C’era un tempo in cui davanti al focolare domestico il capofamiglia riuniva tutti. Con la sola magia delle parole, mentre le fiamme trasmettevano calore e sicurezza, raccontava loro storie del suo passato. E così, in un silenzio che a poco a poco diventava sempre più magico e rispettoso, la fantasia dei cuori in ascolto galoppava, inventando i visi e immaginando le voci delle persone che il capofamiglia evocava con i suoi racconti. E tutto era ovattato in un tempo sospeso, che iniziava a pesare più dello stesso presente. E tutti speravano che quel tempo non terminasse mai. La magia del ricordo attraversa le pagine de Lo zio americano (e altre storie), l’ultima prova narrativa di Massimo Veltri, noto ai più come ingegnere e docente universitario nelle discipline idrauliche, con un’interessante esperienza politica che, nella seconda metà degli anni ’90, lo portò a diventare senatore della Repubblica. Nel volume, edito da Luigi Pellegrini, Veltri conferma di essere anche un ottimo narratore, raccogliendo storie (ne abbiamo contate ben 64) accomunate da uno stile che merita attenzione. Sono racconti scritti di un arco temporale che va dal 2015 ad oggi, ma non riguardano un’unica linea cronologica, né sono tutti autobiografici. Nelle note di copertina, l’autore parla di stream of consciousness e probabilmente è davvero così: quel flusso di coscienza che lo attraversa, dando libero sfogo alla rappresentazione dei pensieri, è pura arte narrativa, senza schemi precostituiti ma con l’unico vincolo della totale assenza di filtri, se non per i nomi propri, nascosti forse per una tenera forma di pudore da un curioso asterisco che segue la lettera iniziale. Così in Mogol Battisti, uno dei racconti della raccolta, un piccolo capolavoro in musica come Anche per te accompagna la descrizione di un episodio di vita, poco importa se reale o immaginato: e alla fine del racconto il lettore si è talmente immedesimato con l’autore, che anche lui vorrebbe regalare quel qualcosa che non ha a quella donna e a quella sua figlia dislessica. O in Di nascite e di treni, dove l’autore racconta la venuta al mondo di suo fratello, molto più piccolo di lui, un evento inizialmente vissuto quasi con imbarazzo e apparente superficialità, poi entrato appieno nei ricordi più intensi della propria esistenza.

Nella narrativa di Veltri c’è questo e molto di più. C’è nostalgia per il passato, evidente e tangibile attraverso la tenerezza di quadri come quelli dipinti in Certi mesi, che ricordano i viaggi in 500 con il fratello nell’aria addurusa della Sila di maggio o i genitori che mano nella mano ascoltavano Renata Scotto o Giuseppe Di Stefano. Ma c’è anche il ricordo di stagioni irripetibili della vita in cui ogni cosa poteva rappresentare una conquista. La nuova casa nella città che stava per crescere e una vita davvero nuova nell’urbanizzazione dilagante da veri figli del boom economico. E ancora, il rammarico per la perdita dell’innocenza in un centro storico un tempo ombelico del mondo e oggi periferia svuotata da ogni identità. Non manca l’ironia, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove si descrive la bonaria cialtroneria di quello zio americano con una faccia che immaginiamo essere quella del paisà truffato dai sesterzi di Totò e Aldo Giuffrè in Guardie e ladri, che era sbarcato nei luoghi delle proprie origini destando chissà quali speranze nei piccoli di casa, per poi rivelarsi nella sua tragicomica identità. E ancora, l’amicizia e la goliardia, i primi tuffi al cuore, Epoca, le manifestazioni studentesche e il respiro di un’aria diversa attorno. I telegiornali e L’Unità, Bob Dylan e Fabrizio De Andrè, i Beatles e Peppino di Capri, l’esigenza di una propria indipendenza, la letteratura americana, l’Università, Milano e Napoli, la Scala e Via Caracciolo, l’amore e la vocazione a creare una famiglia e il voler essere una cosa sola con un’altra persona. E poi, il galoppare della vita, il ritrovarsi da figlio a padre, con nuovi dubbi, nuove incertezze, nuove speranze e una saggezza forse finalmente conquistata. 

Non c’è paternalismo nelle storie di Veltri. C’è la consapevolezza di un tempo, quello della giovinezza, che è passato per sempre. Un dolce fil rouge al sapore di amarcord con il gusto del flashback. Non un esercizio di stile fine a se stesso, ma un viaggio attraverso la memoria costruito con la maestria del narratore, ovvero di chi usa le parole per il gusto di raccontare, e raccontando disegna parabole di esistenza che avvolgono con tenero disincanto chi le legge.    

Massimo Veltri, LO ZIO AMERICANO (e altre storie), Luigi Pellegrini Editore, 2021.     

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