Ci sono appuntamenti costanti che, ad ogni giro di giostra, si ripresentano puntuali. Sanremo è uno di questi, immancabile nel mese di febbraio a colorare le giornate grigie e malinconiche d’inverno. Quest’anno è arrivato persino più tardi rispetto al solito, e forse è meglio, perché la primavera inizia a farsi sentire e l’umore sembra essere predisposto al meglio.

Sanremo, si sa, è ormai un mega gioco collettivo nel quale luci e pailettes oscurano il senso reale della manifestazione, da decenni non solo (e forse non più) una gara di canzoni, piuttosto un circo mediatico in cui tutti si sentono in diritto di esserci, per esprimere un’opinione quasi sempre non richiesta, per parlare di abiti e mise che nulla avrebbero a che vedere con le canzoni che vengono cantate su un palco in diretta tv. Eppure è così, e probabilmente continuerà ad esserlo ancora, nonostante già oltre mezzo secolo fa intellettuali e giornalisti si chiedevano “ma quanto durerà?”.

L’edizione 2026 – la seconda consecutiva targata Carlo Conti, tornato a condurre il Festival (accompagnato da Laura Pausini) dopo il triennio 2015-2017, si è presentata ai nastri di partenza con le classiche polemiche della vigilia, quest’anno impreziosite (o anche no…) dalle (evitabilissime) sortite politiche di altissimi esponenti di governo e istituzionali intervenuti in difesa del comico Pucci prima invitato da Conti e poi autosospesosi per le presunte minacce subite. Dal punto di vista musicale, il cast è sembrato variegato ma non eccelso, considerando la presenza di artisti di richiamo ma non fuoriclasse, con una varietà di linguaggi e una convivenza ben assortita tra pop classico, cantautorato, urban e nostalgia ben confezionata. Le Top 5 delle prime tre serate hanno raccontato bene questa pluralità, con nomi ricorrenti come Arisa e Serena Brancale e sorprese/accelerazioni (Sayf, Luchè, Sal Da Vinci, Tommaso Paradiso, Nayt, Fedez-Masini) che rendono incerto il verdetto finale.

Per non sottrarci alla moda del momento, abbiamo anche noi deciso di partecipare al giochino delle pagelle. Ecco le nostre, che comprendono il giudizio medio raccolto da tutta la redazione alla luce degli ascolti dei brani dopo le prime tre serate e di un doveroso riascolto via streaming.

Raf – “Ora e per sempre” (7,4)
Un gradito ritorno, con una canzone che non cerca scorciatoie contemporanee e proprio per questo, all’inizio, una parte della nostra critica l’aveva guardata con una certa distanza. Poi il palco ha fatto il suo lavoro: il brano ha preso corpo, soprattutto nella dimensione emotiva, e ciò che in cuffia poteva sembrare solo nostalgico è diventato più umano. Non è una proposta che spinge sull’effetto sorpresa, ma ha una dignità narrativa che dal vivo emerge meglio.

Tommaso Paradiso – “I romantici” (6,3)
Paradiso porta un brano che lo rappresenta fino in fondo: malinconia dolce, immagini riconoscibili, una scrittura che non tradisce mai il suo mondo. Proprio questa coerenza, però, divide: c’è chi la legge come cifra stilistica e chi come zona di comfort. La sensazione generale è quella di una canzone piacevole e ben allineata al personaggio, ma non ancora abbastanza forte da imporsi davvero. Nell’esecuzione all’Ariston ha un po’ deluso le aspettative, recupererà terreno in radio e nello streaming.

Patty Pravo – “Opera” (6,2)
Con Patty Pravo il giudizio non passa mai solo dalla canzone, perché la sua presenza modifica la temperatura di qualunque esibizione. “Opera” non è un brano immediato, anzi chiede un ascolto più disposto alla suggestione che al colpo di scena, e questo spiega le reazioni prudenti. Dal vivo, però, il fascino della figura e il modo di stare in scena aggiungono profondità a una proposta che sulla carta sembrava più fragile. Ma la signora Strambelli merita un applauso a prescindere, sempre.

