Abbiamo intervistato lo scrittore milanese che, in un romanzo intenso e appassionato, narra le vicende della famiglia che ha ideato una delle birre italiane famose in tutto il mondo

A volte, credere in un’intuizione può davvero rappresentare la svolta non solo per la propria vita, ma anche per quella degli altri. Ne sa qualcosa Giuseppe Menabrea, walser di Gressoney, che dopo aver valicato per anni i ghiacciai dai piedi del Monte Rosa valdostano per commerciare lana e prodotti di artigianato in Svizzera, a metà dell’800 decide di investire commercialmente sulla produzione della birra. Un’idea originale che, nel giro di poco tempo, da scommessa si consolida come realtà di successo, destinata a rivelarsi vincente per quella lungimirante intuizione e a trasmettersi come tale anche ai suoi discendenti, a partire da suo figlio Carlo e da sua nipote Eugenia detta Genia.

Alla saga dei Menabrea è dedicato “La salita dei giganti”, il romanzo di Francesco Casolo pubblicato da Feltrinelli che racconta in modo appassionato la storia di una grande famiglia, attraversata dal successo ma anche dalla tristezza a causa di un destino davvero poco fortunato. Il romanzo è frutto di un appassionato lavoro di ricerca che trasferisce al lettore l’intensità di una narrazione che va oltre l’apparenza del mero racconto celebrativo. Chi legge, infatti, già dalle prime pagine si identifica nelle vicende narrate e riscontra la grandezza dei personaggi che le hanno vissute, ammirandone il coraggio e la determinazione.

Abbiamo incontrato Francesco Casolo, autore del romanzo, al quale abbiamo rivolto alcune domande. Di seguito la nostra intervista.

Iniziamo dalla domanda forse più scontata, anche a beneficio di chi è rimasto incuriosito dal tema trattato nel romanzo. Come è nata l’idea di scrivere una storia che celebrasse la saga dei Menabrea?
L’idea è nata per caso – scrivere una saga familiare non era nei miei programmi – in seguito a una chiacchierata con una guida alpina di Gressoney che mi ha parlato di un suo antenato che aprì un birrificio intorno al 1840 a Gressoney, lungo il fiume Lys, e che pare ispirò i Menabrea a seguirne l’esempio. Ma con tutti altri mezzi, visto che erano già una famiglia facoltosa. Ascoltandolo mi è venuta la curiosità di andare a visitare l’archivio Menabrea a Biella e ho scoperto un mondo.

Perché la scelta di scrivere un romanzo e non un saggio, considerando che i protagonisti della narrazione sono persone realmente esistite?
Non ho mai immaginato di scrivere un saggio. Credo che la forma romanzo, pur se documentato, accurato e con mille fonti come La salita dei giganti, offra l’opportunità di raggiungere un numero più alto di persone che diversamente non si sarebbero interessate a questa storia.  O, forse, semplicemente sono io ad essere più vicino a questo tipo di scrittura.

La storia inizia nel 1882, un’epoca di grandi trasformazioni politiche e sociali non solo per l’Italia dopo la tanto agognata unità, ma anche per l’Europa, che conobbe un periodo di forte slancio culturale prima delle guerre mondiali che segnarono a lutto la prima metà del Novecento. Possiamo guardare alla storia dei Menabrea con una certa nostalgia rispetto alla preoccupazione con cui viviamo il presente?
Direi proprio di sì. Scrivevo della Belle Époque, un’epoca di pace, crescita e grande ottimismo, e fuori c’era il lockdown. Adesso una guerra molto vicina a noi. La mia sensazione è che per l’Italia questa sorta di innocenza, accompagnata da una grande fiducia sul futuro, si perda nel momento in cui viene ucciso re Umberto, nell’estate del 1900: un evento che nel mio romanzo diventa il presentimento che qualcosa si è rotto e che quello che verrà sarà molto meno rassicurante.

La famiglia di Carlo Menabrea in una foto d’epoca. Al centro, Genia, protagonista del romanzo.

