Nel suo nuovo lavoro, l’interprete veneziana ci regala dodici tracce che che sanno felicemente sposare fiero classicismo a ispirata contemporaneità.

Se è vero che si può fare della propria vita un’opera d’arte, è altrettanto vero che allora si può, o forse si deve, poi lasciarsi ammirare, contemplare, quasi, fedeli a quell’unica etica che si chiama Bellezza, inafferrabile creatura dalla sorte insieme sofferta e di gioia che non sappiamo forse più riconoscere e che però non smette mai di mostrarsi.

E per forza di bellezza si parla, se si parla di Patty Pravo, e stavolta per forza ancora di più, perché il suo ultimo disco, Opera, non solo la canta e proprio la omaggia, la bellezza, ma di bellezza è proprio fatto: dodici tracce che sembrano tessere di un mosaico, differenti per colori e per toni, per timbri e per ombre, eppure tutte legate come da un senso di artigianato, di raffinato cesello per partiture e per testi che sanno felicemente sposare fiero classicismo a ispirata contemporaneità, quasi che ogni brano nascesse da un gesto antico e insieme nuovissimo, da un’accurata sapienza che però non rinuncia mai al rischio dell’intuizione.

Sembra, quest’Opera, infatti, insieme riassunto e rilancio, nuova tappa di una discografia e, in senso più ampio, di una proposta artistica (e, va da sé, anche culturale, checché ne pensino i difensori delle solite distinzioni tra “pop” e “colto”: Patty Pravo, sin dall’arte che ha nel nome, che sposa Dante e l’angloamerica, sempre più difficilmente sarà da considerare “personaggio” o “cantante”, unicum per storia e caratura com’è nel panorama della cosiddetta musica leggera, e non solo italiana – e non solo europea) che sembra riaccordare tutte le proprie fasi precedenti e poi potenziarle. Come a delineare la traiettoria di un’intera carriera per ribadirla in nuova armonia, infatti, e senza mai nostalgia ma anzi all’insegna di una varietà di espressioni che è continua ricerca, si alternano qui romantiche ballad (Maledetta verità) e ispirate riflessioni (L’equilibrio), narrazioni più pop (Oggi piove) e autobiografiche contaminazioni (Ho provato tutto), atmosfere sospese (la “sanremese” Opera) e freschi divertissement (Ratatan), fino a veri e propri pezzi di canzone-teatro (Foto nella mailbox, scritta da Morgan, forse il picco del disco).

Teatro, sì, ché in fondo, se proprio dovessimo scegliere un solo elemento a esempio più eloquente di una natura e una carriera in effetti molto più stratificata, diremmo interpretazione: diremmo scena. Diremmo che quest’Opera è la dimostrazione lampante di quanto, insomma, interprete sia la parola chiave per cercare di definire il cuore d’artista di Patty Pravo: nella voce e nel gesto, tra epica eterea e lirica quasi carnale, ogni pezzo è una prova esemplare di quanto si possa essere insieme se stessi e continuamente nell’altro, qualcun altro, come accade soltanto a chi ha fatto dell’interpretazione non un semplice mestiere ma una forma di conoscenza, di continua disciplina dell’umano.

Non è un caso, allora, se questo disco è anche più che un disco: alla musica e alla voce si uniscono la moda e l’arte grafica e la fotografia, con una squadra di artisti (Giuseppe Lo Schiavo e Giovanni Robustelli) e fedelissimi collaboratori (tra cui il designer Simone Folco), a contribuire a quello che sembra un vero e proprio progetto multidisciplinare che non si accontenta e anzi sembra sfidare il consumo sbrigativo e bulimico dello streaming e del click. Opera, come furono e sono, giusto per citare alcuni tra i titoli più peculiari di una discografia che è un caleidoscopio di sperimentazioni difficile da inquadrare univocamente, Per aver visto un uomo piangere e soffrire Dio si trasformò in musica e poesia (1971), Notti, guai e libertà (1998) e Radio Station (2002), è un’opera che pretende attenzione di sguardo e pazienza d’ascolto, testimone tra l’altro prezioso com’è della possibilità di attraversare i decenni (son passati sessant’anni esatti dall’uscita di Ragazzo triste) senza perdere in ispirazione e credibilità, originalità e rigore, tra fedeltà a se stessi e capacità di mutare.

E forse è proprio qui, in questa tensione tra permanenza e trasformazione, che sta il senso più urgente di Opera: non soltanto un nuovo capitolo discografico, ma una dichiarazione di poetica e, perché no, un atto di sprezzo e insieme d’amore contro e verso questo Tempo che passa e si fa e ci fa sempre più distratti, distanti da quel senso di ricerca-del-bello che non è vanità né aristocrazia, ma urgenza profonda di ogni essere umano.

Patty Pravo, OPERA, Nar International/Warner Music Italy, 2026.