La biografia di William Shakespeare è breve: di lui si conosce la data certa di morte, l’anno di nascita ma non il giorno esatto; il matrimonio con una donna più grande e i tre figli avuti insieme. Si conosce il trasferimento successivo a Londra intervallato dai ritorni a casa più o meno frequenti. Si conoscono le tappe fondamentali della sua carriera di drammaturgo nella città in cui fece fortuna anche come attore e impresario, diventando poi l’esponente dei King’s Men: la maggiore compagnia teatrale di quel tempo.
Il futuro Bardo dovette costruirsi la propria leggenda nel corso degli anni, passando attraverso gli inizi sofferti e svincolandosi da un padre un tempo benestante artigiano ma ormai decaduto e iracondo. Gli studiosi non sono riusciti a ricostruire molto altro nel corso dei secoli a causa della mancanza di documenti e di fonti autobiografiche, tanto che molte sono state le supposizioni volte a colmare le lacune.
Hamnet – Nel nome del figlio, film per la regia di Chloe Zaho, è ineccepibile nella recitazione specie dei due protagonisti oltre che di buon impatto estetico nella scenografia di esterni e di interni, commette l’errore di mescolare parecchia fantasia a queste poche note biografiche. E lo fa da subito con la didascalia di apertura che precede le suggestive immagini filmiche.
Hamnet e Hamlet, per quanto di certo all’epoca fossero interscambiabili, non devono necessariamente suggerire che la tragedia shakespeariana “Hamlet” sia derivata dalla morte – realmente accaduta – dell’undicenne figlio Hamnet. Tuttavia è proprio questa la linea seguita dal film tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell e dalla stessa autrice co-sceneggiato sconfinando però in eccessi di immaginazione.
La realtà che è emersa dagli studi degli esperti nel tempo ha mostrato come il nome e il personaggio di Hamlet esistessero già nelle fonti nordiche di qualche secolo prima, riprese da altri dopo, infine riprese e rielaborate anche da Shakespeare stesso.
Perché le sue opere nascevano appunto da rielaborazioni di fonti antecedenti, materia di studio realistico e di decodificazione che difficilmente portano a supporre collegamenti con la sua vita privata.
Difficile credere che certi versi, per esempio di “Romeo e Giulietta”, siano stati ispirati dal sentimento che – almeno nel film, quasi certamente ma non del tutto provato anche nella vita reale – univa Shakespeare alla moglie Agnes. Com’è difficile credere che il monologo di Hamlet, combattuto tra la scelta di vivere oppure di togliersi la vita, sia nato da una crisi suicida di Shakespeare ancora sconvolto dalla morte del figlio. Ciò non è da escludere, forse, ma nemmeno da narrare come fosse stata la realtà dei fatti.
Altrettanto romanzata con eccesso di fantasia è la figura di Agnes, addirittura trasformata in una creatura della foresta, guaritrice e veggente. Ma senza una motivazione logica a supporto di questa scelta, specie considerando che il film non tratta del “Sogno di una notte di mezza estate”.
Nella parte finale, il Globe Theatre è stato invece filologicamente ricostruito: dalla bandiera che appare per segnalare l’inizio di una rappresentazione agli interni, che ben mostrano l’originale struttura del teatro elisabettiano per eccellenza compresa la distribuzione nei diversi settori a seconda del ceto sociale.
Tuttavia è proprio qui che l’invenzione narrativa è estremizzata: sono gli sceneggiatori a immaginarsi una catarsi di Shakespeare, e di Agnes, che non è affatto detto sia avvenuta nella realtà. La scelta di sovrapporre alla tragedia “Hamlet” il loro dolore di genitori ancora in lutto continua fino alla fine, coltivandone la suggestione anche nella scenografia che unisce la foresta a un vuoto buio e misterioso – mostrato all’inizio del film nella foresta amata da Agnes – e alla porta che Hamnet esita a superare per lasciare il mondo e la famiglia. Realtà, almeno teatrale, storica e immaginazione si mescolano nella trama e nella mente dei personaggi e si mescolano le vite stesse dell’autore con quelle degli attori e degli spettatori.
E il film suggestiona nel mostrare un Hamlet tinto di biondo, concepito qui come alter ego di Hamnet, se non fosse che questa caratteristica fisica è tipica per un personaggio danese quale appunto è il famoso Principe di Danimarca.
Sorretto da un’ottima prova attoriale – che non riguarda solo Jessie Buckley, premiata con l’Oscar come miglior attrice protagonista – di tutto il cast compresi gli interpreti più giovani, il film regala scene di impatto estetico specie se svolte nella foresta, dove in una sequenza l’unità e la gioia famigliare dei Shakespeare, prima della perdita, viene colta anche in una posa geometrica e cromatica capace di restare nell’immaginario dello spettatore.
Meritevoli le inquadrature di un Bardo non ancora in confidenza con il suo genio drammaturgico, che scrive e riscrive le battute di future opere leggendarie su dei pezzi di carta. Riproducendo quella che all’epoca era sì la realtà, specie a causa dell’effettiva mancanza di una buona pubblicazione e di una buona conservazione delle sue opere: uno dei veri motivi che hanno creato difficoltà agli studiosi nel reperirne fonti e versioni originali.
HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO (Usa 2025, Drammatico, 125′). Regia di Chloé Zhao. Con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, David Wilmot, Freya Hannan-Mills, Jacobi Jupe, Sam Woolf, Justine Mitchell, Jack Shalloo, Elliot Baxter. Universal Pictures. In sala dal 5 febbraio 2026.

Ha scelto di approfondire le materie che ama da sempre conseguendo una laurea in Lettere Moderne. Che in terra brianzola è di per sé una sfida. Ma specializzandosi in Storia del Teatro Inglese e Cinema è quasi incoscienza. Tuttavia, unendo lavoro pratico a collaborazioni artistiche, da anni si occupa di recensioni culturali e anche di editoria.
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