Abbiamo intervistato lo scrittore romano che nel suo ultimo romanzo celebra la passione per la Roma di Falcao

Tra tutti gli sport, sicuramente quello la cui rappresentazione pubblica fa pensare più d tutti a un rito collettivo è il calcio. Una religione laica, universale e democratica, che coinvolge persone di ogni età e ceto sociale, se si pensa ai bambini che su un campetto di terra o su una lingua d’asfalto corrono dietro un pallone, o alle più alte autorità capaci di disertare o posticipare riunioni importanti per via di una partita. Una passione che, certo, può degenerare in malattia, troppe volte persino insana, se si pensa alle inspiegabili tragedie avvenute negli stadi di tutto il mondo. Ma chi segue il calcio da tifoso più che da semplice appassionato sa che l’amore verso la propria squadra è assoluto e incondizionato. Il vero tifoso lo riconosci dalla fedeltà e dalla sofferenza, dalla capacità di sostenere la sua squadra anche durante una partita già compromessa, o di sacrificare il proprio tempo libero per una trasferta. La passione calcistica non si discute, si rispetta, così come la sofferenza, il cui valore catartico ha spesso ragioni incomprensibili, quasi pari a quelle in base alle quali un ‘non tifoso’ non potrà mai capire un tifoso.

Sul calcio hanno scritto in tanti. Pensiamo a Cesare Pavese a Umberto Saba, Eugenio Montale Osvaldo Soriano, Giovanni Arpino, Pier Paolo Pasolini, Nick Hornby. Scrittori appassionati che hanno raccontato le proprie emozioni, fissandole per sempre tra le pagine della letteratura più alta. A loro oggi merita di essere associato Sandro Bonvissuto, 50 anni, laureato in filosofia, che alterna il suo lavoro da cameriere in una storica trattoria romana con quello di scrittore. In “La gioia fa parecchio rumore” (Einaudi) Bonvissuto traduce in romanzo l’amore immenso e incondizionato per la squadra della sua città, la Roma. Il volume offre una visione epica del calcio, e racconta l’evoluzione di una iniziale simpatia quasi obbligata per un bambino cresciuto in una famiglia romana di fede giallorossa, che poi con gli anni diventa passione fortissima la cui sublimazione culmina nella stagione dello scudetto del 1983, quello di Paulo Roberto Falcao. Il campione brasiliano, idolo indimenticato dei tifosi romanisti, campeggia sulla copertina del libro, esultante dopo uno dei gol che firmarono la cavalcata vincente della squadra allenata da Nils Liedholm.

Ciò che colpisce più di ogni altra cosa il lettore che si imbatte nel romanzo è la presenza costante di un rigore stilistico che si distingue per esposizione sintattica. Pur tra aneddoti che ne stemperano il pathos, Bonvissuto non racconta semplicemente la storia di un tifoso che da bambino diventa ragazzo e vede realizzarsi il suo sogno. E’ invece il cantore di una classicità epica che stride con il calcio business dei nostri tempi, e che invece rimanda a suggestioni ben più nobili, che elevano a coralità popolare la fede calcistica del singolo. Il romanzo descrive il periodo che va dalla fine degli anni ’70 alla sera del 30 maggio 1984, la sera maledetta dell’Olimpico, quella della sconfitta in finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool ai calci di rigore. In mezzo, il trionfo dello scudetto 1983, di quella festa popolare durata mesi, rimasta nella memoria collettiva dei romanisti.

Abbiamo contattato telefonicamente Bonvissuto nella sua abitazione romana. Di seguito l’intervista.

Sandro, credo che più che di calcio, il tuo sia un romanzo d’amore. Un amore puro, sincero, vivo, forte, anche inevitabilmente doloroso: “‘A Roma bisogna amalla popo quanno perde, a ‘malla quanno vince sò bboni tutti”. Perché secondo te amore e dolore vanno di pari passo nella storia umana?
L’amore è iniziativa, è impegno, movimento. E quando ci si muove oltre e fuori noi stessi nel mondo, si urta sempre qualche cosa. Amare non è un’attività sedentaria o contemplativa ma qualcosa che cambia la vita e che scrive la nostra storia. E queste non sono cose che si possono fare senza assumersi qualche rischio o pagare pedaggio quando si valicano i ponti del destino.

