A distanza di qualche mese dall’uscita di Di questi tempi, disco d’esordio che ci è piaciuto molto (qui la nostra recensione), abbiamo incontrato Vincenzo Greco, frontman degli Evocante, alla viglia della prima tappa live che si terrà a Roma venerdì 13 e sabato 14 maggio 2022 presso il B-Folk.

E’ trascorso qualche mese dalla pubblicazione del disco. Che sensazioni hai avuto da parte di chi, tra addetti ai lavori e pubblico, lo ha ascoltato?
Molto buone, al di là di ogni più ottimistica previsione. Agli addetti ai lavori è piaciuta la qualità della proposta, sia musicale che letteraria. Si sono stupiti di come solo ora, a 50 anni, mi sia proposto. Ma è come con i vini, ognuno ha il suo tempo di maturazione. E io non sono certo un novello o un lambrusco. Prima le canzoni c’erano, ma non c’era la mia consapevolezza e la mia determinazione. Ora che ci sono questi fattori, il vino può dirsi maturato e uscire dalle cantine.
Quanto al pubblico, il disco Di questi tempi deve avere colpito qualche corda ancora suonante: in tanti mi hanno scritto dicendo che certe canzoni parlano di loro, delle loro vite, di quello che vivono.

Ci sono brani che sono stati più apprezzati di altri e secondo te perchè?
Salvami, che consideravo un brano minore, è quella che ha raggiunto il cuore di tanti. Me lo hanno scritto esplicitamente. Qualcuno ha addirittura ammesso una commozione che a me, oltre a fare piacere, fa capire tanto su come le canzoni abbiano mille vie per arrivare al cuore delle persone.
“Non c’è più tempo” è stato il pezzo più ascoltato, ed effettivamente è il brano centrale dell’album, ed anche quello più ipnotico. Molto apprezzato dai fan dei CSI, perché effettivamente ricorda molto le loro sonorità.
Invece “Raccontami di te” ha fatto breccia nel cuore dei fossatiani.
Il commento che più mi son sentito fare è che nel mio disco hanno trovato un punto di equilibrio tra varie sonorità, quella del rock alternativo (appunto, alla Csi), quella tipica cantautorale e quella sperimentale e persino quella pop alla Battiato.
Da questo miscuglio esce Evocante, con in più tutte le sue caratteristiche proprie.

Siamo alla vigilia di una data importante. Evocante debutta in una nuova veste, quella live. Cosa significa per te e per il tuo gruppo poter suonare davanti a un pubblico vero, che applaude e fa sentire il proprio giudizio in modo diretto, senza filtri, al di là del palco?
Si, finalmente si suona dal vivo con gli Evocante. Alla data inizialmente prevista del 14 maggio, al B-Folk di Roma, ne abbiamo dovuto presto aggiungere un’altra, il 13, perché andata presto esaurita. Insomma, tutte e due le date sono andate sold out con settimane di anticipo.
Il locale dove suoniamo è piccolo, e questo va detto. Però è pur vero che abbiamo dovuto dire no a tante richieste di biglietti, tanto che, facendo un rapido calcolo, avremmo riempito anche locali più grandi, dell’ordine di 100/200 posti. Calcolando che si parla di un debutto assoluto e di una proposta molto particolare, non certo facile o “alla moda”, è stata una sorpresa assoluta.
Che dimostra la gran voglia di musica dal vivo che c’è in giro dopo questo lungo periodo di chiusura, anche mentale. E che intorno al progetto si è formato un interesse, una curiosità che, oltre a renderci felici, ci responsabilizza molto.
A chi non è riuscito a prenotare in tempo dico che seguiranno altre date, e non solo a Roma.
Tutto si sta definendo.
Una cover band non ha problemi a trovare locali e date. Un progetto originale come il nostro ha più difficoltà, perché ormai i “direttori artistici” dei locali attribuiscono al pubblico una pigrizia e una ripetitiva abitudinarietà che invece hanno loro.
Proprio i nostri sold out con un mese di anticipo dimostrano che invece c’è una bella parte di pubblico, non solo di nicchia come si potrebbe pigramente pensare, che è molto più interessata a sentire cose nuove, che hanno radici ben definite e lontane, ma pur sempre nuove.

