Siamo stati alla conferenza stampa di presentazione del film “La dolce arte di esistere“, che vede la regia di Pietro Reggiani e, nel cast, Francesca Golia, Pierpaolo Spollon, Rolando Ravello, Anita Kravos, Salvatore Esposito. Una storia originale, che racconta di due ragazzi, Roberta e Massimo, e della loro difficoltà di approcciarsi alle persone (leggi qui la nostra recensione del film).
“In una tendenza immaginaria e paradossale” – dice il regista Reggiani – “mi sembrava significativo che l’invisibilità per timore fosse quella più spontanea. Ho immaginato un’esperienza contraria e tanto faticosa come quella di scomparire se non si ha attenzione, raccontando sentimenti che sentivo di poter cambiare. La scelta principale è stata quella di considerare l’invisibilità psicosomatica per via sociale come caso eccezionale in due persone che, scomparendo, diventano totalmente uniche nel suo genere, e che come tali, sono destinate a incontrarsi. Tutto questo legato alla storia, una certa meccanicità, mentre mi piaceva che ci fosse un percorso intimo, qualche modo per fare i conti e cercare di uscirne.”
La genesi del film è stata molto lunga. L’idea è nata già nel 2007, poi la scrittura è durata un anno e mezzo, con continue revisioni. La pellicola è stata girata nell’estate 2012, e poi sono cominciati i problemi di montaggio, che hanno fatto slittare la stesura definitiva di oltre un anno. Originale l’idea di considerare sempre una voce fuori campo, quella del narratore, affidata a Carlo Valli, che racconta la storia al posto dei protagonisti. “Quando ho scritto il film ” – ci dice Reggiani – “ero così dentro i personaggi che alcune sfumature mi erano chiarissime, ma era difficile far arrivare per intero il messaggio. Ho pensato che la presenza di una voce fuori campo potesse dare quella completezza che immaginavo, che ha preso corpo. All’inizio era addirittura la mia voce, poi mi hanno convinto giustamente a chiamare Carlo Valli ed è stato gentilissimo, carinissimo. Nel giro di 3 ore e mezza ha inciso tutta la voce.”
A chi intravede qualche analogia con “Il ragazzo invisibile“, recente film di Gabriele Salvatores, Reggiani risponde che in ogni caso il riferimento all’invisibilità non era stato mai pensato nel titolo, che all’inizio era “Non scomparire” e che poi è stato mutuato nel definitivo “La dolce arte di esistere”.
A Francesca Golia, attrice protagonista, abbiamo chiesto che tipo di approccio ha avuto rispetto al suo personaggio, e quali le difficoltà incontrate nell’interpretarlo. “ E’ stato un personaggio diverso”, confessa Francesca, “non avevo gli strumenti per andare in qualcosa che era reale, ma è anche surreale. Diciamo che ho cercato di leggere molto il testo e affidarmi a Pietro (Reggiani, ndr), che poi era l’unica scelta possibile perché è stato un regista che dire minuzioso è un valido eufemismo, dato che l’ho sempre visto come essere un attrice telecomandata… che ha curato ogni aspetto, ogni sguardo del film.”
A proposito poi del rapporto tra la parola e l’immagine, Francesca afferma che “il rapporto è presente nella sceneggiatura, quindi la voce tira da una parte e l’immagine dall’altra. Si ricercano tutte le espressioni del momento, sentimenti estremi e quasi non spontanei.
Infine, domanda provocatoria a Francesca e Anita Kravos, altra interprete del film. Visto che si parla di invisibilità, chi o cosa vorrebbero far sparire che danneggia il nostro cinema? “Qualche collega.” dice ridendo Francesca. “La paura di investire e rischiare sulle nuove cose… ci vuole un po’ d’azzardo.” le fa eco Anita.
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