A tre anni dal precedente progetto, la cantautrice catalana Rosalía torna con una proposta che già dal titolo — LUX, “luce” in latino — annuncia un salto d’ampiezza. Il disco è stato concepito come un’opera in quattro movimenti, registrata con la collaborazione della London Symphony Orchestra guidata dal direttore Daníel Bjarnason e con la partecipazione di voci come Björk, Carminho, Estrella Morente e Silvia Pérez Cruz. Nel presentare il disco, l’artista ha dichiarato di voler “tracciare un arco emotivo di mistica femminile, trasformazione e trascendenza”, oscillando tra l’intimità e la grandiosità operistica. E, aggiungiamo noi, travalicando anche ogni barriera linguistica, se si pensa che gli idiomi utilizzati nel lavoro sono ben tredici. In questa prospettiva, LUX si presenta non come un semplice disco pop, ma come un’esperienza complessa, che richiede di essere ascoltata nella sua interezza.

Musicalmente, l’album è un ibrido audace, che mescola flamenco, orchestrazioni imponenti, elettronica, ritmi urbani e contaminazioni globali. La registrazione con l’orchestra dà un corpo sinfonico alle tracce, e la voce di Rosalía assume spesso toni sacerdotali, interpretativi, rituali. Tematicamente, l’album si muove tra sacro e profano, tra sensualità e liturgia. Testi che evocano fede, identità, potere creativo femminile, e un’estetica che fa della trasformazione un vero e proprio fulcro, quasi come a voler sublimare la trasformazione della cantante in “santa, martire e star massimalista”. Una linea di marketing non del tutto originale, a ben vedere, se si pensa a cosa aveva fatto già quarant’anni fa Madonna, che però, al di là delle influenze latine in musica non abbandonò mai il sentiero di un pop tutto sommato tradizionale nel senso più radiofonico del termine.

LUX è un lavoro il cui intento sembra voler ridurre al minimo gli elementi di immediatezza commerciale tipici appunto del pop per privilegiare una visione d’insieme. Quasi un rifiuto della hit facile o del loop ad ogni costo, per perseguire una strada di regressione sonora che, alla lunga, dopo l’ascolto finisce per premiare il coraggio della scelta compiuta.

Partendo dal titolo scelto per l’album, Lux richiama inevitabilmente l’origine latina del termine “luce”, a cui si accosta anche in corrispondenza dell’immagine di copertina scelta, in cui l’artista è ritratta in abito bianco, con il tradizionale velo da suora sul capo. Andando più a fondo, però, gli occhi nella foto sono chiusi, le labbra sono colorate d’oro – e qui il rimando va al termine catalano “luxe” che significa lusso –  mentre l’artista sembra abbracciarsi con le braccia infilate nell’abito quasi a simboleggiare una camicia di forza che la trattiene. Insomma, una posa tutt’altro che semplice che dà spazio a diverse interpretazioni anche tra loro contrastanti. L’intensità del ritratto anticipa comunque quella che è un’intensità vocale e interpretativa di indubbio potenziale, che offre un’esperienza musicale tutt’altro che consueta e banale.

Ad anticipare l’album ci ha pensato Berghain, primo singolo del disco pubblicato il 27 ottobre, il cui titolo omaggia il celebre club techno berlinese dislocato nei dintorni della stazione di Berlino Est a Friedrichshain. L’apertura del brano è affidata alla London Symphony Orchestra con un crescendo quasi wagneriano, seguito dal coro che canta l’inciso in tedesco:

La sua paura è la mia paura,
la sua rabbia è la mia rabbia,
il suo amore è il mio amore,
il suo sangue è il mio sangue.”

La voce di Rosalìa, servendosi in gran parte del passo virtuosistico della coloratura, canta in tedesco la prima strofa e in spagnolo la seconda, intervallate ancora dall’inciso wagneriano:

La fiamma penetra nella mia mente
Come un orsetto di piombo
Conservo molte cose nel mio cuore
Per questo il mio cuore è così pesante

So molto bene chi sono
Dolcezza per il caffè
Sono solo un cubetto di zucchero
So che il calore mi scioglie
So come scomparire
Quando tu arrivi, è allora che io me ne vado”

Segue quindi un altro inciso, affidato stavolta a Bjork, tra i coautori del brano, che canta anche il bridge, in inglese:

L’unico modo per salvarci è attraverso un intervento divino
L’unico modo in cui sarò salvata è grazie a un intervento divino 

L’outro è affidato invece al rapper Yves Tumor che riporta sulla terra esprimendosi ancora in inglese:

Ti amerò finché anche tu mi amerai
Ti amerò finché anche tu mi amerai

Il verbo amare però diventa “to fuck” e non “to love”, a voler affidare all’istinto fisico il più nobile dei sentimenti umani.

