Lo scorso 28 novembre Alice Rohrwacher ha incantato il pubblico del cinema Troisi di Roma con il suo ultimo lavoro La chimera, in anteprima in concorso alla 76ª edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto il premio Association Française des Cinémas d’Art et d’Essai. A livello internazionale ha già ottenuto importanti riconoscimenti: ha ricevuto il premio per la Migliore Scenografia Europea della European Film Academy, la principale istituzione del cinema europeo, ed è l’unico titolo italiano inserito da IndieWire nella classifica dei 25 migliori film del 2023.

È un film antico quello della regista umbra, non solo perché racconta di etruschi e necropoli, ma per la prospettiva d’altri tempi con cui osserva le cose e le persone.

Il protagonista, Arthur, si presenta come un Orfeo scontroso, trasandato, ma anche delicato osservatore, alla ricerca disperata della propria amata EuridiceL’Orfeo di Claudio Monteverdi scandisce i capitoli del film – un antieroe anacronistico, destinato a ritrovare, come Teseo, il filo rosso dell’amore soltanto nel mondo ultraterreno, sotterraneo; il suo un tentativo di evadere dal labirinto asfissiante di una realtà in cui sopra di lui regnano ruspe e cemento. Viene chiamato da tutti “lo straniero”, termine utilizzato per chiunque non faccia parte del luogo, ma che sottolinea anche la sua dimensione “aliena”, “altra”, di estraneo anche se coinvolto.

“Di ritorno in una piccola città sul mar Tirreno – cita la sinossi – Arthur, ritrova la sua sciagurata banda di tombaroli, ladri di corredi etruschi e di meraviglie archeologiche. Ha un dono che mette al servizio della banda: sente il vuoto. Il vuoto della terra nella quale si trovano le vestigia di un mondo passato. Lo stesso vuoto che ha lasciato in lui il ricordo del suo amore perduto, Beniamina. In un viaggio avventuroso tra vivi e morti, tra boschi e città, tra feste e solitudini, si svolgono i destini intrecciati di questi personaggi, tutti alla ricerca della Chimera.

Ognuno insegue la sua chimera, senza mai riuscire ad afferrarla. Per alcuni è il sogno del guadagno facile, per altri la ricerca di un amore ideale. È l’irraggiungibile per definizione, l’inafferrabile che non potrà mai diventare realtà. Un desiderio talmente forte, però, da animare ogni gesto che compiamo. Una ricerca infinita capace di dare un senso al tutto”.

Terzo e ultimo capitolo della “Trilogia del Territorio”, iniziata con Le meraviglie nel 2014; il territorio è quello della Tuscia, del Centro Italia, tra Lazio, Umbria e Toscana, dove Rohrwacher nasce, cresce e ricerca le sue radici. Come Lazzaro felice, secondo capitolo del 2018, cercava di evocare la memoria dell’uomo buono, La chimera cerca di evocare la memoria della mancanza: “a tutti manca qualcosa”, c’è a chi manca qualcosa di materiale (i tombaroli), c’è a chi manca un amore (Arthur, interpretato da Josh O’Connor), a chi una figlia (Flora, Isabella Rossellini). “Questa mancanza ci accomuna più di quanto si possa pensare – dichiara la regista – Per questo ho deciso alla fine di fare un film che raccontasse questa storia stratificata, questo rapporto tra due mondi, l’ultima parte di un trittico su un territorio, la cui attenzione è focalizzata su una domanda centrale: cosa dovrebbe fare del suo passato? Come dicono alcuni ladri di tombe, lungo la nostra strada sono i morti a dare la vita”.

Quella di Rohrwacher è anche una denuncia al mercato, al capitalismo, alla brama di ricchezza che affligge l’umanità, a chi per denaro saccheggia e sfrutta il territorio, anche a danno della natura e dei siti archeologici, lasciati nell’incuria e nell’abbandono. Il personaggio di Spartaco (interpretato dalla sorella della regista, Alba Rohrwacher), in quanto ricettatrice di opere d’arte, incarna la logica predatoria e distruttiva propria del capitalismo, che consuma tutto fino a minare la civiltà umana e l’equilibrio del pianeta stesso. I sottili fili della vita si intrecciano con quelli della morte, diventando una potente metafora della fragile ma intensa interconnessione tra questi due estremi.

