Nella sua opera prima, l’attrice e regista romana trasferisce la più importante lezione del neorealismo: quella di raccontare una società ingiusta per dar voce agli oppressi e ai disadattati celebrando la democrazia come strumento principe per abbattere le storture. 

Cesare Zavattini amava dire che la vera funzione del cinema non è quella di raccontare favole, ma di esprimere la necessità del tempo che si sta descrivendo. Una necessità che, per alcuni aspetti, può travalicare le epoche e i decenni, e restare attuale anche per temi che potrebbero sembrare, a torto, anacronistici. Paola Cortellesi ha avuto un’idea semplice e rivoluzionaria insieme, quella di raccontare la vita delle donne italiane del primo dopoguerra. Lo ha fatto insieme a Giulia Calenda e Furio Andreotti, confezionando la sceneggiatura per quello che è diventato C’è ancora domani, film di cui ha firmato anche la regia, e che giustamente rappresenta non solo la pellicola italiana più vista dell’anno, ma soprattutto, qualitativamente parlando, la più grande novità dell’intera stagione. Il film è ambientato a Roma tra il 14 maggio e il 3 giugno del 1946 e racconta la storia di Delia, una casalinga di umili origini che vive nel sottoscala di un palazzo del quartiere Testaccio con il marito Ivano (Valerio Mastandrea), un uomo molto violento nei suoi confronti. Alla violenza fisica, Ivano associa anche quella psicologica, umiliando costantemente la consorte davanti ai loro tre figli, due ragazzini e una adolescente, Marcella (Romana Maggiora Vergano), che disprezza la madre proprio per la propria passività con cui sembra non reagire affatto alle continue violenze esercitate da Ivano. Con la famiglia vive anche Ottorino (Giorgio Colangeli), l’anziano padre di Ivano, dal carattere burbero e volgare. Le giornate di Delia trascorrono così, nell’assoluto anonimato. La donna cerca di arrotondare lo stipendio del marito, un operaio, con lavori umili e saltuari, ma anche in quel caso, e proprio in quanto donna, viene trattata in modo diverso rispetto ai suoi colleghi uomini: singolare la scena in cui cerca di spiegare cosa fare a un ragazzo appena arrivato nella bottega di un artigiano, e in quello stesso frangente scopre che lui, in quanto uomo e per giunta inadatto a fare quello che lei da fare benissimo, riceve dal ‘padrone’ una paga più alta rispetto alla sua. La quotidianità della donna è resa vivace dagli incontri quotidiani con Marisa (Emanuela Fanelli), la fruttivendola del quartiere, che ha un rapporto ben diverso con il marito e biasima invece i comportamenti di Ivano invitando Delia a ribellarsi e a lasciarlo, e da quello fortuito con William, un soldato americano che si accorge dei segni sul volto della donna e si propone di aiutarla. C’è poi un giovane meccanico, Nino (Vinicio Marchioni), con il quale la donna aveva avuto una relazione prima di conoscere Ivano: i due continuano a volersi bene, e Nino arriva a proporre a Delia di partire con lui che è in procinto di lasciare Roma a causa del lavoro. La donna sembra non accettare, ma la sua situazione con Ivano diventa sempre più tragica. La precarietà familiare è poi segnata da un episodio inatteso legato alla giovane Marcella: Giulio, un ragazzo figlio di una famiglia di umili origini ma diventata benestante e titolare di un bar, intende fidanzarsi con lei. ma ben presto Delia scopre che le attenzioni del ragazzo verso la figlia nascondono pericolosamente una matrice morbosamente possessiva. E allora decide di agire per far sì che il rapporto tra i due ragazzi si interrompa prima che con un eventuale matrimonio diventi tutto più difficile. In tutto questo, Roma e l’Italia tutta sono avvolte da un evento di grandiosa portata storica, che sembra attraversare il film in modo casuale per poi esserne invece la ragione più importante. Per la prima volta le donne sono chiamate al voto nelle due consultazioni in programma il 2 e 3 giugno: il referendum per scegliere tra Repubblica e Monarchia e l’elezione dell’Assemblea Costituente. Si tratta delle prime elezioni libere e democratiche dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra. Come tante donne, proprio grazie al voto, Delia scoprirà una nuova coscienza e potrà guardare con maggiore ottimismo al futuro.