A primo acchito il brano sembra un patchwork di difficile fruizione, mischiando elettronica e orchestrazione classica. un contrasto che sa di contaminazione, la stessa che persiste tra ambientazione techno/club e dimensione sacra.

LUX si apre invece con Sexo, Violencia y Llantas, una traccia dichiaratamente potente e viscerale. Il titolo già evoca contrasti disturbanti e grotteschi (“sesso, violenza e pneumatici”) e finisce inevitabilmente per spiazzare. Rosalìa esordisce con una citazione quasi da parabola evangelica

Quién pudiera vivir entre los dos
Primero amar el mundo y luego amar a Dios

(Trad. Chi potrebbe vivere tra i due
prima amare il mondo e poi amare Dio)

Quién pudiera venir de esta tierra
Y entrar en el cielo y volver a la tierra
Que entre la tierra, la tierra y el cielo
Nunca hubiera suelo

(Trad. Chi potrebbe venire da questa terra
Ed entrare nel cielo e tornare alla terra
Che tra la terra, la terra e il cielo
Non ci sarebbe mai terreno)

Caos terreno e purezza mistica fanno a botte generando un certo scalpore nell’ascoltatore:

En el primero, sexo, violencia y llantas
Deportes de sangre, monedas en gargantas
En el segundo, destellos, palomas y santas
La gracia y el fruto, y el peso de la balanza

(Trad. Nel primo, sesso, violenza e pnеumatici
Sport sanguinari e monete in gola
Nеl secondo, bagliori, colombe e sante
La grazie ed il frutto, ed il peso della bilancia)

Musicalmente, il ritmo è robusto e sostenuto da un’orchestrazione massiccia. Un esordio che chiarisce bene dove andremo a parare in questo viaggio fatto tutto di contrasti.

Si prosegue con Reliquia, e qui il testo in spagnolo evoca il cuore offerto, la fragilità e l’idea di sé come reliquia da custodire:

Yo que perdí mis manos en Jerez y mis ojos en Roma
Crecí y el descaro lo aprendí por ahí por Barcelona
Perdí mi lengua en París, mi tiempo en LA
Los heels en Milán, la sonrisa en UK

(Trad. Io che ho perso le mie mani a Jerez e i miei occhi a Roma
Sono cresciuta e la faccia tosta l’ho imparata dalle parti di Barcellona
Ho perso la mia lingua a Parigi, il tempo a Los Angeles
I tacchi a Milano, il sorriso in Regno Unito)

Pero mi corazón nunca ha sido mío, yo siempre lo doy, oh
Coge un trozo de mí, quédatelo pa’ cuando no esté
Seré tu reliquia

(Trad. Ma il mio cuore non è mai stato mio, io lo do sempre, oh
Prendi un pezzo di me, tienilo per quando non ci sarò
Sarò la tua reliquia)

Lo stile musicale si affida al raccoglimento e all’introspezione. La voce di Rosalìa è più intima e sofferta.

Divinize è certamente uno dei momenti centrali dell’intero disco. Il tema è quello del peccato, che inevitabilmente fa capolino in un contesto in cui la sacralità regna:

Fruita roja i rodona
Qui l’endevina?
Obviament és la poma
Que està prohibida

(Trad. Frutto rosso e rotondo
Chi l’indovina?
Ovviamente è la mela
Che è proibita
E se solo la guardassi
Ti salveresti
Però senza mordere)

Il brano alterna inglese e spagnolo, suono orchestrale, percussioni profonde e falsetto; esprime la tensione fra sacro e profano, ma anche quella fra potere e vulnerabilità.

La fragilità si fa essenza nella traccia successiva, Porcelana, cantata in spagnolo e in inglese. E qui l’idea di fragilità, trasparenza e bellezza si combina con una produzione ancora di respiro ampio. Testualmente, il brano è il meno apertamente “religioso” ma resta coerente con il tema della trasformazione.

Mi piel es fina, de porcelana
Rota en la esquina
Mi piel es fina, de porcelana
Y de ella emana
Luz que ilumina, o ruina divina
El placer anestesia mi dolor
El dolor anestesia mi placer
Lo que tengo, lo que hago, mi valor
Y el dolor siempre vuelve a aparecer

(Trad. La mia pelle è fina, di porcellana
Rotta sull’angolo
La mia pelle è fina, di porcellana
E da essa emana
Luce che illumina, o rovina divina
Il piacere anestetizza il mio dolore
Il dolore anestetizza il mio piacere
Ciò che possiedo, ciò che faccio, il mio valore
E il dolore che continua a tornare)

Con Mio Cristo piange diamanti si torna a bazzicare sulla frontiera della sacralità esplicita, dove la voce dell’artista si fa sublimazione interpretativa e non può non colpire già al primissimo ascolto. Il brano, in italiano, inevitabilmente scardina e sconvolge ogni ascolto e che in altri tempi avrebbe fatto gridare alla blasfemia.

