Il mondo musicale italiano è abitato da espressioni artistiche che spesso meriterebbero palcoscenici più di ampi di quelli che hanno. La popolarità non è purtroppo un metro di giudizio che va di pari passo con la qualità. Pensiamo a Paolo Saporiti, chitarrista, cantante e compositore milanese, ormai più di una solida realtà presso gli addetti ai lavori, che ha avviato da anni un percorso artistico fatto di coerenza e solidità, che lo ha portato ad incidere già otto album da solista, prima in inglese e poi dal 2014, in italiano. In mezzo, l’esperienza dei Todo Modo, con gli ex Afterhours Giorgio Prette e Xabier Iriondo, che ha generato due dischi interessanti. La sua ultima fatica in studio si chiama “Acini”, disco pubblicato nel 2018 con ottimi (e meritati) riscontri di critica. Tracce in cui Saporiti si racconta senza filtri, con ritratti in forma di parole e musica che mettono a nudo un animo inquieto e sensibile, e una scrittura che si conferma mai banale e prevedibile, ma capace sempre di sorprendere. Il 21 febbraio 2020 è uscito “Acini live trio” (OrangeHomeRecords), resoconto sonoro con appendice video di una serata al Garage Moulinski di Milano che testimonia quasi due anni di concerti in giro per l’Italia insieme al chitarrista Alberto A. Turra e al batterista Lucio Sagone. Un live intenso e vibrante, senza barriere, sincero e schietto, che rende giustizia a un artista a tutto tondo che sul palco riesce a trasmettere emozioni sincere e profonde. Brani tratti dal suo repertorio rivisti e impreziositi dal contributo di musicisti davvero in gamba, e in più un inedito, “La mia falsa identità”, preludio di un prossimo disco in studio.

Abbiamo scambiato due chiacchiere con Paolo Saporiti all’indomani dell’uscita del live.

Paolo, la prima cosa che mi ha colpito ascoltando il tuo live è una parola: autenticità. Quella che accomuna un concerto dal vivo, senza interventi successivi in post produzione. Era questo il messaggio che volevi far arrivare a chi ti ascolta?

Assolutamente, sì! Cercavo e cerco l’essenza, la verità. Non amo gli orpelli e i fronzoli. Anche esteticamente, ho sempre apprezzato gli americani che vengono da noi a suonare in jeans e maglietta, perché orientati verso il contenuto e la potenza di quello che si può esprimere sul palco. Ho sempre amato l’idea di abbattere le barriere, non per nulla, a fine concerto, mi concedo sempre, a parte dove impossibile per questioni di attenzione e logistica, scendere tra le persone e staccare la spina degli amplificatori, per restituire un’idea sempre più scarna e immediata di musica. All’inizio era un escamotage che usavo come sfida, per combattere la battaglia degli ascolti ma poi è diventato, sempre di più, un dono a me stesso e agli altri.  

Un’autenticità, ancora, che scaturisce idealmente anche dalla piena intesa raggiunta con i due musicisti che ti hanno accompagnato in questo progetto: il chitarrista Alberto N.A. Turra e il batterista Lucio Sagone. Qual è il segreto di questa intesa?

Alchimia. Sono d’accordo con te. Stiamo bene assieme ed è una cosa che comincia con l’andare a prendere Alberto a casa, caricare gli ampli, incontrare Lucio e fare il viaggio assieme. Ho sempre vissuto lo spostamento e il raggiungimento della data (venue) come una parte fondamentale del processo e con loro due la cosa mi si semplifica, per la facilità di rapporto che c’è stata fin dall’inizio. Ci tengo a che traspaia l’armonia, lo stato di grazia in cui cadiamo, quando ci incontriamo e saliamo sul palco per fare il nostro lavoro, la nostra ragione di vita. Siamo diventati amici e ci vogliamo bene. Vivo i movimenti come una conquista.

