Gli intellettuali hanno l’obbligo morale di raccontare la realtà per denunciare ingiustizie e soprusi. I mezzi dei quali possono servirsi per farlo sono i più vari. Quello letterario è senz’altro il più nobile, perché incarna gentilezza d’animo e produce cultura, quella cultura tanto bistrattata e avversata in questo periodo. Alberto Cassani, ravennate, si è sempre occupato di politica e cultura al servizio della sua città. Oggi è tornato alla letteratura dando alle stampe “Una giostra di duci e paladini“, edito da Baldini+Castoldi. Un romanzo fatto di intrighi, di misteri, di colpi di scena, che ruotano attorno a un fatto di cronaca, la scomparsa del giornalista Victor Costa. Alla vicenda è legato il rapporto di amicizia pluridecennale che lega il giornalista scomparso a due persone che avevano lavorato con lui al progetto della Città del Teatro, Walter Savini e Amleto Coen. I due tornano a incontrarsi e cercano di risolvere il mistero legato alla scomparsa di Costa. Da qui la storia, che decolla in pagine ricche di colpi di scena degne di una spy-story d’oltreoceano, da cui il lettore è avvolto grazie a uno stile di scrittura coinvolgente e originale. Sullo sfondo, personaggi senza scrupoli che ricoprono alte cariche istituzionali, misteri legati alla cattiva politica e su tutti la voglia di verità che accompagna il desiderio di andare avanti e di far luce sul mistero che nasconde intrighi ben più complessi. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore del romanzo, Alberto Cassani:

Il romanzo parte da un evento drammatico, l’improvvisa scomparsa del giornalista Victor Costa. Con l’occasione, gli amici che lo hanno conosciuto e con i quali ha condiviso tanto, vanno alla sua ricerca, ma in fondo tornano indietro a cercare se stessi. “Una giostra di duci e paladini” è una storia di amicizia, ma anche di mistero, intrighi, politica, cultura, con sprazzi di inattesa comicità. Quanto c’è di fantasioso e quanto di autobiografico nella storia raccontata?
Le esperienze di vita vissuta costituiscono la cornice al cui interno la fantasia muove gli eventi. Gli aspetti autobiografici possono fornire stimoli e coordinate, poi è la scrittura a fecondarli, a svilupparli e a trasformarli. Nel nostro caso, ciò che nel romanzo avviene tra le mura della città di provincia ha una base che può essere ricondotta a fatti o circostanze reali, mentre l’”intrigo internazionale” e le scorribande a Parigi e Bangkok sono più figli di fantasie romanzesche. Resta inteso, comunque, che la creazione letteraria è sempre un viaggio e l’obiettivo è sempre la costruzione di nuovi mondi.

Quella raccontata è una storia corale, ricca di personaggi originali. Uno di questi è Amleto, un vecchio intellettuale di sinistra cresciuto e formatosi nella città di provincia in cui è ambientato il romanzo, che vive in una casa di riposo e che, prendendo spunto dalla storia, fa rivivere i propri ricordi. Nella figura di Amleto è facile individuare, oltre ogni desiderio di riscatto, la disillusione di chi ha speso una vita a credere in ideali che oggi sembrano svaniti nel nulla. Quale prospettiva ha il fare politica oggi in Italia e quale può essere l’insegnamento alle nuove generazioni per farle innamorare ancora della politica?   
Da decenni assistiamo a una crisi dell’impegno politico. E’ una crisi di idealità che corrisponde ad una crisi di futuro. Il progresso tecnologico e la smaterializzazione del capitalismo finanziario hanno compresso tutto sul presente e sull’individuo: si tratta di una condizione ostile per una politica che non si accontenti di gestire l’esistente. Ma si tratta anche di una condizione che si fonda su contraddizioni non accettabili. Su queste bisognerebbe tornare a fare leva riattrezzando un pensiero critico che motivi il progetto di una società diversa. Altrimenti il rischio è che si retroceda qui e là verso una riterritorializzazione primordiale fondata su discrimini premoderni. Ed è un rischio che a me non pare ancora scongiurato.