Nel tuo romanzo, il calcio riacquista una sua dignità. Si fa collante di una comunità, di un popolo. L’amore che racconti nel libro attraversa e coinvolge infatti non solo la figura del protagonista, dalla sua infanzia alla sua preadolescenza, ma anche l’intera collettività con cui interagisce. E’ la storia intergenerazionale di un popolo, quello romanista, che incrocia il punto forse più alto della propria esistenza. A un romano romanista che ha superato i 50 anni, se chiedi quali siano i suoi ricordi più belli, dopo gli affetti più cari ti risponderà quasi sempre citando lo scudetto di Falcao, di Conti, di Pruzzo. Cosa significa questo secondo te?
Che l’uomo ha un bisogno inesauribile di convivere con una dimensione mitologica, di abitarla. È qualcosa che evidentemente aiuta combattere le difficoltà insormontabili dell’esistere. Quella è un’era della nostra storia, la più gloriosa, fa ormai parte di un’epica, frequentarla ogni giorno è qualcosa che forse serve a lenire il dolore di vivere, renderlo più sopportabile. Avevo un professore di Italiano al liceo che era un reduce di guerra, e mi raccontò che un giorno furono paracadutati al fronte. E mentre scendevano, appesi ai loro paracadute, inermi per aria, in balia del vento, e fischiavano i proiettili nemici nel cielo, fra loro parlavano del primo scudetto recentemente conquistato dalla Roma. Penso lo facessero così, proprio per ingannare la morte.

Il personaggio senz’altro più emblematico della storia è Barabba. “Un tipo completamente dimenticato, anche le sue cose sembravano dimenticate”: lo presenti così al lettore. In realtà, proprio lui svelerà al protagonista la magia che si nasconde dietro al numero 5, “quello giusto”. Qual è il senso di questo personaggio?
Barabba è uno straniero ante litteram la sua funzione nel libro è di svelare le profonde e mutevoli sembianze del visibile, attribuire a ciò che accade ulteriori e imprevisti significati. Gli errori più grandi nella vita si commettono quando si è creduto di avere ragione, quando si è fatto a meno di ogni confronto con chiunque. Il ragazzino è chiuso in un ambiente sordo e cieco. Ma in ogni fuga ci vuole sempre un complice. Io perfino nei libri tendo a diffidare dei progetti solitari.

“Nessuno poteva superare il confine del Grande Raccordo Anulare senza il consenso degli altri, sempre per essere sicuri di morire a Roma. Perché morirci era più che nascerci, e chi ci moriva era più romano di chi c’era nato ma era morto altrove”. Che Roma (città) e che Italia era quella del 1983, e che differenza c’è con Roma e con l’Italia di oggi? E tra lo scudetto del 1983 e quello del 2001?

Il nostro paese ebbe un dopoguerra buono, e quelli erano anni belli a Roma, dove le famiglie stavano bene, gli anni prima dell’era Berlusconi, che avrebbe cambiato per sempre il calcio e l’Italia. Oggi Roma è una città difficile, dove è faticoso vivere, e l’Italia un paese ostile e rancoroso. Il secondo titolo iridato venne in un momento in cui la squadra usciva da anni bui, il terzo no, perché il club si era assestato stabilmente nelle zone alte della classifica. Direi che lo scudetto dell’83 conquistato a quel modo fu poesia, quello del 2001 prosa.

Una celebre frase di Osvaldo Soriano è questa: “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce”. Nella storia che racconti il calcio è una religione, e come tale ha la sua sacralità e i suoi riti. Come ovviamente quello di andare allo stadio, che tu definisci “il tempio del tifoso”. Come scrivi nel libro, già lo stare in fila all’ingresso era “uno dei riti più antichi, che rispondeva alla necessità che ha l’uomo di stare sotto il cielo immenso senza protezione, esposto direttamente a Dio. E Dio all’uomo“. Una sfida dell’uomo che da comune mortale diventa tifoso con la propria corazza di immortalità?

Lo spettacolo del calcio, della partita vista allo stadio è l’unica cosa che si lega o che si ricollega in qualche modo alle rappresentazioni del teatro antico, agli scontri fra in gladiatori, alla corrida, alla lotta fra le fiere. E come ciascuno di questi possiede una sacralità, collegata a una profonda e preziosa catarsi per l’uomo. Andare al campo a vedere la squadra, cantare, soffrire, vincere, perdere, vuol dire vivere in poche ore tutto lo scibile emozionale dell’uomo. Cosa che rende le persone più consapevoli dei propri istinti, maggiori conoscitori di sé stessi e degli altri.

