Nel nuovo lavoro dell’ex leader dei Rival Song, pezzi di vita intimista, grida vibranti evocate all’unisono da ragione e istinto. Un disco potente, che ha il sapore dell’instant-classic e il gusto delle nostalsong

Sembra di sorvolare l’umana pietà fin oltre le carovane paesaggistiche di una natura ancora incontaminata. Ma sono i sentimenti, in tutta la loro destrutturata impellenza a donarsi al cantato scuotente di Jay Buchanan, ex leader della rock-band Rival Sons. Ampia estensione, potenza dinamica e fraseggio dettato dal blues. Il deserto californiano del Mojave è il luogo deputato per l’ispirazione di scrittura e composizione del disco. Un richiamo sfrenato verso la contemplazione durato tre mesi. L’isolamento con dentro la salvifica immagine figurativa del deserto, destinato a diventare un compagno e collaboratore impossibile da ignorare, per quanto di non facile decifrabilità.

L’estro creativo di Jay spazia tra diverse declinazioni del concetto di ballad. Sono canzoni potenti quelle presenti in “Weapons of Beauty”: la canzone che dà il titolo all’album è senza ombra di dubbio una delle migliori dell’accurata selezione, nonché una delle più intime e sentite. Si accolgono con inesorabile trasporto pezzi di vita intimista, grida vibranti evocate all’unisono da ragione e istinto. Ha il sapore dell’instant-classic e il gusto delle nostalsong. Ritornelli maestosi, solenni, ieratici, cavalcate emotive spazianti tra gospel, blues, folk, soul, country, dialettiche roots, con un’apertura alare verso le liriche alla Fleetwood Mac.

Queste componenti si esaltano particolarmente nel brano simbolo del disco, la stupenda e potente “Tumbleweeds”, soffiano con morbida delicatezza nella emozionante “Shower of Roses” e toccano le corde più intime dell’anima nella declamante “Sway”.

Vocalmente, si percepiscono echi del miglior Bono Vox ma con un’altra timbrica. Non c’è un passaggio a vuoto, nemmeno quando le note scorrono più veloci del solito e sembra che si vada meno a fondo delle vulnerabilità esibite, come nella ritmica “Deep Swimming” o nell’apertura della bella “Caroline” che illude si tratti di qualcosa di già sentito e attraversato.

Dieci gemme luminose ricche di pathos emozionale che resteranno impresse per tutto l’anno, facendo finire molto probabilmente il disco sul podio dei migliori dell’annata 2026.

Jay Buchanan, WEAPONS OF BEAUTY, Sacred Tongue Recordings/Thirty Tigers, 2026.