Tredici Pietro – “Uomo che cade” (7,3)
Tra i debuttanti è uno di quelli che hanno dato l’impressione di sapere bene cosa fare del palco, senza farsi schiacciare dal contesto. Il pezzo ha una tensione interiore leggibile, e la metafora della caduta funziona perché non resta teorica ma si traduce in presenza. La nostra critica lo premia soprattutto per questo: non solo intenzione, ma una resa concreta che dà peso al racconto. Il pubblico per due motivi: ai più giovani il pezzo piace, ai più agée inevitabilmente nei movimenti ricorda papà Gianni.

Luchè – “Labirinto” (6,2)
La proposta di Luchè non era tra le più semplici da decifrare in anticipo, e infatti i giudizi iniziali sono stati cauti. Sul palco, però, il pezzo ha acquistato un’atmosfera più compatta e una tensione emotiva più leggibile, come se il live avesse completato il disegno. Non mette tutti d’accordo, ma guadagna punti proprio perché in scena trova una forma più convincente.

Arisa – “Magica favola” (6,9)
Arisa resta una presenza fortissima, anche quando il brano, come in questo caso, non sembra produrre un consenso immediato e unanime. La canzone ha una componente emotiva e simbolica che alcuni leggono come intensità, altri come eccesso di delicatezza, e da qui nasce la spaccatura critica. Quello che però rimane, al di là dei numeri, è la sensazione di un’interprete capace di dare rilievo anche alle sfumature più sottili. La ritroveremo sul podio? Molto probabilmente sì.

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare” (6,5)
Nigiotti si muove in un territorio che gli appartiene e il brano lo conferma: confessione, caduta, risalita, una scrittura che cerca vicinanza più che effetto. Al primo ascolto poteva sembrare una proposta corretta ma non memorabile. Dal vivo, invece, acquista una sincerità più evidente. Non è una canzone che alza la voce, ma sa farsi ascoltare.

LDA e AKA 7even – “Poesie clandestine” (6,1)
Partivano con parecchio scetticismo intorno, e questo rende il loro recupero più interessante del semplice voto finale. In scena il pezzo appare più coeso, più ordinato, meno “idea” e più canzone, con una dinamica di coppia che regge meglio del previsto. Non siamo davanti a una rivoluzione critica, ma a una rivalutazione sì, e non è poco.

Malika Ayane – “Animali notturni” (6,8)
Malika ha il dono di trasformare una buona canzone in un’esperienza più fine, e qui la differenza la fa soprattutto l’interpretazione. Il brano può apparire meno immediato di altri al primo ascolto, ma sul palco prende una luce diversa grazie alla sua eleganza vocale. La nostra critica la colloca in una zona di apprezzamento solida, anche perché il live restituisce sfumature che l’anteprima non faceva sentire del tutto.

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me” (6,4)
Mara Sattei cresce nel momento in cui la canzone smette di essere solo una traccia da valutare e diventa una performance da guardare. Il pezzo ha una delicatezza che rischiava di restare compressa al primo ascolto, mentre ha trovato poi più respiro e una maggiore definizione emotiva. Il risultato è una pagella in recupero, sostenuta più dalla resa che dall’effetto immediato del brano.

Serena Brancale – “Qui con me” (8,4)
Una delle sorprese di questo Festival. Ci si aspettava l’ennesima hit da serata estiva, e invece no.  Serena Brancale convince perché riesce a tenere insieme tecnica, anima e misura, senza forzare mai la mano. La canzone funziona come racconto intimo, ma non si chiude in se stessa: arriva, comunica, lascia traccia. La nostra critica la premia proprio per questa compattezza, rara in pezzi che puntano così tanto sull’emozione. Forse farà fatica a imporsi in radio, vedremo. Il podio sanremese può essere suo.

