Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno: la sabbia, la spiaggia, lo sci, l’amore, il lavoro, il tuo letto: epifenomeno. Come dice l’Ecclesiaste: vanitas vanitatum”. Questa frase, tratta da La grande abbuffata, è il punto di partenza per ricordare Michel Piccoli. La filmografia da snocciolare è lunga, molto conosciuta e a tratti inutile. Non è il caso di dimostrare quanto abbia passato l’attore per raccontare quanto o cosa la settima arte metta in archivio. È sufficiente dare due dettagli e consigliare qualche pellicola, magari delle meno conosciute per approfondire un artista che prediligeva il corale al protagonismo e le sfumature alle vanità. Molto appassionato di politica, ha passato la vita a creare se stesso variando tutti i generi cinematografici conosciuti e lavorando con una lista di registi che sarebbe troppo “epifenomenica” citare. Fortunatamente esistono molte interpretazioni che permettono di approfondire l’arte di questo artista. Ha lavorato fino a tardissima età non preoccupandosi di far valere quell’anzianità conquistata sul campo che gli avrebbe permesso di sfoggiare una vanità che evidentemente non gli apparteneva nemmeno in ambito lavorativo. Aveva una versatilità che lo rendeva credibile in ogni ruolo e il grande talento di una recitazione pacata anche quando necessitava di andare sopra le righe. In un film non si vedeva arrivare ma era difficile da dimenticare, una sorta di Bogart europeo che non ha mai avuto bisogno di marcare le tinte trasformando la sua non recitazione in prestazioni straordinarie.

 

La bella scontrosa (La belle noiseuse) – Regia di Jaques Rivette (1991)
Pittore famoso in esilio riceve la visita di una giovane modella che gli riaccende la voglia di creare. Dipingere diventa più difficile del previsto per le paure e le ansie che quella sua prigione dorata porta con sé. Rivette mette insieme un film teatrale, dove la pittura è un pretesto per parlare d’ironia e morte come di amore e vita. La trama sarebbe facilmente sviluppabile in dieci minuti, ma parole e recitazione sospendono il tempo rendendo il film una favola moderna in cui l’ispirazione e le perplessità diventano protagonisti quasi quanto i corpi delle modelle. Ottima interpretazione di Piccoli che rende tutte le ansie di un artista ormai stanco di dimostrare e senza quella scintilla che in passato lo aveva portato a creare. Un film fatto di paure e di dubbi ma anche di risate per  una visione che fa riallacciare lo spettatore a se stesso. Tratto da un romanzo di Balzac, conserva tutta la forza e la profondità del suo autore.

La grande abbuffata – Regia di Marco Ferreri (1973)
Quattro uomini di mezza età, disincantati positivamente dalla vita, decidono di suicidarsi mangiando. Dopo essersi riuniti in una villa di classe, mettono insieme un menù pantagruelico e tra una portata e l’altra discutono sul significato di ogni cosa, ammettendo i propri fallimenti. Uno dei film più riusciti di Marco Ferreri diventa a ogni visione una pura esperienza estetica. Riconoscendosi o meno nei protagonisti non si può far altro che ammirare l’onestà intellettuale con cui i commensali affrontano la prossima morte disquisendo sulle loro perplessità. Quattro attori straordinari come Michel Piccoli, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Philippe Noiret incarnano alla perfezione l’arrendevolezza del maschio dopo i quaranta quando ci si comincia a guardare indietro. Senza rinunciare al sorriso e al sesso, almeno alcuni di loro, è il quadro di una rassegnazione condotto con estremo garbo nonostante gli echi grotteschi della vicenda. La riflessione accompagnerà lo spettatore per molto tempo. 

Lo spione – Regia di Jean Pierre Melville (1961)
Un criminale è catturato dalla polizia e crede che la colpa sia del suo amico “Soffio” di professione. Incaricherà un sicario di ucciderlo, ma la verità si rivelerà un’altra. Il gangster proverà a correre ai ripari. Eccellente poliziesco da uno dei suoi creatori per eccellenza, atmosfere torbide e onore per una Parigi dove il crimine è silenzioso e subdolo ma ancora capace di mantenere una sua morale. Ancora una volta Piccoli dimostra tutta la sua ecletticità in un’interpretazione apparentemente di secondo piano, il protagonista è Jean Paul Belmondo, ma che si rivela essenziale a tutta la vicenda. Film magistrale testimonia come il Polar sia stato un genere anzitutto francese e come la coralità dei personaggi, soprattutto dei loro silenzi, rendano le atmosfere di questo genere uniche. Il bianco e nero con cui è rappresentata Parigi vale, da solo, la visione del film.  

Il fascino discreto della borghesia – Luis Buñuel (1972)
Un gruppo di personaggi alla ricerca di un ristorante si scambiano impressioni sulla vita distorte e poco edificanti. Ci sono un diplomatico e un prete con degli scheletri nell’armadio e altri individui che fingono modi educati nonostante il loro spessore nel conversare sia molto basso. Trovato un locale se ne vanno schifati perché è in corso la veglia di un morto nella cucina. Affamati continuano la loro camminata e i loro discorsi fatti di un’apparente pacatezza. Capolavoro del surrealismo, il film mette in luce tutte le contraddizioni della classe più odiata di tutti i tempi. Il regista né da un’interpretazione estrema ma a tratti divertente, Piccoli è a suo agio nello stile di regia di Buñuel.

Il commissario Pelssier (Max et les Ferrailleurs) – Regia di Claude Sautet (1981)
Commissario di polizia circuisce l’amante di un criminale per catturare la banda di cui è a capo l’uomo. La donna s’innamora di Pelissier senza accorgersi di essere irretita con un preciso scopo. L’operazione riesce ma anche il poliziotto comincia a provare un sentimento che si rivela fatale. Prova sontuosa di Michel Piccoli che presta il volto a un uomo di legge per cui il fine giustifica sempre qualsiasi mezzo. Il film è noir psicologico diretto dal maestro Sautet in grado di inchiodare l’attenzione del pubblico attraverso tutti gli stilemi classici del genere poliziesco. La peculiarità della regia è alternare il ritmo al sentimento, qui rappresentato dal progressivo innamorarsi del commissario, che Piccoli riesce a far intuire senza variare minimamente la sua recitazione. Le due anime di un uomo con contorno di solitudine, temi molto cari al regista che il protagonista riesce a incarnare alla perfezione senza alcuna trasformazione definitiva ma lavorando su quelle sfumature che da sempre sono state uno dei suoi talenti.