Durante la cerimonia di chiusura del Festival di Cannes, la cineasta libanese Nadine Labaki ha condiviso un potente messaggio sul suo Paese, il Libano, sottolineando come l’arte rappresenti un atto di resistenza in un contesto di crisi e conflitto. Mentre consegnava il premio per la sceneggiatura, Labaki ha espresso le sue emozioni contrastanti, riflettendo sulla difficile situazione del suo Paese, che da anni vive in uno stato di instabilità e violenza.

“Stasera, mentre sono invitata a celebrare la vita, non posso fare a meno di pensare al mio Paese, il Libano. Un Paese che, fin dalla mia nascita, sembra condannato a vivere gli scenari peggiori”, ha dichiarato Labaki. La cineasta ha messo in evidenza le contraddizioni che vive quotidianamente, domandandosi se sia giusto abbandonare i propri figli in un contesto così difficile.

Nonostante le ferite e le ingiustizie, Labaki ha affermato che il Libano continua a “gridare, cantare, scrivere, filmare e amare la vita”, evidenziando come l’arte sia diventata un baluardo contro la follia del male. “Celebriamo questo potere, il potere dell’arte, il potere delle parole, il potere del cinema”, ha esortato, richiamando l’attenzione sull’importanza della creatività come risposta alle avversità.

Il suo intervento non solo ha messo in luce la resilienza del popolo libanese, ma ha anche sottolineato il ruolo cruciale della cultura e dell’arte nel mantenere viva la speranza e la dignità in tempi di crisi. La celebrazione dell’arte, secondo Labaki, è un modo per resistere e affermare la propria identità di fronte alle sfide.

Questo messaggio di speranza e resistenza è particolarmente rilevante in un momento in cui il Libano affronta gravi difficoltà socio-economiche e politiche. La voce di Labaki, quindi, non è solo quella di un’artista, ma di una testimone di un’epoca e di una cultura che, nonostante tutto, continua a lottare per la vita e la bellezza.