Dal punto di vista prettamente stilistico, C’è ancora domani è una pellicola figlia del neorealismo, e non solo perchè è girata in bianco e nero con scene in 4:3 decisamente poco contemporanee. E’ un film post-neorealista perché mette in scena le ansie e le preoccupazioni di una donna in una società prettamente maschilista, dove parlare di indipendenza significava bestemmiare. Le donne all’epoca non avevano alcuna tutela, né dalla società laica né da quella religiosa: per entrambe, la donna aveva solo il compito di sottostare al marito o al padre, il quale poteva disporre di lei per ogni cosa. Se la dittatura fascista era stata annientata dalla guerra, quella familiare era teoricamente rimasta tale, per cui si doveva solo al buonsenso illuminato dei singoli se le violenze domestiche non appartenevano a tutti i nuclei familiari. Osservare il personaggio di Delia muoversi, agire, relazionarsi fa subito venire in mente  certi personaggi dei film di Ken Loach e più di ogni altro la Antonietta di Una giornata particolare. Come la pellicola in cui giganteggia Sophia Loren insieme a Marcello Mastroianni nei panni di un altro personaggio perseguitato dalla società e dalle convenzioni, infatti, anche il film della Cortellesi pone in primo piano il disagio incarnato dalla protagonista. Tra Antonietta e Delia c’è poca differenza. Quella di carattere storico, che vorrebbe la seconda privilegiata perché, a differenza della prima, non vive in dittatura, sembra poca cosa, se si pensa alle angherie e alle ingiustizie subite dall’universo femminile nonostante la fine del fascismo, quasi, anche qui, che quella agognata libertà fosse una prerogativa tutta maschile e maschilista. Ma il film non può e non può essere soltanto un affresco contrassegnato da un’epoca e quindi un documento d’antan ispirato a uno dei capolavori di Vittorio De Sica, Luchino Visconti o Roberto Rossellini. Se si pensasse questo, si cadrebbe in un grosso errore. La violenza, domestica e non, ai danni della donna non è purtroppo una vergogna che appartiene al passato. La triste tragedia di Giulia Cecchettin e i tanti, troppi femminicidi che caratterizzano il presente rendono quantomai attuale e stringente l’argomento. Alleggerirne i toni, come fa il film, grazie a una sceneggiatura mai banale e a una virata pop che snellisce alcuni elementi regala un guizzo di intelligenza mai scontato. Pur nella struggente tematica trattata, non vediamo mai la protagonista piangere, come nei feutellon d’epoca, anzi la drammaticità è addirittura demitizzata grazie al ricorso a siparietti comici tra i due protagonisti che strappano più di un sorriso. Il merito è anche di una colonna sonora che spazia da un prevedibile Achille Togliani ai più originali Jon Spencer Blues Explosion, Outkast, Daniele Silvestri, Lucio Dalla e Fabio Concato. Tutti questi sono elementi che fanno perdonare alcune piccole scorciatoie che risentono della poca esperienza registica della Cortellesi. Ma C’è ancora domani è un film necessario, che stravolge i canoni tradizionali della cinematografia nostrana presente per balzare oltre la maglia prevedibile della commedia e parlare di temi e di valori che non dovrebbero essere mai anacronistici. A ben vedere, infatti, isolamento, possesso, svilimento e offesa, tattiche usate da Ivano per fare terra bruciata attorno a Delia, restano quelle alle quali, ancora oggi, la violenza maschilista ricorre per contrassegnare i propri soprusi.  

Perfetto tutto il cast, dalla protagonista Paola Cortellesi al suo partner artistico Valerio Mastandrea, decisamente calzante nell’incarnare un Ivano violento e stupido al tempo stesso, figlio del proprio tempo e inconsciamente vittima del proprio essere troglodita. Bravi e calzanti nelle loro parti anche gli altri attori, che offrono un affresco di romanità a una storia che potrebbe essere ambientata ovunque. In ultima analisi, C’è ancora domani è un film politico, e non solo perché cita la prima volta del voto alle donne in Italia che avvenne il 2 e 3 giugno 1946. E’ un film politico perché è un atto d’amore sincero e spassionato verso tutte le donne e, in generale, tocca un nervo scoperto nella società italiana che, nonostante le evoluzioni e i progressi, resta deficitaria e carente per i diritti inespressi delle minoranze. La scena finale, in cui la protagonista, circondata da altre donne davanti al seggio elettorale, mima la canzone di Daniele Silvestri A bocca chiusa, pur aprendo alla speranza, è emblematica di un disagio. E finché questo disagio pulserà, film come questo saranno necessari e benedetti come manna dal cielo.

C‘È ANCORA DOMANI (Italia 2023, Drammatico, 118’). Regia di Paola Cortellesi. Con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Romana Maggiora Vergano, Emanuela Fanelli, Giorgio Colangeli, Vinicio Marchioni, Francesco Centorame. Vision Distribution. In sala dal 26 ottobre 2023.