Ancora pani, pesci e manifestanti: note a margine del “Family day” del 20 giugno

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E’ di questi giorni l’ennesima discussione sui numeri delle manifestazioni politiche in Italia: neppure troppo accesa, per la verità, perché la nostra tradizione politica dà quasi per scontato che un conteggio fatto nell’ordine delle decine di migliaia sia di fatto l’ammissione di un fallimento. Alla dichiarazione degli organizzatori del Family Day romano, che rivendicano addirittura un milione di partecipanti alla manifestazione di sabato venti giugno, si è opposta tra le altre la voce di Francesco Guatieri, un ricercatore dell’Università di Trento, che ha trovato spazio su Huffington Post per scrivere che un numero così alto sarebbe possibile solo con la compenetrazione dei corpi.
Devo dire che l’analisi fatta da Guatieri mi è sembrata limitata ad alcuni elementari calcoli statici sulla superficie di Piazza San Giovanni e dintorni, e credo che una valutazione corretta dell’afflusso di folla a qualsiasi evento simile debba considerare molti parametri diversi, ma la sua riflessione ha il merito certo di porre l’attenzione sulla folle deriva algebrica della nostra politica quando parla del manifestarsi di sé nelle piazze.
Alcuni anni fa mi trovai a scrivere di questa presunta, inverosimile pulsione delle genti italiane a scendere in piazza, e mi fu facile riferirmi alla parabola evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci: la sola conseguenza possibile, infatti, della veridicità di quanto preteso dai leader nostrani è che i miracoli sono di questo mondo, e in Italia riescono evidentemente con frequenza maggiore che in Galilea o in qualsiasi altra parte del pianeta.
Eravamo nel 2007, e la deriva algebrica toccò vette impensabili. Ancora a quelle posso riferirmi, perché la metodologia di analisi applicata a un periodo tra i più “creativi” della nostra storia recente troverebbe regolare conferma anche nei numeri del presente, che al fine del mio discorso non cambia nulla e presenta peraltro rivendicazioni di “oceanità” di piazza meno frequenti per i cambiamenti sopravvenuti da allora nella nostra scena politica, dove la contesa si è spostata progressivamente da numeri immaginari ad altri aspetti, peraltro ben tristi, della nostra vicenda nazionale.
Bene, facciamo un passo indietro fino all’ultimo trimestre di quell’anno e guardiamo al corteo di Alleanza Nazionale del 13 ottobre, alle primarie del Partito Democratico il girono dopo, alla risposta della sinistra la settimana successiva e alla giornata contro il governo Prodi voluta nel novembre da Berlusconi.
Quest’ultimo cercò l’ennesimo primato giocando non solo sulle piazze, ma sull’allegro sistema combinato di gazebo e di siti internet che sembravano accettare il voto da qualunque identità virtuale prima ancora che il computer venisse acceso. Al termine della kermesse, in una progressione numerica probabilmente corrispondente alla sua progressione emotiva, Berlusconi sostenne che tra firme e sottoscrizioni prima sette, poi otto e infine dieci milioni d’italiani (uno ogni 5,9, a quei tempi) si erano schierati con lui. Considerati i diciannove milioni di voi dalla sua coalizione raccolti alle precedenti elezioni politiche, quindi, più di un elettore ogni due senza preoccupazione alcuna per banalità quali la distribuzione dei votanti sul territorio, il numero reale di gazebo spesso fantomatici, la diffusione e l’uso del computer nelle varie fasce della popolazione italiana (improponibile il paragone con la diffusione di oggi, che pure non è tra le prime in Europa) e il fatto, certo per lui non degno di nota, che un terzo circa di questa vive in zone considerate “non inurbate”.
Tanta disinvoltura nel rivendicare milioni di persone a supporto della necessità del momento poggiava sul tradizionale abuso dei numeri che in Italia accomuna da sempre nell’inattendibilità, e spesso nel ridicolo, tutte le scuole politiche.