Sei l’uragano più bello
Che io abbia mai visto
Il migliore dei dolmen
Si alzerebbe per te

Fai tremare la terra
E si innalzi al tuo fianco
Ma quando a non riuscire
Ad elevarsi sei tu?
Sei tu?

Qui finisce il primo dei movimenti del disco. Il secondo si apre con Berghain, di cui abbiamo già scritto, e a seguire giunge La Perla, cantato con il trio Yahritza y su Esencia. Un pezzo più melodico inserito a questo punto forse anche per bilanciare la tensione di Berghain. L’atmosfera si fa rarefatta e mantiene un’impronta elevata ma con apertura verso una fruizione più ampia, da pop. Colpiscono meno le due tracce successive, “Mundo Nuevo e “De Madrugá“, che fungono da commiato per il secondo movimento. Mundo nuevo è una reinterpretazione della canzone popolare “Quisiera yo renegar (Petenera)”, attribuita a La Niña de los Peines, una delle voci gitane di flamenco più influenti del Novecento. Un omaggio alla tradizione, nel cui solco Rosalìa intende porsi pur con rimandi evidenti alle nuove sonorità contemporanee.

Il terzo movimento si apre con una traccia dal titolo volutamente provocatorio, Dios Es Un Stalker, il cui contenuto testuale intende mettere in risalto la tensione fra divino e controllo, fra osservatore e osservato. La produzione musicale appare ancor più sperimentale. Di fisicità si torna a parlare in La Yugular, dove il riferimento corporale (“la giugulare”) suscita il rimando alla vulnerabilità e all’intensità passionale che ben si inserisce nella tradizione latina dell’artista. Curiosa la presenza nel brano dell’estratto di un discorso pronunciato da Patti Smith nel 1976 dirante un’intervista, in cui la sacerdotessa del rock afferma:

Apri un varco verso l’altro lato. Attraversare una porta non basta, un milione di porte non bastano“.

C’è poi spazio per la prima traccia contenuta solo nella versione fisica del disco, Focu ‘ranni, un brano strumentale il cui titolo rimanda al dialetto siciliano. Il fuoco simboleggia ancora una volta la passione, chiamata ad alimentare e consolidare il rapporto amoroso. Il terzo movimento si conclude con Sauvignon Blanc, dove il focus si sposta sull’amore inteso come lusso, che sa comunque ancora di celebrazione sublimante e viva.

Il quarto movimento si apre con Novia Robot, traccia anche qui disponibile come esclusiva fisica. Il titolo unisce umano (“novia”) e artificiale (“robot”) e suggerisce riflessione sull’identità, la tecnologia, l’emozione. La Rumba Del Perdón è invece un brano dove la “rumba” richiama le radici del flamenco spagnolo, mentre il perdono è un tema caro alla tradizione cattolica. Memória fa invece rivivere l’idea del passato che è ancora presente nel ricordo, e riecheggia nel richiamo al filo identitario che è matrice essenziale del disco.

Il commiato del lavoro è affidato a Magnolias, in una scelta che si rivela epica e poetica insieme. Il fiore “magnolia” è la sublimazione della bellezza, che evoca delicatezza e rinascita. Quella che non può esserci senza la morte. Quella simboleggiata appunto dalla luce che dà il titolo all’album.

Dios desciende y yo asciendo
Nos encontramos en el medio

Algún que otro navajazo, me he llevado de la vida
Ella a mí me desarmó y yo le estoy agradecida
Y lanzará azúcar moreno sobre mi ataúd
Y quedaros despiertos hasta que vuelva otra vez la luz
Promete que me protegerás
A mí y a mi nombre en mi ausencia
Yo que vengo de las estrellas
Hoy me convierto en polvo
Pa’ volver con ellas

(Trad. Dio scende e io ascendo
Ci incontriamo a metà

Qualche altro colpo di coltello, mi sono portata via dalla vita
Lei mi ha disarmata e io le sono grata
E lancerà zucchero di canna sulla mia tomba
E rimanete svegli fino a che torni un’altra volta la luce
Prometti che mi proteggerai
A me e a mio nome in mia assenza
Io che vengo dalle stelle
Oggi mi converto in polvere
Per tornare con loro)

In conclusione, con LUX Rosalía propone un’opera fortemente ambiziosa che sfida inevitabilmente le aspettative pop tradizionali. Il viaggio tracciato dall’apertura viscerale di “Sexo, Violencia y Llantas” fino alla chiusura poetica di “Magnolias” restituisce un’artista che cerca la luce attraverso un percorso impervio fatto di oscurità, contraddizioni e rinascita. Non tutti i brani raggiungono la stessa altezza emotiva, ma nel complesso l’album riesce a risultare coerente nella visione e potente nella realizzazione. Per l’ascoltatore disposto a entrare nell’alternanza tra clamore e riflessione, LUX è un’esperienza di ascolto che vale la pena affrontare.

Di Luigi Caputo

Idealista e visionario, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...