo in uno stato di perenne solitudine. E a proposito di S. Antonio Abate, il maiale è l’animale che lo accompagna nell’iconografia popolare. Ecco allora giungere calzante Il testamento del porco, tratto sempre da Ballate per uomini e bestie:

 

Lascio gli occhi per chi non vede
e la carne per chi non crede
l’udito fino che mi è servito
a sentire a tutte le ore
il richiamo del ventre
invece di quello del mio signore

 

Capossela lo esegue trascinando un pubblico che si mostra assai compiaciuto. Siamo in dirittura d’arrivo. Nella morte dell’animale che sacrifica sé stesso per darsi in pasto all’uomo, saziandone la fame e l’ingordigia, c’è la sublimazione della condizione umana e della creatura pronta a riconciliarsi con il suo creatore. È il momento della festa asinaria, quella in cui, come scrivevamo, un bambino in groppa a un asino veniva introdotto in chiesa e, solo per il 28 Dicembre, proclamato Vescovo. La festa per eccellenza per il popolo caposseliano significa una cosa sola: Il ballo di San Vito. Iniziano i tremori della taranta, della tarantolata, e l’assemblea si scatena insieme al proprio condottiero musicale, che nel frattempo ha addosso delle orecchie d’asino pronte per l’occasione. Il concerto è giunto alla fine. Prima però, il doveroso tempo del bis. Prima i Totarelli, il cui contributo è stato sorprendente e ricco, grazie a esecuzioni pregevoli e al nobilissimo intento di dar voce alla tradizione musicale dei pastori del Pollino. E poi Vinicio, ancora lui, che dopo aver osservato giustamente che il mondo alla rovescia è semmai quello corrente che andrebbe rovesciato, ci regala Ovunque proteggi accompagnandosi con l’armonium che risiede stabilmente nella cripta di San Vitaliano, colui che – dice – ha dato il nome all’Italia. Il pubblico apprezza e applaude e poi si abbandona all’ascolto. È una ninna nanna bellissima, sembra sia la prima volta che l’ascoltiamo.

E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l’incanto
l’incanto di te
di te vicino a me…

La chiesa è in religioso silenzio, e solo al termine si abbandona in applausi che paiono non finire mai. Siamo giunti davvero alla fine. È stata una serata che non dimenticheremo. Grazie a chi ce l’ha regalata, offrendoci l’opportunità di assistere a una magia d’arte. E grazie Vinicio, ancora una volta. Grazie.

     (Foto di Oreste Montebello. Si ringrazia per la gentile concessione)