Western stars: storie di solitudini e viaggiatori nel concept album di Bruce Springsteen

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Forse nessun album di Bruce Springsteen era stato preceduto, come Western Stars, da una discussione come quella che c’è stata sui social network, almeno qui in Italia, una volta anticipati i primi due brani. Potenza, e pericolo, dei social, che sullo stesso prodotto ha visto giudizi contrastanti, alcune volte, addirittura ai limiti dell’offensivo tra gli utenti stessi. Come se ci fosse un solo custode e sapiente interprete dell’opera del Boss.

La divisione era tra quelli che dicevano “non è più lui, è un lavoro schifosamente pop e troppo orchestrale”, e quelli che invece apprezzavano le prime uscite.
Io, tanto per essere chiaro da subito, rientro tra questi ultimi.
Perchè, come non c’è un solo custode di Springsteen, non c’è neanche un solo Springsteen, e a coloro che dicono che questo lavoro non contiene Thunder road e Darkness on the edge of town rispondo che non poteva che essere così, perchè queste due canzoni, come tante altre bellissime, sono state già scritte.
Però questo Western stars riprende le fila di un percorso iniziato proprio con Born to run, e proprio con Il suo inizio, quella Thunder road che vedeva protagonista un ragazzo, armato di entusiasmo e disperazione, all’inizio di un viaggio verso non sapeva bene nemmeno lui dove, purchè si partisse e si corresse.

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Western stars, che è un concept album sulla solitudine, racconta storie di viaggiatori (e lavoratori) e non a caso inizia con i flash sparsi di un autostoppista, Hitch Hikin’, che non si fida molto delle mappe e segue il tempo e il vento. Viaggiatori per necessità, viaggiatori per disperazione, pochi, veramente pochi, quelli per piacere, forse solo l’autostoppista iniziale, che trova negli aneddoti tra un incontro e l’altro un senso al suo girovagare.
Il resto è girovagare, come si dice in Thewayfarer, “alla deriva da una città all’altra, quando tutti dormono e suonano le campane di mezzanotte, le mie ruote sibilano sull’autostrada”.
Le stelle del West di cui ci parla Springsteen sono storie di solitudini perdenti.
Il viaggio, iniziato proprio con Thunder road, dopo quasi 45 anni, è ancora in corso, ma l’entusiasmo ha ceduto il posto alla rassegnazione. Una rassegnazione che però solo raramente sfocia nella disperazione, pur sempre latente in tutto l’album, come lo era anche nei lavori più significativi di Bruce. Perchè se il protagonista di Tucson train (tra le più belle dell’album, sicuramente quella che potrebbe avere una versione dal vivo potente e liberatoria) è ancora lì, fermo alla stazione, dopo aver lavorato tutto il giorno, ad aspettare la sua “baby”, il cui treno arriva alle cinque e un quarto, vuol dire che ancora si può sperare. Tanto più se c’è un Sleepy Joe’s Café dove andare a ballare e che fa sentire “il lunedì mattina lontano un milione di miglia”.
Certo, punte di tipico pessimismo springsteeniano ce ne sono, però la luce rimane sempre accesa, se c’è uno stuntman, in Drive fast, che nei chiodi che gli reggono le gambe vede, più che una condanna, qualcosa che ancora lo riporta a casa.