Come si comporrà la scaletta del concerto? Cosa potremo ascoltare oltre ai brani del disco?
Senza anticipare troppo, la scaletta è in equilibrio tra sonorità rock, spruzzi qua e là di punk, richiami alla canzone d’autore e atmosfere psichedeliche, che io definisco di “musica sospesa”.
Riuscire a far convivere tutto questo in un unicum è la sfida di questi concerti.
Ci saranno quasi tutti i brani di Di questi tempi, riarrangiati in chiave ancora più rock, e altre canzoni, come Dialettico e Aria di formalità, che mi accompagnano da anni e che, con nuove vesti, faranno parte del prossimo album.
Ci sarà anche, come ormai da mia tradizione,un video che girerà alle nostre spalle a dare punteggiatura visiva alla forma sonora.
E ci sarà un gruppo ospite, i Blefuscu, con i quali suono da due anni, e faremo, oltre una mia canzone, tre cover dei CCCP e CSI.

In questi giorni stai ultimando l’arrangiamento di un nuovo brano che abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima. Si chiama “Troppo/poco” (Per ascoltarlo clicca qui). Ti va di parlarne?
È il brano con cui gli Evocante sperano di toccare il cuore dei giurati del premio Voci per la libertà indetto ogni anno, ormai da un quarto di secolo, da Amnesty International.
Non siamo gruppo da festival, nè da gara, anche perché per ora siamo totalmente autoprodotti, insomma indipendenti veramente, non come tanti indie che poi dietro hanno case discografiche influenti e giri molto poco indipendenti.
Ma per questo premio, che non è certo un festival, abbiamo fatto un’eccezione (e altre ne faremo, per altri premi mirati).
L’aneddoto che ha fatto nascere la canzone va raccontato. Mancavano pochissimi giorni alla scadenza del concorso e Barbara, la bassista del gruppo, che già con un altro gruppo aveva partecipato anni fa, mi segnala questo premio, per concorrere al quale occorre presentare un brano sui diritti umani. Io però non avevo mai scritto una canzone sui diritti umani. Argomento troppo a rischio di retorica (insieme alle canzoni d’amore e agli inni). E quindi mi sono messo quasi d’autorità a farla.
Ma con la forza in arte non si ottiene nulla. E infatti, dopo un brevissimo momento di spaesamento, la canzone è venuta fuori grazie a una ispirazione fortissima, avuta la notte, un vero e proprio richiamo al pianoforte. In due ore è nata. Cosa per me rarissima, perché io non scrivo quasi mai di getto, ma per appunti sparsi qui e là nel tempo e nelle agende.
In realtà, solo dopo ho capito che questo brano era latente da anni, pronto solo a essere infornato. Ed è nato in tutti gli anni in cui, da dirigente della Prefettura di Roma, ho dovuto frequentare e gestire molti centri per l’immigrazione, vivendo in prima persona le tragedie e le disperazioni che certi sguardi raccontavano, senza bisogno di parole.
In Troppo/poco, che presto sarà pubblicata sulle piattaforme, ho dato voce a quel bambino morto annegato con la pagella, con voti alti, che la madre le aveva cucito sul pantaloncino, come forma di presentazione al nuovo mondo in cui stava recandosi a cercare migliori fortune.
L’impatto emotivo nello scriverla, e ancora di più nell’inciderla (col Covid addosso peraltro, ma avevo solo poche ore di tempo per partecipare al concorso visto che i termini stavano scadendo), è stato fortissimo, a volte devastante.
Spero non mi colga troppa emozione in concerto. Ma è un brano che per me significa molto.

Abbiamo ascoltato il brano e non nascondiamo di esserne rimasti favorevolmente impressionati: la chiosa finale “Per ogni uomo che chiede di essere uomo” risuona nella coscienza di chi ascolta. Ma “per ogni uomo che chiede di essere uomo” cosa può fare un musicista e un artista in genere?
Per rimanere in tema, molto poco può fare. L’artista concretamente può fare quasi nulla. Ma può lavorare negli interstizi dei cuori, delle coscienze, delle sensibilità. Può umidificare gli occhi. Può rompere il respiro. Può spezzare la voce. Di ognuno di noi. Può toccarci in modi inaccessibili alle burocrazie, alla politica, al mondo degli affari e dei fatturati (anche quelli sull’immigrazione, come io posso testimoniare!).
Ecco, questa forza di commuoverci e smuovere le coscienze ce l’ha solo l’artista. Peccato se ne siano dimenticati in tanti, e peccato che a volte questa forza sia incanalata in iniziative di grande e commerciabile visibilità che però poco apportano.
È una forza che agisce sottotraccia, come un parlare diretto, persona per persona.
L’artista che ha questa forza e che la sa usare, senza abusarne e senza altri obiettivi, può fare cose che nessun altro riuscirebbe a fare: cambiare la vita di una persona. Come l’hanno cambiata a me i vari Battiato, Csi, Springsteen, Roger Waters, solo per citarne alcuni.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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