Ma solo un mese prima della pirotecnica esibizione berlusconiana, troviamo un precedente che ci riporta esattamente alla polemica di questi giorni: la manifestazione della sinistra, che coinvolse secondo gli organizzatori proprio un milione di manifestanti e sempre a San Giovanni. La manifestazione era stata effettivamente molto partecipata, ma le stime della partecipazione tradirono la più assurda irrazionalità. Il sabato precedente si era parlato di mezzo milione con AN, e il giorno successivo di tre milioni e mezzo per le primarie del Partito Democratico. In tutto cinque milioni di italiani che si sarebbero mobilitati politicamente, a cui andrebbero aggiunti i dieci milioni di Berlusconi. Quindi, pur assumendo che almeno la metà del mezzo milione di manifestanti di AN fosse poi anche passata ai gazebo del cavaliere, quasi quindici milioni d’italiani, circa un elettore su tre aventi diritto, avrebbero manifestato direttamente le proprie scelte politiche.
Si noti che quanto appena scritto non considerava il generale andamento dell’astensionismo e delle schede bianche o nulle che ha interessato il nostro paese in maniera costante e relativamente regolare dagli anni settanta in poi. Nelle elezioni politiche del 2006 più del 20% degli elettori non andò a votare. Eppure, per un fenomeno che non è dato di comprendere, la politica da scelta minima dell’urna sarebbe diventata invece scelta massima della pratica sociale di massa.
Non è così, non lo è mai stato, ma la moltiplicazione dei manifestanti è un costume radicato da sempre – la sovrastima costante e regolare della piazza e dei moti popolari ha determinato ad esempio tragici fallimenti anche per l’intellettualità risorgimentale – al punto tale da reputare inutile se non addirittura sconveniente riflettere su certi stupefacenti indicatori di partecipazione.
Per meglio chiarire il concetto, spostiamoci per un momento al 2002, quando la battaglia per l​’articolo 18 fu premessa una delle mobilitazioni più grandi della storia della repubblica, conclusa al Circo Massimo da Cofferati il 22 marzo: la stima finale data da più fonti fu di tre milioni di persone. Non so come fosse possibile pensare che un italiano su diciannove, secondo i dati del censimento di allora, potesse convergere nello stesso momento e nello stesso luogo per esprimere una posizione sostanzialmente unitaria. All’enfasi dei giorni successivi mi capitò di opporre una semplice riflessioneoriginata dalla notizia comune a molte testate che al Circo Massimo fosse giunta solo una minoranza del corteo.
Così decurtai dei due terzi l’immensa forza tranquilla, come la definì Eugenio Scalfari, ipotizzando quindi che“solo” un milione di partecipanti fosse giunto al Circo Massimo. Dopo di che, per il calcolo successivo presi a modello Piazza Tien An Men, la più grande piazza del mondo con i suoi 400.000 metri quadrati di estensione: assegnando come coefficiente una densità di 2,5 persone/mq, la densità di una manifestazione affollata, si sarebbe riempita giusto con il milione di persone considerato.
All’opposto, applicando lo stesso coefficiente al Circo Massimo (che, peraltro, le foto e le riprese della manifestazione dimostrarono eccessivo), la cui area è meno di un quinto di Piazza Tien An Men, a riempirlo sarebbero state sufficienti 200.000 persone (ironia della Storia, la capienza massima che gli studiosi assegnano alla struttura durante l’impero di Costantino) o, in alternativa, avrebbe dovuto verificarsi il ricambio completo per cinque volte dei manifestanti.​
Torniamo al 2007. “Siamo tantissimi, più di mezzo milione, italiani venuti qui per dare lo sfratto al centrosinistra e a Romano Prodi”. Queste le parole dello speaker di Alleanza Nazionale, aprendo gli interventi dal palco del Colosseo il 13 ottobre (Gianfranco Fini, invece, nel commentare l’iniziativa dalle pagine del sito del partito, si tenne invece prudentemente lontano da azzardi numerici). Se riflettiamo sulle 500.000 persone, poco meno di un italiano su cento, è probabile che si tratti di una cifra irraggiungibile anche per lo stesso fascismo durante il ventennio. Se guardiamo ancora ai risultati elettorali del 2006 (nelle quali An più Mussolini più le altre destre di Mussolini e Rauti raccolsero poco più di 5.000.000 di voti) si voleva quindi passare per normale una mobilitazione globale del 10% del totale dei votanti, compresi più di 1/4 di ultrasessantenni, e quindi arrivando ad un cittadino ogni 7-8 attivi, più o meno: ma …quando mai?

