Nella splendida cornice della Sala Squarzina, il Teatro Argentina ospita dall’8 marzo al 1° aprile Mura, uno spettacolo a cura di Riccardo Caporossi che conduce alla riflessione.
Una scatola teatrale dal perimetro ben delimitato e priva di volti; un muretto innalzato con 50 mattoncini, ombre sullo sfondo e mani in movimento. Sono questi gli unici e veri protagonisti di una performance minimal e fuori dal comune che, nel silenzio, materializza forme e introduce oggetti del quotidiano che narrano una storia contemporanea.
Mura mostra al suo pubblico quelle che sono le vere cortine, visibili o invisibili, create dall’uomo e prova, attraverso l’ immaginazione, ad abbatterne un po’.
“La solita cosa degli uomini: dividere. Un qui e un di là senza il vano di una porta. Murata è la via e la testa”.
Un prologo verbale su uno sfondo fatto di ombre introduce il tema e pone lo spettatore dinanzi al muro come davanti a un vicolo cieco, senza via di scampo. Una riflessione sul sapere dell’uomo e sulla sua conoscenza, spesso manipolata, il cui il passaggio è impedito, bloccato da barriere interiori che tolgono il fiato e lo rendono incapace di vedere oltre.
Il Mito della Caverna di Platone ritorna attuale in questo scenario di luci soffuse e si inserisce nel quadro storico di un’ Europa dove il dibattito sull’ergere o meno mura è all’ordine del giorno.
Il muro si pone al centro, tra l’immagine riprodotta e la vera natura delle cose, visibile solo una volta abbattuto.
La piccola barriera pian piano viene smantellata dopo aver creato, passo passo, piccoli mondi chiusi, fatti di torrette, castelli e palazzi in miniatura dove si sale e si scende con l’aiuto di una scaletta, dove ci si nasconde; spazi ridotti da dove si lanciano bottiglie con messaggi che fluttuano nell’acqua.
Malgrado i mattoni si dissolvano nel nulla attraverso un rumore sordo in una nuvola di polvere, l’odio, la paura, la mancanza di immaginazione e il sentimento di diffidenza nei confronti dell’altro sopprimono quel reale desiderio di comunicare insito in ognuno e si mescolano al cemento armato, al filo spinato e alle tante cortine che ancora separano parti di mondo da altre, ideologicamente e fisicamente.
Il muro sembra aver reso l’uomo resistente ai sentimenti, alla bellezza di una vita che nasce ed è indifesa, alla luce di un fuoco che arde ma, allo stesso tempo, un po’ come accade al prigioniero liberato di Platone, il suo sguardo, attraverso un cannocchiale, sembra voler puntare verso qualcosa di altro, qualcosa che sta oltre la gabbia recintata.
“Quelli che hanno il muro sulla testa e quelli che il muro ce l’hanno in testa” è la frase conclusiva di questo spettacolo che lascia il palcoscenico vuoto e libero, così come libere e spontanee sono le riflessioni che sfiorano il pensiero di ognuno.
Le mani, uniche entità visibili in scena, scavano nel’intimo e tracciano dunque il sentiero della speranza, sentiero mentale che non può fare a meno di essere aperto e privo di ostacoli affinché senza ostacoli sia anche la vita piena che ogni uomo desidera.
Siciliana di nascita, romana di adozione, laureata in lingue straniere, ha vissuto a Lisbona dal 2014 al 2016. Simpatica e solare, trova nella scrittura e in tutto ciò che è arte il porto sicuro, un luogo senza tempo e senza spazio dove essere liberi.
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