Il rapporto tra il padre Carlo e la figlia Eugenia è caratterizzato da un episodio particolarmente significativo, la salita dei Giganti, appunto. È un percorso di iniziazione suggellato ovviamente da un brindisi a base di birra, che di fatto segna il destino della donna, la cui opera sarà determinante per il successo dell’azienda Menabrea. Il romanzo descrive quindi una storia di riscatto al femminile in un’epoca in cui le donne lottavano ancora per il riconoscimento di diversi diritti, primo fra tutti quello di voto. Quanto fu coraggiosa e lungimirante la scelta di Carlo Menabrea e quanto invece fu azzardata, con un azzardo rivelatosi poi effettivamente vincente?
Nelle mie ricerche mi sono imbattuto in una figura molto affascinante, Eva Sella che, figlia di Quintino e maggiore di pochi anni rispetto alla mia protagonista, Eugenia Menabrea che tutti chiameranno Genia, combatterà in quegli ultimi decenni dell’800 per aprire una scuola femminile a Biella nella quale le donne potessero ricevere una vera istruzione e non solo essere formate a una vita da madri e mogli. Eva Sella girava per le case dei benestanti biellesi ed è credibile che si sia incontrata con Genia: mi sono immaginato che l’una capisse e rispettasse il coraggio dell’altra.

Nel romanzo è protagonista Biella, che per i Menabrea ha rappresentato il centro della loro vita. Cosa invece ha rappresentato e cosa rappresenta Menabrea per Biella e per i biellesi?
A giudicare dall’interesse che il libro ha suscitato in città, credo che per i biellesi quella della Menabrea sia una storia di cui andare orgogliosi. Basta vedere quanto è frequentato lo stesso ristorante birreria adiacente alla fabbrica.

Il protagonista del suo romanzo precedente, I ragazzi hanno grandi sogni, scritto in collaborazione con Alì Ehsani, era un tredicenne clandestino che dall’Afghanistan giungeva a Roma dopo un viaggio avventuroso. Pensando a lui e a Eugenia Menabrea è facile fare un paragone legato alle diverse origini, anche se non sempre la fortuna di esser nati dalla parte più ricca del mondo è sinonimo di successo e felicità. Qual è lo stimolo che può raccogliere un giovane di oggi leggendo la storia di Eugenia Menabrea?
Qualcuno mi ha chiesto nei giorni scorsi quale potesse essere il fil rouge fra questi due libri dando per scontato che non ci fosse. Credo che mi piaccia raccontare storie di riscossa, storie di qualcuno che è capace di intervenire sul proprio destino e dare un corso diverso rispetto alle aspettative iniziali. La vita di Genia Menabrea non è affatto facile, viene segnata giovanissima da eventi luttuosi ma, insieme a sua madre, decide di preservare il sogno del padre/marito Carlo Menabrea e contare sulle sue forze. Chiaro: qui non parliamo di una casa distrutta dalle bombe o di miseria estrema: ma non credo che le condizioni materiali bastino a regalarci la felicità o a poter considerare una persona fortunata. Ci vuole tanto altro.

Quali sono state le reazioni degli eredi Menabrea dopo aver letto il romanzo? C’è un aneddoto che non conosceva e che le hanno rivelato? 
Credo siano stati felici di scoprire molte cose che loro stessi non conoscevano e di trovare una lettura della loro storia familiare che non necessariamente corrispondeva alla loro visione. Ho evitato di consultare le persone – era passato troppo tempo – privilegiando i documenti, le lettere: volevo farmi un’idea mia e credo che i Menabrea siano rimasti piacevolmente sorpresi da quello che ho raccontato.

Quali invece le sensazioni che sta raccogliendo nel presentare il romanzo in pubblico?
Molta curiosità: in Italia quasi tutti conoscono la birra Menabrea ma quasi nessuno sapeva che si tratta di una famiglia che origina da un paese ai piedi del Monte Rosa, che ha avuto un ruolo così importante nello sviluppo dei collegamenti con Gressoney e che è stata legata alla famiglia Sella. Così come quasi tutti beviamo la birra senza conoscerne le origini, le varie tappe attraverso le quali sono cambiati il modo di produrla e il suo gusto o la pletora di meravigliose leggende al femminile che ho raccolto e raccontato ne La salita dei giganti.

Da appassionato della settima arte, credo che la storia narrata ben si presti a un adattamento cinematografico. Da addetto ai lavori, in quanto docente di Storia del Cinema, può confermarlo? Ha già pensato concretamente di realizzare un film tratto dal romanzo?
Ci sto pensando io e ci stanno pensando anche dei produttori che ci hanno contattato. Vedremo.

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Luigi Caputo

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...
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