Ivo Brandani è un uomo concreto di 69 anni. Lavora come ingegnere per conto di una multinazionale a un progetto segreto quanto sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso, la cui progressiva distruzione è causata dall’inquinamento atmosferico. La sua è la mente di un ingegnere e come tale conosce le cose e sa che sono destinate al fallimento. È una persona concreta e razionale, ma è anche un uomo disilluso e arrabbiato. E, nonostante tutto, morbosamente attaccato alla vita. Nel corso di un viaggio aereo di ritorno dall’Egitto, in preda al Tavor, si lascia trasportare in una sorta di esperienza a metà tra il sonno e la veglia andando con i pensieri a ritroso nel tempo. Finisce così per attraversare al contrario tutta la propria esistenza e, con lei, settant’anni di storia del nostro paese.

La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro è un romanzo che non ha mezzi termini: o si odia o si ama. Come il suo protagonista. Ivo Brandani è un personaggio difficile da digerire, ma con una consistenza impossibile da dimenticare. L’artificio letterario adoperato da Pecoraro, che si serve di un momento (il viaggio in aereo del protagonista) dilatato nel tempo, garantisce all’autore l’opportunità di condurre il lettore alla riscoperta a ritroso di fasi storiche pubbliche, quali l’inconsapevolezza del dopoguerra, l’entusiasmo del boom economico, le lotte studentesche degli anni Sessanta, le conquiste sociali dei Settanta, l’edonismo degli Ottanta, fino alla decadenza del presente, riviste e rilette con un occhio diverso, critico, ammantato di cattiveria e disincanto.  Francesco Pecoraro è un architetto romano che in età matura scopre la letteratura. Ha all’attivo una raccolta di racconti (Dove credi di andare, edito da Mondadori). La vita in tempo di pace finalista all’edizione 2014 del Premio Strega, edito da Ponte alle Grazie, è il suo primo romanzo. Abbiamo incontrato l’autore e gli abbiamo rivolto alcune domande.

A chi si è ispirato per immaginare un personaggio come Ivo Brandani? Si tratta di una figura autobiografica o è totalmente frutto della fantasia?  
È un insieme di cose. In parte è un personaggio autobiografico e in parte riprende caratteristiche che ho conosciuto in mio padre e mio fratello, che oltre a essere ingegneri come Brandani, avevano anche la sua stessa mentalità.

Nel romanzo Brandani è descritto letteralmente come “perseguitato dal senso della catastrofe, in ogni iniziativa di trasformazione della realtà”. Ovvero, se guarda un edificio, il suo primo pensiero è che potrebbe crollare, se invece osserva un’auto in corsa che potrebbe sbandare, o un bicchiere che potrebbe rovesciarsi. L’ossessione per la catastrofe è la metafora di un sentimento di pessimismo e di paura per il futuro, maturato per colpa del passato o per colpa del presente?
Non saprei. Più semplicemente, Brandani ha quel tipo di attitudine caratteriale a prevedere, dovuta anche alla sua formazione tecnica. Credo che la sua sia un’ossessione dettata non tanto dal pessimismo quanto dal realismo: lui sa che certe cose prima o poi accadono, e teme che possano accadere coinvolgendolo in prima persona.

Una sorta di premonizione dettata dalla conoscenza…
Esatto. Brandani vede cose che il resto del mondo neanche immagina perché è un homo faber. Chi come lui e tutti quelli che hanno una formazione tecnica (incluso anch’io, essendo architetto e avendo lavorato per anni come direttore dei lavori) ha questa caratteristica: sanno molte cose ma non le dicono, anche perché il loro è un universo limitato, che inizia e finisce con il loro lavoro. Dove però rappresentano una garanzia perché sanno cosa dicono.

È una metafora del ruolo sociale della professionalità, quasi in risposta alla mediocrità banalizzante dei tuttologi che imperano in questa società liquida?   
Credo che l’homo faber abbia un ruolo ben preciso nella società umana. Mi viene in mente Vita activa, il saggio di Hannah Arendt in cui secondo l’autore agli uomini era stata assegnata una di queste tre condizioni: lavorare, operare e agire. Ecco, l’homo faber si pone nella condizione di operare, tra il lavoro e l’azione.

In una sua canzone, “Il vestito del violinista”, Francesco De Gregori immagina che a costruire il futuro ci siano falegnami e filosofi. Quale posto ci sarebbe per Ivo Brandani?
Sicuramente, il pensiero scientifico, quello che ci fa progredire attraverso la scienza.

Il libro inizia il 29 maggio 2015. Perché proprio la scelta di quella data? È casuale o voluta?
La scelta non è casuale. Il 29 maggio è la data della caduta di Costantinopoli.

Nella realtà più vicina ai nostri tempi, 29 maggio è anche la data di una tragedia che non si può ignorare, la strage dell’Heysel, a Bruxelles. 39 morti e oltre 600 feriti per una partita di calcio.
Purtroppo quella dell’Heysel è stata una tragedia causata certamente dall’aggressione sugli spalti dei tifosi inglesi. Da tecnico, devo però aggiungere che probabilmente non sarebbe accaduto nulla di così grave se lo stadio fosse stato progettato a regola d’arte.

Sono questi e altri, primo fra tutti l’11 settembre, gli episodi di guerra in tempo di pace?
Al di là dei singoli episodi di cronaca, la guerra in tempo di pace a cui allude il libro è la guerra strisciante tra un individuo e l’altro per la spartizione delle risorse utili per vivere e per incrementare lo status sociale di ognuno.

Una sfida sottotraccia che ci attraversa tutti…
Certo. Nessuno ne è escluso. E chi si sente escluso perché non vuole gareggiare è in realtà vinto in partenza. Anche se i veri sconfitti sono quelli che vivono in condizioni disumane e come tali non possono accedere ai servizi primari: mangiare, lavarsi, curarsi.

Ha citato l’11 settembre. In questo periodo la data che continua a ricorrere in relazione a ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Come pensi possa evolvere la situazione anche alla luce della nuova esplosione del terrorismo islamico? C’è davvero il rischio di un conflitto più grande?
Un conflitto tra Islam e Occidente mi sembra improbabile, anche perché si tratta di minoranze: l’Egitto per esempio vive un forte contrasto, ma i laici sono in stragrande maggioranza rispetto agli islamisti. Per quanto mi riguarda, non ho una grande stima delle persone religiose, o meglio di quelle che antepongono la religione a tutto. Io penso che la religione sia una delle malattie del mondo e che come tale vada estirpata dalla società. Questo tipo di situazioni può essere sconfitto solo da una evoluzione epocale di una parte del mondo. Già il Medio Oriente ha conosciuto un periodo di forte occidentalizzazione e gli episodi di terrorismo sono singulti di una società profondamente in crisi.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Ha già pensato a un nuovo romanzo?
Al momento non sto lavorando a nulla di organico. Raccolgo pensieri in forma di appunti, poi chissà.

Francesco Pecoraro, LA VITA IN TEMPO DI PACE, Ponte alle Grazie, 2013.

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...