Siamo nel 1983 – specifica in sala la regista – nell’epoca del disincanto, dell’ascesa del materialismo, in cui persino il sacro divenne merce: “negli anni ’80 arriva l’avvento dei tombaroli e una febbre popolare chiamata “la grande razzia”. Mi sono chiesta cosa fosse successo dentro le persone per far sì che all’improvviso il mondo venisse visto come merce e non ci fosse spazio per nient’altro. Ho pensato fosse importante fare un film buffo e drammatico su qualcosa che ci riguarda profondamente, che è l’arrivo del materialismo, il momento in cui abbiamo potuto vendere tutto. All’interno di questo contesto c’è un uomo di un’altra natura, che ha un grande vuoto dentro e che cerca il vuoto. Arthur è un eroe romantico in un epoca che di romantico non ha più niente e nel suo non detto c’è tutto il suo passato”.

E continua Rohrwacher: “credo che La chimera sia un film sul destino. Ho cercato di trasmettere con la forza delle immagini un mondo profanato, dove non c’è più niente di sacro. Non è più sacra la natura, i boschi, i corpi delle persone. Volevo rappresentare qualcosa che sento profondamente anche come cittadina. Oggi si scandalizza tanto per delle piccole cose ma si è ciechi davanti ai grandi scandali. Lo scandalo del tombarolo che trafuga luoghi archeologici è evidente, ma io credo che si diventi profanatori solo in un mondo che è già profanato. Ci sono scandali più grandi che continuano, ma è come se noi lo vedessimo solo nei piccoli ingranaggi, non riuscendo a trovarlo in chi quell’ingranaggio lo muove. Quello che ho sentito non era un racconto sociale ma la reazione rispetto a uno scandalo più grande, politico”.

Ancora una volta, Alice Rohrwacher riesce a creare un’estetica che attinge dalla storia dell’arte, dalle fiabe universali, dal mito, dall’epica, dalla natura, dal mondo rurale, una poetica che immerge lo spettatore in un immaginario fatto di antichi borghi, boschi umidi, baraccopoli arcaiche, stazioni ferroviarie abbandonate, meravigliose ville fatiscenti, un abitare temporaneo (“ma la vita è temporanea!” – afferma nel film Italia, Carol Duarte); e poi la terra, gli scavi, ma anche luoghi di squallida modernità, le industrie, le discariche.

Rohrwacher dipinge una fragilità minacciata, preda di interessi capitalistici. E ancora un mondo ctonico, invisibile, che enfatizza, mostrando spesso il protagonista in una prospettiva capovolta, come in un dipinto alla maniera di Baselitz, come Alice nel paese delle meraviglie. La sceneggiatura si concede molto all’impressionismo delle immagini: dettagli di affreschi, stormi di uccelli (“gli uccelli in volo per gli etruschi rappresentano il nostro destino”), alternati a scene popolari da villaggio, con volti caratteristici, personaggi ruspanti, fuori dal tempo, sulle note di canti popolari e autori anni ’80, come Franco Battiato.

Rohrwacher ha dichiarato di aver cercato di tessere trame, fili disparati, come in un grande arazzo antico, utilizzando tre tipi di pellicola fotografica: il formato 35 mm, che rievoca gli affreschi e le illustrazioni in grande scala tipiche dei libri di fiabe; il Super16 mm, che grazie alla sua capacità narrativa e sintetica trasporta direttamente nel cuore dell’azione; e infine il formato 16mm di una piccola cinepresa amatoriale, il cui effetto evoca i tratti a matita su un libro, simile a dei brevi appunti che arricchiscono l’esperienza visiva.

Quello di Alice Rohrwacher è un cinema che insegna a guardare, che non teme di utilizzare forme narrative nuove, che crede nella potenza del racconto, che non è la trama, che è già rivelata – il personaggio deve raggiungere il suo destino, come nel mito, nelle fiabe, di cui già conosciamo il finale, ma ciò non toglie il desiderio di ascoltarle, di leggerle – e che non chiede di identificarsi nell’eroe protagonista: “mi piace la narrazione popolare, quella dei cantastorie; avevo paura di essere fagocitata dal viaggio dell’eroe, che va di moda adesso ma a me sta un po’ antipatico, perché oltre al viaggio del singolo esiste un viaggio collettivo e perché non abbiamo più bisogno dell’eroe. I cantastorie raccontano la morale della storia e ci ricordano che non siamo dentro al film ma davanti. Noi già sappiamo che la storia finisce male, ma ci importa di come la trama viene svolta.

La cosa più importante è, come in un caleidoscopio, trovare nella storia di un uomo la storia degli uomini e riunirsi attorno a un film per chiedersi quanto sia sfortunata e comica, commovente e violenta, l’umanità”.

LA CHIMERA (Italia 2023, Drammatico, 134′). Regia di Alice Rohrwacher. Con Josh O’Connor, Carol Duarte, Vincenzo Nemolato, Alba Rohrwacher, Isabella Rossellini, Lou Roy-Lecollinet. 01 Distribution. In sala dal 23 novembre 2023.