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E’ la stessa accettazione del destino, spesso baro e beffardo, che ha il protagonista di Chasin’ wild horses, che riconosce come cercare di togliere dalla mente un vecchio amore sia illusorio come inseguire cavalli selvaggi. Ma viene detto non con disperazione ma con quel tono, tipico del Boss, di quieta e allo stesso tempo struggente nostalgia. Ascoltate bene questo pezzo e il suo arrangiamento, perfettamente consonante con il testo.
Il successivo brano, Sundown, sembra la continuazione, e non solo perché attaccato musicalmente: anche qui c’è un “lavorare tutto il giorno” e insieme una lontananza, una solitudine, un desiderio che diventa presto illusione, un sogno che diventa presto brutto risveglio che si vuole rimandare.
Nella title track, poi, c’è tutto un sapore agro legato ai vecchi ricordi di un cowboy di scena, a metà tra i ballerini di quarta fila e il local hero, che costruisce l’altra polarità del disco, tutto teso tra speranza/attesa e ricordo/nostalgia, sotto il segno costante della solitudine. Anche in quei brani apparentemente minori come Stones e There goes my miracle (con un ritornello così accattivante da non poter non piacere), che potrebbero essere b side del Tunnel of love dentro cui, nel lontano 1987, Bruce ragionava sui percorsi e sulle delusioni che da l’amore.
I due brani finali danno il senso a tutto il lavoro, quasi come a svelare le sue ragioni più profonde.
Hello sunshine, con quell’andamento quieto, quasi scontato nel suo basso e nella ritmica, crea un notevole effetto spiazzamento con il testo forte, forse il più intimo nella storia di Bruce, quello più autobiografico dove, molto velato, è presente il riferimento alla depressione e a come essa può nascere, come risvolto delle passioni per la pioggia e il cielo grigio, per la malinconia o le città solitarie – “You fall in love with lonely, you end up the way, t’innamori della solitudine e finisci con l’essere solo” -ma anche per il viaggio – “miles to go is miles away, miglia da percorrere significano miglia di lontananza“. La ripetuta invocazione al raggio di sole è di rimanere, “Hello sunshine, won’t you stay”, nello spirito del superamento della tristezza e della depressione. Pur sapendo che invece andrà via, per poi tornare, e poi andare ancora via, e poi ancora tornare. La nota costante è sempre quella: tensione, desiderio, raggiungimento, perdita. Sprazzi di luce, buio, e tanta strada solitaria, percorsa da anime solitarie, alcune per scelta, altre per battaglie perse, altre ancora per battaglie neanche giocate.
E non poteva che finire con una bottiglia stappata al Moonlight Motel dal protagonista, con due bicchieri, uno per se, l’altro per l’amata che non c’è più. Un finale di intensità, di quei finali alla Springsteen (mi vengono in mente Valentine’s day e My hometown).
Ma è l’aspetto musicale quello che ha suscitato più discussioni. Ho persino letto qualcuno che è arrivato a criticare il disco perché ci sono troppi archi. Critica che ci può stare quando gli archi danno un senso di stucchevole, ma non qui, non in questo contesto specifico, dove le canzoni, per come sono costruite, per quello di cui trattano, hanno bisogno proprio di questi arrangiamenti orchestrali, a metà tra Morricone e Bacharach.
Questo album ci restituisce lo Springsteen migliore, quello cinematografico, attento ai dettagli – tanto che io, tra tanti musicisti che si sono messi a fare film, lo considero forse l’unico veramente in grado di poterne fare, pur non essendosi mai cimentato in quest’arte. E questo Springsteen aveva bisogno proprio di questi arrangiamenti, tra il grande film western e il romantico. Il senso struggente dei testi ne esce rafforzato, come l’aria quieta e pacata di cui dicevo prima, che aiuta a non sfociare le storie raccontate nella sola disperazione.
Questo è un bellissimo album, non un corpo estraneo nella storia del Boss, ma forse un vero compimento di una avventura iniziata, su strada, mezzo secolo fa.
Consigli per l’ascolto: ascoltatelo in viaggio, in un viaggio lungo e su strade non trafficate, possibilmente anche circondate da natura e panorami solitari. E, quando possibile (non se guidate, naturalmente), con i testi a fianco immaginando i dettagli come se fossero scene di un film, uno dopo l’altro.
E lasciate perdere chi dice che ci sono troppi archi, critica vuota: davanti a testi così profondi, a storie di solitudini, a confessioni intime, andare a vedere quanti archi ci sono, vuol dire, come direbbe un altro numero 1, avere un bidone della spazzatura al posto del cuore.