Sayf – “Tu mi piaci tanto” (7,3)
Sayf si fa notare perché porta freschezza senza sembrare costruito e leggerezza senza scivolare nel superficiale. La sua canzone ha un tono contemporaneo, ma non si limita alla posa: c’è un pensiero dietro, e il live lo rende più evidente. La nostra critica lo promuove come una delle sorprese più vive della prima tornata, soprattutto per personalità.

J-Ax – “Italia Starter Pack” (6,7)
J-Ax propone un brano che vive molto di scena, ritmo e riconoscibilità, e infatti il passaggio al live lo favorisce. Al primo ascolto potrebbe sembrare un esercizio di stile o una trovata, ma se la si risente si capisce meglio la sua funzione, tra ironia e osservazione pop. Non è una proposta che cerca l’unanimità, ma riesce a essere efficace e a ritagliarsi spazio.

Fedez e Marco Masini – “Male necessario” (6,5)
La coppia attira attenzione già prima di cantare, e questo inevitabilmente pesa sul modo in cui il brano viene osservato e discusso. La canzone ha un impianto forte e una dimensione tematica che interessa, e poi Masini ha la voce e Fedez la presenza. Resta una proposta centrale nel racconto del Festival, più per peso complessivo che per un consenso critico pienamente compatto. Non è tra le nostre preferite, ma siamo convinti che il pubblico sanremese la premierà.

Fulminacci – “Stupida sfortuna” (8,0)
Fulminacci è uno di quei casi in cui la nostra critica riconosce subito una scrittura personale e, quando arriva il live, trova anche la conferma della sostanza. Il brano ha una traiettoria narrativa chiara, un tono riconoscibile e una capacità rara di sembrare spontaneo senza essere trascurato. In un cast molto affollato, è tra quelli che ci ha lasciato l’impressione più nitida di identità artistica.

Levante – “Sei tu” (6,9)
Levante è tra quelle artiste che si capiscono davvero quando il pezzo passa attraverso il corpo, la voce, il fraseggio. In anticipo la canzone poteva sembrare “solo” una buona pagina sentimentale; in scena, invece, diventa più intensa e meno astratta. La sua crescita nelle pagelle nasce da questo scarto: il live rende il brano più necessario.

Samurai Jay – “Ossessione” (6,7)
Samurai Jay è uno dei nomi che beneficiano di più dell’esibizione, perché la percezione iniziale era decisamente più fredda. Sul palco il pezzo ha acquistato urgenza, carattere e una spinta. La nostra critica lo rilegge alla luce della performance e, più che il voto, cambia il tono del giudizio: da dubbio a sorpresa.

Ermal Meta – “Stella stellina” (7,6)
Portare una canzone che ambisce a dire qualcosa e non solo a funzionare non è da tutti, e questo la nostra critica lo percepisce. Il live consolida l’impressione di un brano pensato, scritto e interpretato con una direzione precisa, senza indulgere nella retorica facile. È una delle proposte che danno l’idea di reggere bene anche oltre il contesto del Festival.

Elettra Lamborghini – “Voilà” (5,0)
Elettra Lamborghini resta fortissima come presenza pop, ma in questa fase il nostro giudizio separa nettamente il personaggio dal brano. L’energia c’è, la componente di intrattenimento pure, però la canzone non viene percepita come abbastanza solida da salire nelle pagelle. Il risultato è una valutazione severa che non nega l’impatto scenico, ma non lo traduce in stima musicale.

Eddie Brock – “Avvoltoi” (5,8)
Se la canzone ha intensità, sul palco non viene percepito. C’è una componente emotiva che forse dal vivo gioca un tiro mancino. Può darsi che a un ascolto più approfondito il brano smetta di sembrare solo una promessa per diventare una proposta compiuta. Vedremo.

Dargen D’Amico – “AI AI” (6,6)
Dargen porta una canzone che vive di idea, linguaggio e traiettoria autoriale, quindi è naturale che i giudizi si distribuiscano tra entusiasmo e scetticismo. In molti riconoscono il progetto e la firma, anche quando restano meno convinti sull’immediatezza complessiva del pezzo. Il live aiuta perché ordina meglio il tutto e restituisce una regia più chiara della proposta.