Ho trovato particolare il fatto che il romanzo si soffermi molto sulla dimensione casalinga della storia, e che esponga in modo dettagliato la descrizione di alcuni momenti, come il ‘vedere’ la partita in silenzio con lo sguardo fisso alla radio, quasi come se si ascoltasse un comunicato bellico, o il seguire certi riti scaramantici come il vestirsi o il sedersi in un certo modo. Cosa è rimasto secondo te di quella sacralità e di quei riti nel calcio e nel tifo di oggi, e cosa invece è andato perso?

È pensabile che oggi ci siano comunque riti e scaramanzie, perché semplicemente il calcio se le porta appresso in modo congenito, e se non le vediamo è perché oggi si compiono lontano dagli sguardi degli altri, visto che le partite la gente se guarda sul telefonino. Questi sono i termini della perdita, cose che erano collettive stanno diventando cose personali. Al calcio e ai suoi costumi sta succedendo questo.

Paulo Roberto Falcao in azione

Paulo Roberto Falcao, ritratto in copertina, è l’eroe assoluto della tua storia, che non citi mai, come d’altronde nessuno dei calciatori a cui fai riferimento, Rocca, Pruzzo, Di Bartolomei, Conti. Il brasiliano, che nel libro chiami “il Volante”, è il tramite divino di quella sacralità laica a cui facevamo cenno prima. Lo hai mai conosciuto personalmente? Lo hai informato del libro? Qual è la domanda che gli avresti voluto fare nel 1983 e quale la domanda che gli vorresti fare oggi?

L’ho visto in tv, l’ho ammirato in campo, l’ho sognato di notte, da ragazzino è stato il mio idolo, il mio più grande eroe. È stato informato del libro ed un giorno mi ha telefonato dal Brasile; inutile dirti come sia stato quello il momento più bello della mia vita. Avrei voluto chiedergli molte cose, eppure nel corso della telefonata ha parlato lui senza che gli domandassi nulla. Falcao merita le qualità divine che gli avevo attribuito da ragazzino, è intellettualmente superiore, e parla proprio come gioca a pallone, è uno che dice sempre la cosa giusta.

“La sciarpa è personale, la bandiera è collettiva. La sciarpa dice agli altri chi sono io, la bandiera dice a noi stessi chi siamo”.  La tua storia racconta un amore assoluto per la Roma. Secondo te in cosa può essere assolutizzata e fatta propria da tifosi di altre squadre, e in cosa invece resta patrimonio esclusivo del popolo romanista?

Ho cercato di raccontare quel trambusto interiore che affligge ogni vero tifoso, e quelli certo possono essere presi per comuni a tutti. Quello che resta appannaggio del romanista è il modo che ha il questo popolo di vivere ogni cosa, e si tratta di argomenti palesemente legati al territorio e di più a questa città, per tutti madre e matrigna, intransigente e comprensiva, giusta e sleale. Roma è Roma, forma le coscienze, dilata il senso di quello che avviene, complica tutto, alla romana maniera.

“Noantri educati da generazioni alla sconfitta non sapevamo proprio come comportarci, come gestirla una cosa così”. Alla felicità non ci si abitua mai, eppure non la si riesce a godere mai fino in fondo. Perchè, secondo te?
Beh perché in questo caso si tratta di qualcosa che nasce da una condivisione, o che dipende da qualcun altro. Anche da qualcun altro. E come ci è stata data e sappiamo che ci può essere tolta. L’aspettativa del tifoso è assoluta, i risultati sportivi consentono una gioia relativa. La felicità quindi non è uno stato nel quale si vive stabilmente, ma solo una parentesi momentanea, che ha limiti di durata e di estensione.  Per una comprensione definitiva del concetto di felicità vi consiglio di leggere, più che Bonvissuto, lo Zibaldone di Giacomo Leopardi.

Camus ha detto “Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”. Il periodo che stiamo purtroppo vivendo a causa della pandemia da coronavirus mette in discussione il bello dello stare insieme, che può significare anche andare allo stadio. Si prospetta la ripresa dei campionati, se e quando sarà, a porte chiuse. I tifosi sono destinati dunque all’infelicità?

Il calcio ha da anni deciso di fare a meno di loro, le partite si vedranno quindi dal divano di casa. In più portare un figlio allo stadio è diventata oggi un’impresa da cento euro, quindi una cosa da ricchi, tremendamente complicata, per via di tessere, tornelli, telecamere, questura. Il futuro del pallone nazionale è senza sostenitori allo stadio, senza canti, coreografie, fumoni, tamburi, bandiere e sciarpe. I tifosi tradizionali, quindi, sono destinati non all’infelicità, ma all’estinzione, come i grandi rettili nel Cretaceo.

(Le foto di Sandro Bonvissuto sono di Matteo Bianchi Fasani)