Un passo del Misantropo di Molière, posto all’inizio del libro, recita così: “Se tutto fosse permeato di onestà, se gli uomini fossero tutti sinceri, la maggior parte delle nostre virtù sarebbero inutili, poiché il loro esercizio consiste nel sopportare senza tragedie che l’ingiustizia altrui prevalga sul nostro buon diritto”. Il potere, rappresentato dal Capo, non ci fa una bella figura. Quindi bisogna paradossalmente ringraziare la disonestà umana perché grazie a lei può emergere la virtù della sopportazione?
Il tema delle virtù, pur osservato con sguardo ironico, attraversa tutto il romanzo. La dialettica è tra piccole e grandi virtù, tra quelle che aiutano a sopportare le ingiustizie e quelle che invece spingono a lottare contro di esse. Disonestà e sopportazione sono sempre esistite, nutrite dal quieto vivere e dalla legge del più forte. Oggi la vera questione sta in quell’indebolimento etico e politico che fa sentire inattuale e velleitaria ogni forma di imperativo categorico e di progetto di trasformazione. Nel romanzo, però, i nostri “paladini”, magari anche solo per dare un senso alle loro esistenze, non si sottraggono alla lotta.

Parafrasando Goethe, lo spirito dei tempi è in realtà lo spirito degli uomini. Ci sono più duci o paladini nella politica italiana di oggi?
I duci incarnano il cinismo del potere, mentre i paladini sono, a loro modo, degli idealisti. A volte l’esistenza degli uni chiama la reazione degli altri. Per le ragioni già dette, oggi sembra comunque più diffuso il cinismo delle classi dirigenti che si propaga come un know-how necessario in ogni strato della società.

La Cultura è stata profondamente colpita dall’emergenza Covid. Dal suo punto di vista di ex assessore alla Cultura al Comune di Ravenna, quali sono le prospettive per la Cultura in Italia dopo un anno di pandemia?
A pandemia conclusa, la cultura ripartirà con un nuovo slancio. Ma questo slancio stavolta dovrà essere accompagnato da una battaglia per uscire dall’emergenza con una politica di investimenti in grado finalmente di parificare la spesa pubblica sulla cultura a quella degli altri grandi Paesi dell’Europa.

L’emergenza che stiamo vivendo ci ha resi italiani migliori o peggiori? 
Non credo ci abbia resi né migliori né peggiori. E penso che ne usciremo come vi siamo entrati. E siccome prima non eravamo messi benissimo, ci ritroveremo con tutte le difficoltà di un mondo in crisi. La speranza è che, prima che sia troppo tardi, maturino le condizioni per un cambio di paradigma, ma temo che in sé l’esperienza esistenziale della pandemia ci lasci pieni di stanchezza e non ci predisponga a un grande impegno di cambiamento.

NoteVerticali si occupa di musica e cinema, oltre che di letteratura. Quale sarebbe la colonna sonora ideale per il suo romanzo? Ha mai pensato a un adattamento cinematografico della sua opera?
Alcuni tra i lettori hanno effettivamente sottolineato come il romanzo si presterebbe a un adattamento cinematografico per il suo ritmo, la suspense e i frequenti cambiamenti di scenario. Ma evidentemente non spetta a me dire se è davvero così. Certo, mi intrigava l’idea di scrivere un romanzo che avesse anche momenti avventurosi che lo avvicinassero ad alcuni modelli cinematografici. Per la colonna sonora: le melodie deliziosamente vintage di Charles Trenet per le scene parigine, il punk da balera degli Extraliscio per le vicende della città di provincia e, come trama complessiva, specie per le fasi più palpitanti, il commento musicale di Andrea Guerra. Tanto stiamo giocando!

Sta già lavorando a un suo prossimo romanzo? Possiamo avere qualche anticipazione?
Adesso sono impegnato a parlare della “Giostra” che è appena uscita. Non ho tempo e soprattutto non ho la giusta concentrazione per impegnarmi in altri progetti letterari. Tra qualche mese ne riparleremo…