La performance dell’artista con Peppuccio Garofalo conquista il pubblico del Teatro Comunale di Mendicino

Piccoli miracoli dell’arte, e della melodia che con lei ti avvolge familiare. Immagini di essere in un fumoso club di Los Angeles, o in un caffè della West Coast, ad assaporare note che scivolano via nell’aria fredda di dicembre. Invece sei in un teatro di provincia, a due passi dalla città di Telesio, nella terra degli Enotri, con quel profumo di Magna Grecia che ti sorprende ogni volta, come il gusto della notte. Che ti accomuna a chi ha visto almeno una volta un concerto di Tom Waits o uno spettacolo di Juliette Greco, tra sogni vividi e bizzarri che ti fanno evadere da una realtà di fango e pioggia. Sul palco, una musa e il suo musico. Emilia Brandi e Peppuccio Garofalo, cavalieri erranti in sella al destriero della fantasia, che ti avvolge, ti conquista e ferma per te il tempo e la sua inesorabile cantilena. “Mille piani all’alba”, una produzione Porta Cenere andata in scena al Teatro Comunale di Mendicino (CS), è uno spettacolo troppo fragile e prezioso per una realtà in cui scorre senza far rumore. Proprio per (o nonostante) questo, è uno spettacolo necessario, perché aiuta lo spettatore a riappropriarsi della libertà di emozionarsi. Per farlo, la Brandi, autrice e regista, sceglie la notte, quella che Vincent Van Gogh riteneva “più viva e intensamente colorata del giorno”. Prende per mano lo spettatore e lo conduce in uno spazio che già appartiene al suo inconscio, dove può ridestarsi dal torpore di giornate grigie e appiattite dall’ovvio, nelle quali la banalità domina indiscussa. Sul palco l’artista conquista la scena con una voce calda e sensuale, che avvolge e coinvolge. Ma il suo non è uno spettacolo conciliante e soporifero. Né la sua una esibizione degna della peggior Sueleen Gay nella “Nashville” di Robert Altman. C’è musica, ma non è effimera, con echi di Tori Amos e di Aimee Mann. Si parla di notte, ma non si dorme. Quando brillano le stelle, è il momento della giornata in cui l’essere umano resta finalmente solo con se stesso.

Everyone out there is walking, running or talking, swapping, yelling or laughing”, canta in “Nights’ borders”. Fuori dai confini notturni è schiamazzo, urla, un continuo rincorrersi e indossare maschere che camuffano la propria identità. Di notte no, l’essere umano apre la comunicazione diretta con il proprio cervello e il proprio cuore, senza filtri né intermediari, e attraverso pensieri ed emozioni lievita nei sogni e negli incubi nei quali trasferisce desideri e paure, aspirazioni e timori, proprio come un bambino che ambisce a volare ma ha paura di cadere. Un equilibrio instabile, che è gioia e vertigine, dove il respiro ridona vita ai battiti, e la mente corre veloce, sfiorando la propria naturale divinità. “Io in sogno creo interi romanzi”, scriveva Dostoevskij. La drammaturgia si apre al confronto e al ricordo, attraverso frammenti inediti e d’autore che riportano al sogno, nell’eco che fa riaffiorare altri rimandi, altre ingerenze. Come quella della morte, che fa ossessivamente capolino ne “Lo scarafaggio” di Dino Buzzati, dove l’attenzione dello spettatore è richiamata su una scena di inquietante normalità: un risveglio improvviso nel cuore della notte, l’ululato di un cane, l’urlo di una donna, il pianto di un bambino e l’impazienza di un canarino, tutti placati dal proprio disequilibrio dalla fine di un scarafaggio agonizzante. 

Parole e suggestioni riecheggiano inframmezzate dalle note delle canzoni originali, tutte in lingua inglese e tutte scritte dalla stessa Brandi e musicate da Garofalo, che colpiscono per l’intensità che suscitano. Come “Tumbleweed”, che entra in testa al primo ascolto, e trasferisce in musica le emozioni suscitate da un passaggio di dimensione. O come l’autobiografica “Another one”, rielaborazione di un sogno particolarmente agitato fatto dall’artista. O anche, come quando entra in scena l’omaggio a Pippa Bacca, performer milanese brutalmente assassinata nel 2008 in Turchia, mentre girava l’Europa in abito da sposa, e alla propria arte incompresa. “A spouse”, dedicata anche a lei, è certamente l’episodio più commovente dello spettacolo: l’interpretazione della Brandi è tutt’uno con l’immagine della sposa del vento, il cui abito bianco abbraccia tutto il mondo e ne copre le brutture e i soprusi, proprio come la luna copre le nuvole e affida le ore buie all’oblio del presente, quando nuove ombre appariranno, nascoste dalla luce di una nuova alba, perturbante e lucida. 

Al termine dello spettacolo, si esce dal teatro profondamente colpiti, arricchiti e coinvolti in prima persona. Merito di una performance nella quale la dimensione onirica restituisce dignità all’anima, ribelle e libera come non mai, e dove il buio corre più veloce della stessa  luce.

MILLE PIANI ALL’ALBA
con Emilia Brandi e Peppuccio Garofalo 

drammaturgia e regia 
Emilia Brandi
canzoni originali
Peppuccio Garofalo (music)
Emilia Brandi (lyrics)

costumi e oggetti di scena
Antonella Carbone

direzione tecnica e luci
Matteo Fausto Costabile

fonica
Francesco Altomare

ph. e locandina
Antonio Arena

produzione
Porta Cenere

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