Mi piace tornare ancora sulla parola autenticità che, a ben vedere, traspare da tutta la tua produzione. Una autenticità che è figlia della schiettezza e che non si lascia sopraffare dalle tentazioni di nascondere i propri sentimenti. Penso a tuoi brani molto intimisti, come “Gelo” o “Arrivederci Roma”, che rivelano una profonda sofferenza. Che differenza c’è tra incidere un brano simile in uno studio di registrazione e riproporlo invece davanti a una platea di persone?

Ho cercato di farne un marchio di fabbrica. Io trovo che, esprimere se stessi nella verità, sia l’equivalente alla gioia, una fonte infinita. Io sto bene quando mi esprimo e ho lavorato anni per poter avere accesso alle mie parti più profonde e intime, nel modo più veritiero e onesto possibile. Il cervello non c’è se non per la memoria e per una forma di consapevolezza storica, rispetto a quello che melodicamente è già stato cantato o detto. Per il resto, il mio è tutto istinto. Per questo mi rifiuto di imparare la musica e di studiare con qualcuno, a parte i primissimi rudimenti. Sono un autodidatta, in tutto. Ho sviluppato un apprendimento per sovrapposizioni e imitazione. Ascoltando i maestri, ho trovato il mio modo per fare quello che faccio, nel modo più originale possibile per me. Suonare per qualcuno poi è il senso di tutto quanto. Se non ci fosse, di fondo, la necessità di comunicare con qualcuno, tutto sarebbe inutile, quindi il live è la massima espressione, anche se sto sempre di più imparando ad amare il processo che si nasconde dietro il realizzare un disco in studio.

Notavo poi che nei tuoi brani – in quasi tutti, almeno – ti rivolgi a un interlocutore: questo coinvolge ancor di più chi ti ascolta. Concordi su questo? 

Esattamente e proprio per questa ragione. In realtà spesso i miei testi sono dialoghi tra più parti interne di me ma pian piano sto cercando di raccontare qualcosa a qualcuno che a volte è lì con me, a volte siede comodamente a casa propria o fra il pubblico. Potrebbe essere quasi una sorta di monologo teatrale, il mio. Idealmente mi sento molto vicino a come ho imparato a conoscere Beckett. Alla fine sono sempre proiezioni di un se stesso dialogante con le varie parti esposte.

Qual è il stato il criterio con il quale è stata predisposta la scaletta del concerto, che poi è diventata anche la tracklist dell’album?

L’esperienza e la sensazione. La scaletta l’ho immaginata e poi plasmata coi concerti, seguendone dinamica e flusso, a volte significati, non sempre ma è sempre stato un lento lavoro di cesello, il mio. È come se vedessi sempre la luce alla fine del tunnel, mi dimentico la via e mi butto nel processo e lo riscopro passo dopo passo, spesso voltandomi indietro. Il gioco funziona da Dio quando e da quando ho capito che il succo sta nel saper incontrare gli altri, tutto quello che abita fuori dal sé, una volta liberato il sé.

Paolo Saporiti con i musicisti che hanno suonato con lui: Alberto A. Turra e Lucio Sagone.

L’inizio della tua produzione è stato caratterizzato dall’uso dell’inglese. Da un certo punto in poi, hai deciso invece di scrivere e cantare in italiano. Con un notevole beneficio per il nostro nuovo cantautorato, aggiungo. Come mai questa scelta? Nel live è presente poi una cover dei Radiohead, “Street spirit” mixata alla tua “Sangue”: tornerai a scrivere inediti in inglese o ti limiterai a cantarli, magari incidendo prossimamente nuove cover?   

Innanzitutto grazie per quello che dici, è un regalo e me lo tengo bello stretto. L’inglese mi stava stretto, non gestivo quello che dicevo e neanche mi interessava fondamentalmente. Il mio problema all’inizio era esprimermi, ero, sono timido di fondo e quindi ho dovuto abbattere delle pareti, prima di accettare il mio vero ruolo: coinvolgere gli altri. Prima ero una monade, oro sono un dialogo aperto e l’italiano qui facilita il processo. Continuo comunque ad ascoltare pressoché soltanto musica anglofona. Avevo in programma un disco di sole cover, con Xabier Iriondo ma poi ho preferito virare subito si Acini. Vedremo.

