Il romanzo, edito da Feltrinelli e candidato al Premio Strega 2026, si caratterizza per l’eleganza e la ferocia della narrazione, che affascina per intelligenza compositiva e densità stilistica
Davvero il destino è qualcosa che ci precede, oppure siamo noi, con le nostre scelte, a trasformarlo in una trappola? È la domanda che sembra attraversare la vicenda degli ex studenti della III A, riuniti il 22 luglio 1975, a un anno dall’esame di maturità, per una cena destinata a cambiare per sempre le loro vite.
Quello che nasce come un accordo tra compagni di scuola ha subito il sapore ambiguo del gioco pericoloso: ciascuno verserà ogni anno una quota, il capitale verrà investito e, col passare del tempo, diventerà un premio sempre più consistente. A incassarlo saranno soltanto gli ultimi tre superstiti della classe. Un patto fondato sul denaro, sull’attesa e sulla morte. Una scommessa che, anno dopo anno, trasformerà la nostalgia delle rimpatriate scolastiche in un rituale sempre più inquietante.
Le cene del 22 luglio diventano così il luogo in cui il passato ritorna, ma non nella forma rassicurante del ricordo. Rancori mai spenti, invidie, amori taciuti, rivalità e antiche ferite riaffiorano sotto la superficie della cordialità. Gli ex compagni non si limitano più a ritrovarsi: cominciano a studiarsi, a calcolare, a osservare i segni dell’età e della malattia, quasi fossero indizi utili a prevedere chi uscirà per primo dalla partita.
Ne I convitati di pietra, Michele Mari costruisce un romanzo insieme crudele e giocoso, una macchina narrativa che procede come una roulette del tempo. Tra scommesse, sospetti, strategie, superstizioni e colpi del caso, la storia racconta la trasformazione dell’amicizia in competizione, della memoria in disincanto. E la giovinezza, ossia l’età in cui ci si crede immortali, diventa una lunga resa dei conti con la vecchiaia.
Quella che sembra essere un’idea semplice e ludica, diventa progressivamente una meditazione amara e grottesca sul tempo, sulla competizione e sul desiderio umano di resistere alla propria fine. Ne nasce un romanzo a orologeria, un dispositivo narrativo a lenta detonazione, sospeso tra commedia nera e riflessione esistenziale, dove il passato non è mai davvero alle spalle: continua ad abitare i personaggi, a condizionarli, a reclamare il proprio conto.
L’opera, edita da Feltrinelli, è concepita magistralmente come una narrazione corale, affidata a figure che sembrano restare sospese tra individuo e maschera. I personaggi vengono osservati nel loro attraversare gli anni, nel loro logorarsi, nel loro irrigidirsi dentro ruoli, tic, ambizioni e debolezze. Più che raccontare una crescita, il romanzo mette in scena una progressiva consumazione: dei corpi, dei rapporti, delle illusioni.
Il tono è quello di una commedia nera, ma trattenuta, mai apertamente compiaciuta. Il meccanismo narrativo ha qualcosa di crudele proprio perché appare razionale, quasi amministrativo: una regola fissata una volta per tutte, destinata a produrre conseguenze sempre più inquietanti. Non è tanto l’evento drammatico in sé a dominare la pagina, quanto l’attesa, la pressione sotterranea, la consapevolezza che il gioco non può che restringersi.
Il vero protagonista, in fondo, è il tempo. Un tempo che non consola, non chiarisce, non redime, ma accumula distanza e corrosione. Attraverso il passare degli anni, Mari trasforma un patto nato nell’età della formazione in una sorta di destino grottesco, dove l’invecchiamento diventa insieme dato biologico, ossessione mentale e resa dei conti.
Come spesso accade nella scrittura di Mari, la lingua non è mai neutra. È una lingua colta, sorvegliata, piena di echi e stratificazioni, capace di tenere insieme precisione, ironia e perturbamento. Il lettore viene condotto dentro un universo letterario compatto, costruito con grande controllo, dove ogni scelta sembra rispondere a una logica interna rigorosa.
Proprio questa perfezione formale può però rappresentare anche il limite del libro. In alcuni passaggi, l’architettura del romanzo appare così lucida e calcolata da lasciare l’emozione in secondo piano. Si resta colpiti dall’intelligenza della costruzione, dalla coerenza dell’impianto, dalla qualità della scrittura. Meno spesso ci si sente davvero coinvolti sul piano affettivo. È come se il romanzo chiedesse di essere osservato più che abitato.
Eppure I convitati di pietra resta un’opera di notevole forza, perfettamente riconoscibile dentro il percorso di Michele Mari. Un libro attraversato da ironia, inquietudine e senso della fine, capace di trasformare una trovata narrativa in una metafora più ampia: quella di una vita vissuta sotto il segno del confronto, dell’attesa e della paura di essere gli ultimi a restare.
Un’opera elegante, feroce e controllatissima insieme, che affascina per intelligenza compositiva e densità stilistica. Un romanzo più cerebrale che emotivo, ma proprio per questo coerente con la sua natura di congegno letterario sul tempo, sulla morte e sulla sopravvivenza.
Michele Mari, I CONVITATI DI PIETRA, Feltrinelli, 2026.
Idealista e visionario, ama l’arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia…