Il periodo estivo e la momentanea precarietà dell’industria cinema portano in sala qualche capolavoro del passato che vale la pena di segnalare. Trattasi di film che hanno scritto le pagine più importanti della settima arte. Lo spettatore può costruire una sorta di percorso attraverso gli anni dove farsi un’idea dello sviluppo nell’approccio a sceneggiature e soggetti degli artisti. Registi provenienti da ogni parte del pianeta che sono riusciti a sperimentare soluzioni particolari per fare film non sempre straordinari ma sicuramente interessanti. 

 

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO (Elio Petri, 1970)

La riproposta di questo capolavoro è uno degli auspici migliori con cui tornare nelle sale. Un commissario di polizia uccide volutamente la sua amante. La donna lo tradiva con un giovane contestatore di sinistra e l’uomo non riusciva a sopportarlo. Dopo il delitto, il Dottore (soprannome del protagonista) lascia volutamente indizi per far arrivare gli inquirenti al suo nome perché colpevole. Il fine del poliziotto è di dimostrare quanto alcune figure tendono a rimanere intoccabili dalla legge in virtù di una posizione primaria negli ingranaggi dell’ordine costituito. Premio oscar come miglior film straniero rappresenta il capolavoro di Elio Petri. Tutta la pellicola è una riflessione sul sistema Italia dei primi anni settanta e su come alcuni apparati tendono a ripetere gli stessi errori caricando le azioni di ideologie e luoghi comuni. La sceneggiatura scritta da Elio Petri e Ugo Pirro è una bomba a orologeria che non risparmia nessuno. Il film non mette in cattiva luce solo la polizia, ma getta ombre (dovute) sia sui giovani attivisti sia sulla gente comune; andando a scoprire un sistema sociale pavido ed egoista. Straordinaria è l’interpretazione di Gian Maria Volonté nel ruolo di uno sprezzante commissario di polizia. 

 

CRASH (David Cronenberg, 1996)

Il film celebra la morte del sentimento e lo fa in maniera compiaciuta e sorniona. Tratto da un romanzo di Ballard, Crash è la storia di un uomo ossessionato dagli incidenti d’auto. Vaughan (il nome del protagonista) ipotizza l’amplesso attraverso il pericolo e la fusione tra corpi e tecnologia. Un universo di personaggi eccitati dal rischio che mettono in scena situazioni al limite per ritrovare quella passione che senza tecnologia non riescono a provare. Sullo schermo va in scena lo stile inconfondibile del regista canadese pervaso dal suo classico pessimismo e dalla voglia di riflettere sulla natura umana. Un lavoro che si può detestare o apprezzare ma impossibile da avvilire suggerito da quel 1996 per mostrare quanto certe cose sembrano rimaste uguali. Il regista sceglie un’adesione completa allo scritto di Ballard per cui s’ispira anche nei dialoghi spezzettati e illuminanti allo stesso modo. Una scelta che non risparmiando nulla a se stessa tratta lo spettatore nel medesimo modo. 

 

DEAD MAN (Jim Jarmusch, 1995)

Il capolavoro del regista americano torna al cinema per farsi ammirare nella sua forza visiva. Wiliam Blake di professione contabile, uccide accidentalmente un uomo e comincia la sua discesa verso la morte, sullo sfondo l’Arizona di fine 800 .Ultimo esempio di western vecchio stile, poggia su una sceneggiatura che alterna momenti di dramma introspettivo a ironia sbrigativa . Il risultato è un lavoro nostalgico e carico di riflessioni sulla vita e su un periodo storico che sta morendo. I cacciatori di taglie che braccano il protagonista sono degli scappati di casa senza nessuno scopo e alcun obiettivo, l’indiano che aiuta Blake lo crede il poeta e il protagonista stesso non riesce a inquadrare le motivazioni a margine del lento e costante sgretolarsi della sua vita. Un bianco e nero da menzione porta lo spettatore nel sogno che il protagonista è convinto di vivere regalando momenti di rara poesia, il cameo di Robert Mitchum (il suo ultimo film) rende Dead Man essenziale. 

 

CARAVAGGIO (Derek Jarman, 1986)

Tutto quello che dovrebbe essere un biopic. In scena vanno la vita, gli amori e soprattutto l’arte di Michelangelo Merisi, raccontati seguendo il filo illogico del suo talento. Il regista sceglie di romanzare un po’ la realtà e lo fa in maniera eccellente lavorando completamente in teatro e portando il risultato al cinema. Una rappresentazione eccellente di Roma nel ‘600 dove si alternano arte, violenza e promiscuità diventando elementi essenziali per liberare la creatività di un genio del tempo. Caravaggio viveva tempi strani e non si limitava a fare da spettatore regalando oltre al suo lavoro qualche pagina di vita vissuta. Aneddoti che Jarman propone in maniera interessante e con la freschezza propria di una mente da filologo. Il film c rappresenta la perfetta scelta a una sequela di avvenimenti, non sempre interessanti, cui le biografie di oggi ci hanno abituato.