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Ma, in ogni caso, i vizi di fondo di questa concezione (un tempo sarebbe stata chiamata “massimalista”) della politica sono cronici: non è mai stato facile adattarsi all’idea che la politica manifestata da decine di migliaia di persone sia già un successo. E’ invece importante rendersene conto, perché le aspettative ed il corretto dimensionamento dei fenomeni politici (e delle scelte successive che da questo dipendono) cambiano radicalmente se i fenomeni stessi non sono completati dai numeri ma costruiti sui numeri, ed è importante accettare misure ben diverse da quelle cui siamo abituati, magari nel raffronto con altre tradizioni politiche o anche coll’opportuna osservazione di ambiti diversi dalla politica (in Italia, per esempio, suggerirei di assumere misure corrette di partecipazione guardando alla folla dell’Angelus la domenica mattina o alle manifestazioni nazionali degli Alpini; non le partite di calcio o i concerti, per loro natura affollamenti statici).

Se guardiamo agli Stati Uniti, Martin Luther King alla famosa marcia per i diritti civili di Washington ( i have a dream) del 28 agosto 1963, che viene ancora considerata uno dei momenti fondamentali del novecento americano, mobilitò una moltitudine di persone per la quale ancora oggi la stima più generosa non è superiore alle 200.000 persone. Eppure quella manifestazione è nella percezione collettiva americana una manifestazione popolare d’importanza storica indiscutibile (qualcuno ricorderà che il regista Robert Zemeckis volle riproporla a base di una delle scene più note del suo formidabile “Forrest Gump”). I funerali del presidente Kennedy, il 24 novembre 1963, furono accompagnati da cinquantasei ore di diretta tv – nelle quali si consumerà l’uccisione dell’unico accusato del delitto, Lee Harvey Oswald, e diventerà icona il saluto militare del piccolo John John al padre – e furono partecipati, per tutti i giornali americani, da centinaia di migliaia di cittadini. Nelle elezioni presidenziali americane del 2008 fece scalpore l’enorme partecipazione popolare all’ultimo comizio di Barack Obama a St.Louis: furono pochissimi i media che arrivarono a parlare di 100.000 persone, i più si attestarono intorno alle 90.000 unità.

A Woodstock le cronache dell’epoca parlarono di 400.000 persone (per me, comunque, una stima sovradimensionata) e quella fu una marea umana filmata e fotografata in lungo e in largo, fino a diventare sinonimo stesso di enorme folla. E’ realisticamente possibile pensare che a Roma il venti giugno scorso ci fosse una folla due volte e mezza più grande?

Possiamo poi rivolgere la nostra attenzione a uno tra gli eventi più popolari al mondo, la maratona di New York, e allora la fotografia a fianco può aiutare a chiarire il concetto. Di sicuro l’immagine della folla sul Ponte Da Verrazzano non può non colpire. Occorre notare che non ci è dato vedere una parte consistente del ponte né le persone che occupano le zone limitrofe, in entrata e in uscita dallo stesso e che la superficie complessiva della struttura è equivalente, se non superiore, ad un percorso classico delle manifestazioni italiane, quello che a Roma va da Piazza Esedra a San Giovanni in Laterano (sul percorso Amendola – Cavour – Santa Maria – Merulana). L’ultimo dato utile a completare l’osservazione è che per la maratona di New York la partecipazione è limitata a solo una parte delle 100.000 richieste che pervengono ogni anno, scelta tramite una lotteria che privilegia chi ha già gareggiato nel passato e i migliori tempi di qualificazione. L’edizione più affollata della celebra manifestazione podistica è stata stimata in circa 45.000 partecipanti, e si calcola che complessivamente abbiano preso parte alla corsa più di 700.000 persone in quarantaquattro edizioni diverse.

Quali allora gli strumenti corretti per fare stime corrette? Possono essere assunti dalla volontà e dalla scuola politica, in primo luogo, e poi da molti parametri di valutazione: la complessità sta nel definire la relazione reciproca tra questi e la sintesi finale. In conclusione, la differenza vera non è non nella polemica spicciola del “siamo di più/siete di meno”, ma nell’accettazione di un principio di fondo che risulta quasi intollerabile al nostro modo d’essere: la politica è fatta dalle minoranze. Più o meno grandi e più o meno organizzate, ma sempre minoranze. Spiegarlo ad una polis degenerata, per la quale il chiasso è regola e cinquantamila persone un’inezia, è però impresa improba.

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