Abbiamo accennato al cantautorato italiano. Come giudichi lo stato di salute della nostra musica?    

Vale quello che ho appena accennato, non ascolto molto di qui, del nostro paese. Pochissimo di quello che ascolto, mi piace o mi interessa. L’altro giorno sono rimasto folgorato da Alessandro Fiori, da un suo brano e ho sempre avuto un debole per Marco Parente. Ieri poi ho scoperto Paolo Benvengnù’ e quello che scrive nell’ultimo suo lavoro mi ha convinto per la qualità intrinseca alla sua scrittura. Il resto mi pare tutto situazionale e di scarso interesse, almeno per ora. Tutto quello che appare, scompare per ora. Ci sono tanti sconosciuti probabilmente e che lavorano benissimo ma….

Non possiamo ignorare il particolare periodo storico che stiamo vivendo, a causa dell’emergenza Coronavirus. So benissimo che per un musicista non poter esprimersi davanti al proprio pubblico significa limitarlo non poco. Chiedo all’uomo prima che all’artista: qual è il tuo stato d’animo in questo momento, e quali sono gli insegnamenti che da italiani potremo trarre da questa terribile esperienza quando sarà finalmente alle spalle?    

Oscillo. Ho dei momenti di sconforto e rabbia ma fortunatamente sono pochi e dettati soprattutto da alcune notizie che colgo nei comportamenti e tra le prime furberie che iniziamo a vedere. Tollero davvero poco il mondo delle fake news per il quale inizio ad auspicare l’esistenza di un controllo rigido. Un aspetto che trovo francamente imbarazzante. Non capisco perché una persona libera debba porsi il problema della bontà o meno di un’informazione che riceve, soprattutto in un periodo di angoscia e crisi come questo. Questa situazione è un’opportunità per riscattarci tutti, vedremo se la sapremo cogliere, a partire dai nostri rappresentanti in Parlamento.

La mia falsa identità” è l’inedito del disco. Ci spieghi com’è nata questa canzone?   

Suonando. È un pezzo che ho pronto da un annetto e mezzo, già in tracklist per il disco futuro di cui conosco già il titolo. Mi pace molto suonarlo da solo e ci piace parecchio proporlo come trio, soprattutto a Lucio (batteria) che qui può sbizzarrirsi nell’ascolto, nello starmi incollato. Ha una struttura elastica, che varia in base a come respiro e il gioco spesso è anche quello di sfidare i nostri limiti nel guardarsi o nel non farlo. Questa è forse la dote migliore di questo trio, l’interplay che si muove sul mio respirare.

Stai già pensando a un disco di inediti? Ci sono altri nuovi brani già pronti?

Ho una ventina di brani pronti e sto allestendo il gruppo di lavoro. Sarà ricco e potente, delicato e poetico. Minimale e orchestrale.  

NoteVerticali è un magazine che, oltre alla musica, affronta anche argomenti legati al cinema e alla letteratura. Un film e un libro che ti rappresentano adesso ci sono?

Mi sono appassionato alle serie, a causa anche di questa crisi. Era poco che avevo accettato il compromesso ma ora mi diverto. Ora sto seguendo “Freud” su Netflix, a esempio. Io arrivo dalla psicoanalisi, era una delle mie aspirazioni, riuscire a curare casi incurabili e difficili. Mi sto riappassionando a quel mondo lì, a quando tutto era all’inizio e chi se ne occupava era un pioniere e a tutto quel tessuto sociale, quelle amicizie, quelle frequentazioni… Schnitzler, Salome’, Breuer, insomma… stavano facendo la storia, muovendosi in un panorama scientifico ed esoterico entusiasmante, nuovo. Se potessi scegliere vorrei dirti ancora una volta “Cime Tempestose” o “Il castello” di Kafka o qualche saggio: sto leggendo di Gibbon “Declino e caduta dell’impero romano” e di Hilberg “La distruzione degli Ebrei d’Europa”. 

(Foto di Davide Saporiti)