Nayt – “Prima che” (6,7)
Nayt guadagna terreno quando il brano entra nello spazio scenico e smette di essere solo una dichiarazione di intenti. Il tema della distanza e delle relazioni mediate dagli schermi si sente di più nel live, dove il pezzo trova una temperatura più concreta. La nostra critica lo riconsidera positivamente proprio perché la performance rende il messaggio meno generico e più incarnato.

Bambole di Pezza – “Resta con me” (6,6)
Le Bambole di Pezza portano una proposta che ha una sua identità immediata e una coerenza di gruppo evidente, elementi che sul palco emergono tutti. Il pezzo non diventa improvvisamente trasversale, ma acquista presenza e senso nel contesto della serata. La nostra critica ne riconosce soprattutto l’energia e la compattezza, pur mantenendo qualche riserva sulla canzone in sé.

Leo Gassmann – “Naturale” (5,2)
Il giovane Leo paga soprattutto la difficoltà di imporsi in un cast dove molte proposte hanno un tratto più netto o più audace. Il brano viene percepito come corretto, ben confezionato, ma poco capace di lasciare un’impronta forte al primo giro. Il live non peggiora la situazione, semplicemente non basta a modificarla in modo significativo.

Sal Da Vinci – “Per sempre sì” (6,1)
Sal Da Vinci porta una canzone che parla un linguaggio più tradizionale e teatrale, e questo all’inizio può generare una certa prudenza critica. In scena, però, la sua esperienza si sente: il brano, del quale si sentono inevitabilmente gli echi del Massimo Ranieri di “Se bruciasse la città”, trova una forma più comunicativa, più “abitata”, e guadagna credibilità. Non è una proposta di rottura, ma sa valorizzare bene il suo registro. Da podio sicuramente, nel giudizio popolare.

Maria Antonietta e Colombre – “La felicità e basta” (7,4)
Maria Antonietta e Colombre piacciono alla nostra critica perché sembrano arrivare con un’idea precisa di sé, del pezzo e del tono da tenere. La canzone ha una leggerezza solo apparente, perché sotto c’è una scrittura che regge e una visione ben definita. Il live conferma tutto senza sbandamenti, e questo è uno dei motivi per cui restano in fascia alta.

Michele Bravi – “Prima o poi” (5,8)
Michele Bravi mette in campo la sua consueta eleganza interpretativa, e su questo la nostra critica tende a essere abbastanza concorde. Dove il consenso si indebolisce è sulla forza del brano, che viene percepito come misurato, delicato, ma non davvero incisivo. Il voto finale riflette proprio questa distanza tra qualità dell’interprete e impatto della canzone.

Ditonellapiaga – “Che fastidio” (7,3)
Ditonellapiaga arriva con aspettative alte, forse persino ingombranti, perché il brano era tra i più celebrati in fase di pre-ascolto. Il primo live non la ridimensiona davvero, ma toglie un po’ di quell’effetto “evento” che alcuni si aspettavano al debutto. Resta comunque una proposta di punta, riconoscibile e forte, con un’identità che la nostra critica continua a considerare superiore alla media.

Chiello – “Ti penso sempre” (6,7)
Chiello convince di più quando la sua estetica malinconica passa attraverso la scena e non resta confinata all’anticipazione audio. Il brano ha bisogno di atmosfera, e il live gliela restituisce, rendendo più chiara la sua fragilità espressiva, che è anche il suo punto di forza. La nostra critica non si compatta del tutto, ma il giudizio complessivo tende ad essere positivo.

Francesco Renga – “Il meglio di me” (6,6)
Renga è uno di quelli che recuperano terreno grazie al mestiere, alla voce e alla capacità di dare al brano una dimensione più credibile di quanto suggerisse il primo ascolto. La canzone partiva con scetticismo, soprattutto sul piano dell’originalità, ma il live ne mette in evidenza una tenuta emotiva più forte del previsto. Non è un exploit, ma è una rivalutazione concreta.